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20 novembre 2018 • 10:15 • Scritto da DocManhattan

7 cose che forse non sapevate su Remi

Il crossover con Yattaman e altre curiosità che forse non conoscevate su Remi, la serie più allegra della storia dell'animazione giappones... WAIT.
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Il cartone-di-piangere supremo, Remi – Le sue avventure. Storia di un milordino inglese che viene rapito per biechi affari di famiglia e finisce vagabondo in Francia. Lì fa amicizia con un saltimbanco, i suoi tre cani e una scimmietta, un’allegra comitiva che finirà morta assiderata e sbranata dai lupi. E animo, giovane pubblico! Sette cose che forse non sapevate su Remi (cioè, a parte il fatto che portasse sfiga).

1. STORIE SENZA PARENTI
Arrivato in Italia nel ’79, su Rai 1, Remi – Le sue avventure è un anime in 51 puntate andato in onda in Giappone tra il ’77 e il ’78. Come noto, è una trasposizione del romanzo Senza famiglia di Hector Malot. Lo scrittore francese è celebre anche per un’altra sua storia di orfanelli ricchi rimasti in mezzo alla strada, quella raccontata sulle pagine di In famiglia. Ne fu tratto un altro anime molto popolare, trasmesso in patria contemporaneamente a Remi: Peline Story della Nippon Animation.

2. IL PRIMO ANIME
Remi – Le sue avventure non è stata però la prima trasposizione animata del Senza famiglia di Malot. Già nel ’70 la storia del suo piccolo bambino coraggioso – che nel romanzo si chiama Rémi o Remigio – era diventata Chibikko Remi to Meiken Kapi, lungometraggio cinematografico prodotto da Toei, in cui Remi ha un casco di capelli pauroso in testa e indossa abiti viola a tal punto agghiaccianti che il cane Zerbino lo guarda con compassione. Il regista del film era Yugo Serigawa, che giusto per aumentare l’effetto amarcord, ha diretto vari episodi di Candy Candy, Cyborg 009, Jeeg

e Calimero. L’anime realizzato nel ’72 da Nino e Toni Pagot in collaborazione con la stessa Toei Animation. Se sufficientemente negli anta, siete autorizzati a questo punto a piangere.

3. REMÌ E IL TREDDÌ
Tanto in Giappone quanto al suo arrivo in Italia, Remi è stato pubblicizzato come un cartone in 3D. La serie sfruttava l’Effetto Pulfrich (dal nome del fisico tedesco che ha scoperto il fenomeno quasi cento anni fa). In pratica è un’illusione ottica ottenibile mediante lo scorrimento laterale delle immagini, il che spiega tutte quelle carrellate di paesaggi nell’anime del piccolo orfano capoccione. In Italia gli occhialini per visualizzare l’effetto furono allegati a riviste come il Radiocorriere TV e TV Sorrisi e Canzoni, mentre in Giappone ne erano stati diffusi oltre 500mila pezzi.

Il Radiocorriere presentava l’iniziativa con un articolo sul “Trovatello a tre dimensioni”, spiegando che “dei cartoni giapponesi [i bambini] apprezzano soprattutto il disegno, la fantasia e alcuni temi dominanti, tra cui ecologia e buoni sentimenti”. Ai tempi dei funghi atomici provocati su Rai 1 da Goldrake in ogni puntata sfondando a colpi di magli perforanti e alabarda spaziale i mostri lanciati da Vega, eh. Ok.

4. LE CARTOLINE DI REMI
Remi – Le sue avventure è stata diretta da Osamu Dezaki, maestro assoluto dell’animazione nipponica, che ha impresso il suo riconoscibilissimo stile a serie come Rocky Joe, Lady Oscar e Jenny la Tennista. Come si diceva tempo addietro per Rocky Joe, facendo ampio uso di tecniche come lo split screen, il piano olandese (inquadratura inclinata) e immagini statiche dipinte che lui chiamava “cartoline ricordo”, il suo trademark: una transizione della schermata dell’anime in una sua versione pittorica.

5. LA GIOVANE REMY (CON LA Y)
Quasi tre decenni più tardi, nel 2008, arriva su Italia 1 una nuova serie realizzata in Giappone nel ’96: Dolce piccola Remi (nella prima versione in home video il titolo era Remy la bambina senza famiglia) è un altro anime ispirato a Senza famiglia. Solo che qui Remy Barberin, con la Y, è una bambina, appunto. L’anime si era rivelato in Giappone un flop, tanto che portò a uno stop di dieci anni per il filone World Masterpiece Theater, trasposizioni di classici dell’infanzia a opera della Nippon Animation (Rascal, Peline, Anna dai capelli rossi, Sui monti con Annette…).

6. PASTA ASCIUTTA PER TUTTI
La sigla del ’79 “Remi le sue avventure” era scritta da Luigi Albertelli e Vince Tempera, e interpretata da “I ragazzi di Remi”. La voce era quella di Giampaolo Daldello, che all’epoca aveva nove anni e ha inciso altre sigle storiche come La balena Giuseppina e… Tartarughe Ninja alla riscossa. Sì, esatto: la sigla più famosa delle TMNT e quella di Remi avevano lo stesso interprete, ma la voce di Giampi Daldello era ovviamente cambiata in quei dieci anni.

“Senza cena, però che allegria” (uh, guarda)

Nel ’99, per le repliche Mediaset, fu realizzata una seconda sigla italiana, “Ascolta sempre il cuore, Remi”, scritta da Alessandra Valeri Manera e Franco Fasano, e interpretata ovviamente da Cristina D’Avena. Le musiche originali di Remi erano invece del leggendario Takeo Watanabe, di cui abbiamo parlato a proposito di Georgie.

7. YATTAFRANCIA!
Il finale di Remi, almeno quello, era allegro, dai. Il ragazzo ha ritrovato sua madre, si è sposato anni dopo con Elisa, fa l’avvocato. Mattia, sfuggito non si sa bene come alla sfiga contagiosa del suo amico, è diventato un violinista famoso. Il vecchio Vitali… no, quello era schiattato tanto tempo prima in una catapecchia, scusate.

Un po’ di ironia, nel mondo di Remi, l’aveva già portata comunque la banda fracassona di Yattaman. Nell’episodio 47,  Ganchan e Janet soccorrono questo giovane saltimbanco in compagnia di alcuni cani e una scimmia… e gli fanno ritrovare sua madre, dopo un giro sul Yatta Can e l’immancabile scontro con il Trio Drombo. Le due serie andavano in onda nello stesso periodo, e alla Tatsunoko andava di prendere in giro la concorrenza (e almeno lì quelle povere bestie non facevano una brutta fine, ecco).

E va bene, ora potete ufficialmente piangere riascoltando la sigla storica in modo compulsivo per mezza giornata.

 

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