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HOUSE OF THE DRAGON – Stagione 2, episodio 2. La recensione

Pubblicato il 24 giugno 2024 di Roberto Recchioni

In questi giorni, il mondo videoludico è scosso dall’arrivo del DLC (l’espansione di un videogioco uscito in precedenza) di Elden Ring, Shadow of the Erdtree, realizzato da FromSoftware, una casa di videogiochi giapponese.

Vi domanderete cosa c’entra questo con il secondo episodio della seconda stagione di House of the Dragon, immagino. La prendo alla larga ma c’entra, giuro.

FromSoftware dalla sua nascita (nel 1986), si è caratterizzata come un’azienda specializzata in giochi di nicchia, molto difficili e rivolti a giocatori hardcore. Fino al 2009, i suoi titoli più importanti erano Armored Core (una serie di giochi molto tecnici su mech da combattimento) e King’s Field (un gioco di ruolo in prima persona mortalmente difficile e oscuro, oltre che tecnicamente molto arretrato). Nel 2009 però, realizzano Demon’s Souls e Demon’s Souls cambia un po’ tutto, perché il gioco riceve un enorme plauso da parte della critica e diventa rapidamente un cult, sviluppando una fanbase sempre molto circoscritta ma anche appassionatissima e fedele. Demon’s Souls è un gioco di ruolo e d’azione dalle atmosfere molto cupe (fortemente derivativo dal Berserk di Kentarō Miura ma pure dall’Armata delle tenebre di Sam Raimi), con una storia oscura, criptica ed evocativa, una colonna sonora straordinaria e una grande visione artistica. Ma se i titoli precedenti di FromSoftware erano difficili, Demon’s Souls è oltre, al punto da diventare una sorta di esercizio masochistico.

Eppure, proprio per questa sfida insanamente punitiva, il gioco conquista il cuore di quei giocatori senza compromessi. Da quel momento, From realizza tutta una serie di giochi sulla stessa falsariga (che diventano una categoria videoludica a parte, denominata “soulslike”, emulata da molti): Dark Souls (arrivato al terzo capitolo), Bloodborne, Sekiro… tutti giochi bellissimi e molto intransigenti in fatto di difficoltà. Poi, nel 2022, il grande balzo: Elden Ring. A differenza dei titoli precedenti, Elden Ring è un po’ più facile e alla portata di tutti, tanto è vero che trova un pubblico di massa che nessun titolo precedente di FromSoftware aveva mai avuto. A quel punto, Miyazaki, la mente dietro a From, forte del largissimo successo ottenuto (e forse anche un po’ infastidito da esso), decide che per l’espansione del gioco si sarebbe tornati al precedente rigore, sfornando quindi un capitolo aggiuntivo difficilissimo e intransigente. Il risultato, ad oggi, è che molti giocatori che si erano avvicinati a FromSoftware grazie a Elden Ring e alla sua (sempre relativa) facilità, oggi si stanno lamentando perché il nuovo titolo è molto difficile.

E qui veniamo a House of the Dragon, che con i titoli FromSoftware ha molto a che spartire, non solo per il fatto che sia un dark-grim fantasy, dalle atmosfere molto oscure e pesanti e con dei draghi dentro. Il fatto è che la prima stagione di House of the Dragon era senza compromessi: serissima, incredibilmente drammatica, cupa da morire, lenta, teatrale. E, sorprendendo un po’ tutti, è andata benissimo, forse proprio per questo (oltre che per l’ottima scrittura, la raffinata messa in scena, le grandi regie e le interpretazioni eccezionali). Ora, questa seconda stagione, forte del successo della prima, rilancia e continua senza compromessi sulla stessa identica rotta.

Il risultato è che anche l’episodio numero due è molto lento, pieno di politica e intrighi, portato avanti più con i silenzi che con le parole, caratterizzato da un’atmosfera lugubre (non poteva essere diversamente, del resto, visto che la parte principale della storia è dedicata alle conseguenze dell’omicidio di un bambino) e gravido di un senso di morte e disperazione non comuni per un prodotto di massa.

Sto dicendo che non mi è piaciuto? Al contrario, l’ho amato moltissimo e credo che abbia dei momenti splendidi in termini di immagini (tutta la parte del funerale, per esempio), in termini di scrittura (lo straziante duello che chiude l’episodio ma anche tutti i dilemmi morali e le contraddizioni dell’animo che i personaggi sono costretti ad affrontare) e in termini interpretativi (questa volta la parte del leone spetta a Rhys Ifans, che dopo una vita passata a fare il grande attore di commedie con Richard Curtis, ci sorprende tutti come incredibile attore drammatico).

Ma, allora, che problema c’è? C’è che ho paura che il rigore e l’intransigenza draconica di questa seconda stagione alienino quel pubblico largo che la prima era riuscita a trovare, che succeda insomma, un po’ come quello che sta succedendo per Elden Ring e il suo DLC. Perché per ora è tutto bellissimo ma per niente facile o accomodante. E non ci sono più le nudità e le scene di sesso gratuito a tenere incollati gli spettatori distratti.

Per ora, comunque, sono ammirato. Ma amo molto anche i titoli From e più sono difficili e respingenti, più li amo.

House of the Dragon è disponibile in Italia su Sky e in streaming solo su NOW.

QUI trovate la recensione del primo episodio.

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