Cinema

Rosario Dawson: 5 film per i 45 anni di Ahsoka Tano

Pubblicato il 09 maggio 2024 di Giulio Zoppello

Dalla fine degli anni ’90, negli Stati Uniti, spuntò fuori lei per caso: Isabel Rosario Dawson, newyorkese di Manhattan, tante ascendenze diverse, cresciuta nella povertà più estrema, scoperta dal cinema quasi per caso, anzi per strada. Ne è passato di tempo da allora e oggi, che compie 45 anni, è il momento per andare a guardare dentro una carriera strana, molto particolare, in cui la popolarità è arrivata ma non il successo nel senso hollywoodiano. Tra cinema indipendente e grandi produzioni, il meglio di sé l’ha dato con donne diverse dalla norma, in film autoriali, dove ha fatto pesare la sua capacità di essere credibile come essere umano e non come ritratto di una perfezione.

He Got Game

Dopo essere stata scoperta casualmente in Kids, uno dei migliori film indipendenti di fine anni ‘90, Rosario Dawson emerge definitivamente in He Got Game, con ogni probabilità il miglior film sul basket di tutti i tempi nonché uno dei più belli mai concepiti da Spike Lee. Incentrato su il tentativo di riconciliazione da parte del detenuto Jack (Denzel Washington), con il figlio Jesus (Ray Allen), futuro asso della pallacanestro, il film di Lee è una spietata anatomia dell’industria sportiva americana, connessa soprattutto a come essa rappresenti un vero e proprio veleno nei college ed università, in particolar modo per gli afroamericani. Rosario Dawson interpreta Laia Bonilla, la fidanzata del protagonista, ragazza che a poco a poco si rende conto che di quella storia d’amore, in cui credeva, non le resterà nulla in mano nel momento in cui Jesus se ne andrà verso il sogno dell’NBA. Interpretazione di spessore quella della Dawson, soprattutto perché è credibile nei momenti più patetici, anche più ipocriti, nel modo in cui alla fin fine, anche Laia si rivela essere una che bene o male qualcosa da quel ragazzo armato di un talento divino e un passato straziante, sperava di guadagnarci. Forse in lei, anche in più che in uno straripante Denzel Washington, Spike Lee adagia in modo perfetto il concetto di ambiguità morale, in questo caso più dei sentimenti, il che ne fa un altro simbolo di quella solitudine che è il vero, grande, tema sotterraneo, connesso all’eccellenza sportiva che è la trappola del sogno americano.

La 25^ Ora

Sempre Spike Lee, sempre un altro grande film, forse il migliore che ci ha dato. Tratto dall’omonimo romanzo di David Benioff, La 25^ Ora è un flusso di coscienza incredibile, con la tragica storia di Monty Brogan (Edward Norton), spacciatore che tra poco dovrà entrare in carcere ed è terrorizzato dalla prospettiva, tanto da incolpare il mondo intero. Il film riesce a connettere la sua analisi esistenziale, con una profonda disamina delle diseguaglianze, dell’odio, dell’ipocrisia che dalla vita di quel disperato, infine si allarga a comprendere tutta la società americana, il suo falso mito di inclusività, del melting pot, della società arcobaleno che è una gigantesca bugia. Bellissima e sensuale, Rosario Dawson con il personaggio di Naturelle ci dona una classica “pupa” del ganster, che pare affondare la propria identità nel mito greco, nella tragedia shakespeariana, ed in lei abbiamo il simbolo di quella vita al di fuori dalle sbarre a cui il protagonista dovrà rinunciare. Ironicamente, finisce anche per essere la principale sospettata di un improbabile tradimento di cui Monty cerca il colpevole, cosa che lo porterà di lì a poco quasi sull’orlo della pazzia. Altro personaggio ambiguo per lei, eppure affascinante nella sua disarmante ingenuità e impassibilità. La Dawson regge benissimo il confronto con attori del calibro di Norton, Philip Seymour Hoffman, Barry Pepper, Brian Cox. Forse il suo personaggio più misterioso, più complicato, più facile da detestare, ma anche quello in cui ha saputo dimostrare di sapersi muovere tra luce ed ombra in modo impareggiabile.

Sette Anime

Accolto in modo discorde dalla critica, Sette Anime di Gabriele Muccino ha permesso alla Dawson di donarci la sua migliore interpretazione con Emily Posa. Nel film, l’ingegnere Tim Thomas (Will Smith), aveva causato la morte di sette persone mentre era alla guida, e da quel momento aveva cominciato un percorso assurdo e autopunitivo per riscattarsi, donando parte dei suoi organi a diverse persone bisognose, anche se sa che così morirà. Tra i candidati c’è Emily, un’artigiana affetta da malformazione cardiaca. Tim vuole donarle il suo cuore, ma non immagina che lo farà dal punto di vista metaforico, innamorandosene. Nelle mani di Rosario Dawson, Emily diventa un personaggio incredibile, una donna innamorata della vita, che cerca in tutti i modi di apprezzarne ogni istante anche se sa che molto probabilmente non vivrà ancora a lungo. La chimica tra la Dawson e Smith è semplicemente straordinaria, ed il modo in cui Emily si apre a poco a poco con Tim, è uno dei più belli e convincenti del genere melò di quegli anni. Anche chi tra la critica non promosse il film, non poté non riconoscere la prova straordinaria della Dawson, capace di compensare l’eccesso di manierismo e di irrealtà con cui Muccino aveva adornato Sette Anime, di diventare anche il fattore principale di cambiamento nel protagonista, così innamorato della morte, poi così dedito alla vita.

Sin City

Robert Rodriguez nel 2005 ci delizia con un cinecomic straordinario, Sin City, tratto dal capolavoro di Frank Miller, dove unisce noir, crime, hard boiled e action orientale in modo sublime. Pieno zeppo di un cast stratosferico che comprende Bruce Willis, Mickey Rourke, Josh Hartnett, Michael Clarke Duncan, Clive Owen, Denicio del Toro, annovera anche lei, Rosario Dawson. Nella città del peccato, dove la morte arriva nei modi più tragici e ingiusti, dove sesso e pallottole sono sempre a braccetto, in quei vicoli non sai mai come va a finire, la Dawson è Gail. Una sorta di amazzone guerriera, leader delle prostitute che non ci stanno a piegarsi a quel potere, che ha nel senatore Roark un simbolo non da nulla anche del machismo, della violenza di genere e naturalmente della società patriarcale che incombe su ogni donna di questo dramma visivamente incredibile. Irascibile, coraggiosa, sanguinaria, carismatica, Gail farebbe di tutto per proteggere le sue compagne, ma è distante dall’essere sadica, quanto una creatura del suo tempo. Grazie a Rosario, armata di un look post-gothic-punk a dir poco pazzesco, di un sorriso felino e mitra, si crea in lei un qualcosa che la rend una perfetta depositaria di un’identità in cui la libertà totale, l’indipendenza, l’emancipazione sono grandi protagoniste. In lei vi è anche la perfetta negazione di tutti quei personaggi femminili che da Chandler ad Hammett, bene o male la donna l’avevano creata come creatura sovente pericolosa ma piuttosto cerebrale.

Alexander

Il colossal di Oliver Stone non portò particolarmente bene a Colin Farrell, che per poco non si ritirò dalle scene dopo le recensioni incredibilmente negative su questo mattone storico. Tuttavia, Rosario Dawson fu tra le poche a uscirne indenne, anzi rafforzata, con la sua Rossana, la prima moglie di Alessandro il Grande. Il film di Stone, in realtà tra i più fedeli alla Storia reale che siano mai stati fatti, la introduce come una sorta di variabile impazzita, con una danza incredibile per potenza sensuale e pericolosità tentatrice. La Dawson è bravissima in Alexander nel tenere aperta la distanza culturale tra questa ragazza tribale, priva di ogni peso politico reale, e quel conquistatore che da certi punti di vista è una sorta di bambino mai cresciuto. Egoista, insensibile, sovente rozza e violenta nei modi, è però anche coerente fino all’ultimo e si rivela in realtà sempre onesta e sincera verso Alessandro, soprattutto nel corso della Campagna in India, quando si lascia andare ad ogni vizio e perde spesso il controllo. In lei vediamo le tante donne, mogli, concubine e fidanzate di comodo che furono costrette a subire la Storia piuttosto che a farla. Pur senza incontrarla mai, è la perfetta antitesi della Olimpiade di Angelina Jolie, donna di potere, manipolazione e vendetta, mentre lei invece è una mera pedina della sorte. Incresciosa la sua e altre candidature ai Razzie Awards, quando invece è una delle sue interpretazioni più credibili.

CONSIGLIATI