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7 cose che forse non sapevate su Arrivano i Superboys

Pubblicato il 23 aprile 2019 di DocManhattan

Prima di Holly e Benji, prima di Rudy e della sua palla al centro, prima insomma di tutti quei sorridenti ragazzini giapponesi con il nome inglese e la faccia da pirla volitivo, c’era stato lui, Shingo Tamai. Il protagonista di Arrivano i Superboys, l’equivalente calcistico dell’Uomo Tigre. Questa è la sua storia, e se non si legge bene è perché è scritta in sangue e sudore (nel caso, provate a inclinare lo schermo).

1. UNDICI ROSSO SANGUE

Akakichi No Eleven, cioè “Gli undici rosso sangue”, è l’allegro titolo originale dell’anime, andato in onda in Giappone, su Nippon Television, dal 13 aprile del 1970 al 5 aprile del ’71, per 52 episodi. La serie era tratta dal manga omonimo scritto da Ikki Kajiwara e disegnato da Mitsuyoshi Sonoda, serializzato sul magazine Shonen King, sempre tra il ’70 e il ’71. Ikki Kajiwara (alias Asaki o Asao Takamori) di storie di sport e sofferenza se ne intendeva eccome, visto che aveva già scritto Tommy la stella dei Giants, L’Uomo Tigre e Rocky Joe. Sonoda era invece un disegnatore famigerato perché tendeva a sparire durante la lavorazione, in parte per l’atteggiamento polemico assunto nei confronti dell’industria del manga, soprattutto quelli di stampo bellico.

In Italia, l’anime di Akakichi No Eleven è sbarcato a inizio anni 80 sulle emittenti locali, con il titolo di Arrivano i Superboys.

2. UNA STORIA VERA (PIÙ O MENO)

Arrivano i Superboys è il primo anime dedicato al calcio a vedere la luce. Ma perché proprio allora? Perché nel ’70 il Giappone aveva combinato qualcosa di buono nel mondo del pallone, arrivando terzo alle Olimpiadi in Messico (quel torneo fu vinto dall’Ungheria, davanti alla Bulgaria). Il bronzo olimpico aveva acceso l’interesse dei giapponesi verso questo strano sport in cui si insegue una palla anziché lanciarla, e manga e anime di Arrivano i Superboys arrivarono al momento giusto per cementare questo primo boom calcistico, prima dell’effettiva e più duratura consacrazione, dieci anni dopo, con Captain Tsubasa.

La storia di Shingo Tamai, della Shinsei Senior High Scool e del professore Tempei Matsuki (non a caso presentato come ex portiere della nazionale olimpica medaglia di bronzo) era ispirata a quella di un liceo realmente esistente, l’Urawa Minami High School, che nel ’69, solo sei anni dopo la sua fondazione, era stato in grado di vincere tutti i trofei scolastici nazionali legati al calcio, aggiudicandosi una sorta di triplete del pallone per le superiori. Divise ed edifici scolastici vengono da lì, e perfino Shingo è ispirato a un giovane calciatore di quella squadra.

3. REALISMO IRREALE

In tante cose, esattamente come il 99% dei manga e degli anime sportivi, Arrivano i Superboys era la fiera dell’esagerazione. Supertiri, palloni che sfondavano la rete per conficcarsi nel cemento e continuare a ruotare, formazioni assurde e così via. Senza contare la triste storia di Ken Santos, spietato oriundo mezzo brasiliano e mezzo giapponese il cui allenatore gli passava sulle gambe con le ruote di un fuoristrada. Per irrobustirle, diceva. E l’allenatore di Mimì Ayuhara muto, in un tripudio di cerchi infuocati, piedi sanguinanti, alberi sfondati e calcioni negli stinchi.

O le doppie rovesciate, le parabole impossibili, il portiere ninja sborone con gli occhi bendati. Sembrava tutto altamente implausibile, ai tempi, ma solo perché ancora non si erano visti i campi infiniti di Holly e Benji, i gabbiani presi a pallonate da Lenders e tutto il resto, quelle robe da meme eterni su Facebook. A riguardarlo oggi, però, Arrivano i Superboys riesce ad avere incredibilmente una sua coerenza. In mezzo ai quei colpi di tallone col piede a martello, trasuda una qualche forma di astratto realismo.

Saranno i cieli arancioni o plumbei, le sopracciglia torve dei protagonisti, le scarpette di cuoio anni ’60. La violenza dei contrasti. O la pioggia scrosciante e la terra, tutta quella terra, ché un campo in erba questi poveri calciatori nati per soffrire non sembravano sapere cosa fosse.

4. HOLLY E… BENJAMIN

Eppure un collegamento tra Shingo Tamai e l’insopportabile Oliver Hutton c’è, esiste. Alle avventure televisive di Shingo, Yamagata e gli altri ha contribuito, come regista, Nobuhiro Okasako, che due lustri più tardi avrebbe curato il character design di Captain Tsubasa (serie TV e vari film), oltre che della serie Moero! Top Striker, arrivata in Italia come A tutto Goal e incentrata su un orfano francese che gioca in una squadra giovanile di Genova, Benjamin Lefranc.

5. SHINGO TEXAS RANGER

Il doppiatore italiano di Shingo Tamai era Rodolfo Bianchi, che in carriera ha dato la voce ad attori come Gérard Depardieu, James Caan, Jeremy Irons e Michael Douglas (nei due film di Ant-Man, ad esempio), ma anche a Chuck Norris in Walker Texas Ranger e all’ispettore Zenigata di Lupin III (dal ’92 in poi. Dal 2007, cioè dalla scomparsa di Enzo Consoli, è la sua voce ufficiale).

6. LE SIGLE

Come si diceva la scorsa settimana parlando del Pinocchio giapponese sfigato, la sigla storica di Arrivano i Superboys era “Goal”, pubblicata con lo pseudonimo Eurokids da Luigi Lopez come brano ufficiale degli Europei di calcio dell’80 e riciclata in seguito in chiusura di due puntate de La domenica sportiva e poi come sigla di questo anime. Sul lato B del 45 giri era presente una versione strumentale di Goal, eseguita dall’orchestra di Pippo Caruso.

Negli anni 90, con l’approdo su TMC, è stata creata una nuova sigla per Arrivano i Superboys, cantata dai “Cartoon Kids” e scritta da Fabrizio Berlincioni e Silvio Amato (autori anche di quasi tutte le nuove sigle di anime storici mandati in onda dall’emittente, come Conan il ragazzo del futuro).

7. SANGUE GIOVANE

Quasi quarant’anni dopo, il legame tra la serie e la città di Urawa (nel 2001 confluita in Saitama), dove tutto è iniziato attraverso quel liceo che ha ispirato Ikki Kajiwara, è rimasto molto forte. Tanto che i giocatori dell’Urawa Red Diamonds vengono chiamati ancora oggi “undici rosso sangue”, Akakichi no eleven, come sulla rivista ufficiale qui sopra.

Anche se i giocatori dei “diamanti rossi” per allenarsi non disboscano foreste a calci e non sudano venti litri a testa a partita, metti, e perciò un po’ non vale.

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