Cinema

Francis Ford Coppola: 5 film per gli 85 anni di un immortale

Pubblicato il 07 aprile 2024 di Giulio Zoppello

Tra poco tornerà in sala con il suo Megalopolis, su cui abbiamo già sentito di tutto e di più, ma intanto oggi sono 85 candeline per Francis Ford Coppola, uno dei più grandi. Dalla New Hollywood verso l’infinito per il ragazzo di Detroit, sceneggiatore, regista, produttore, 6 Premi Oscar, tutti e due i piedi già saldamente dentro la storia della settima arte con una visione incredibile dell’umanità, della Storia, con la sua capacità di regalarci racconti sensazionali, mastodontici. Quella che segue è una Top 5 sul suo percorso cinematografico, che è e rimane strano, particolare, unico, forse meno fertile di altri ma in compenso dotato di una potenza ed iconicità ancora oggi senza pari.

Il Padrino (1 e 2)

Tutti e due perché sono parti di un unicum, con il terzo staccato (ma non così tanto come si è spesso detto negli anni) nel cesellare la tragedia cinematografica per eccellenza, quella che recupera e rielabora ciò che Shakespeare e Omero avevano creato a suo tempo. Michael Corleone, la sua epopea, la sua discesa e ascesa nel mondo delle tenebre della Mafia, diventa nelle mani di Coppola un trattato storico sul concetto di potere in senso universale. C’è quello inerente agli uomini e quello delle anime, il potere verso sé stessi e quello verso la famiglia, con i pilastri della civiltà americana che vengono mutati mostruosamente. La saga letteraria di Mario Puzo diventa la base con cui Coppola ci parla della storia sotterranea d’America, quella dei migranti che solo con la forza dell’illegalità si sono potuti prendere il sogno americano. Realisti in modo spietato e disturbanti dietro le metafore di comodo, i primi due episodi de Il Padrino sono mitologia anche visiva, di regia, di costruzione di un percorso di perdita dell’innocenza che da Michael, da Vito, si trasferisce su un intero paese, sul suo mito fatto di successo, leadership, opulenza. Nessun altro film sulla Mafia ha saputo andare oltre il genere e assieme elevarlo in modo talmente incredibile, diventare parte portante della narrazione popolare, creare un precedente che da allora si è propagato in ogni direzione, è ancora oggi vivo e presente in ogni racconto su quel mondo di morte e negazione degli stessi ideali che abbraccia.

Apocalypse Now

Non un film sul Vietnam ma il film del Vietnam. Joseph Conrad, il suo “Cuore di Tenebra”, il racconto di una perdita di moralità e empatia tossiche e totali, diventano la ricerca vana di un senso dentro quel conflitto che ha distrutto l’anima dell’America, la sua moralità e il suo tessuto sociale. Martin Sheen che scende il Delta, entra in un regno di follia verde, è il nuovo Odisseo che abbraccia l’unica verità possibile della guerra: la negazione di tutto ciò che pensiamo ci elevi. Marlon Brando si fissa ancora di più dentro il mito con il Colonnello Kurtz, oracolo della distruzione e della vittoria, profeta dell’unica verità uscita da quella tenebra verde che ingoiò milioni di vite: l’orrore lo devi abbracciare e lo devi amare, o ne finirai distrutto. Da certi punti di vista, il più grande film di guerra mai creato e assieme non un film di guerra ma un trattato filosofico sul concetto di scoperta di sé stessi, di ciò che possiamo diventare nei momenti più drammatici della nostra vita e della nostra Storia. Film fiume dalla genesi travagliata (come quasi ogni film di Coppola), Apocalypse Now è diventato mito assoluto della settima arte, popolato da personaggi inimitabili, visivamente semplicemente di un altro universo, capace di diventare tanto universale nel suo abbracciare la follia, quanto lucidissimo nel darci una risposta razionale all’antica domanda: chi siamo quando spargiamo del sangue?

L’Uomo della Pioggia

Tratto dall’omonimo romanzo di John Grisham, L’Uomo della Pioggia permette a Francis Ford Coppola di creare un perfetto esempio di legal civil drama, forse il più bello di sempre, per costruzione, epica, significati e capacità di guidarci dentro le contraddizioni della società americana. Matt Damon, con quella faccia da bravo studente, è anteposto al suo alter ego, un malvagissimo Jon Voight, nel parlare non solo e non tanto della piaga delle truffe assicurative, della malasanità americana, ma del rapporto tra legge e giustizia nella società. Scritto in modo perfettamente equilibrato, coinvolgente, L’Uomo della Pioggia riesce a farci arrivare tutta la conflittualità di un uomo che cerca di fare del bene ma è costretto a piegare quelle stesse leggi che dovrebbe venerare. Con un ritmo perfetto, con un cast di contorno che da Danny DeVito a Danny Glover, da Virginia Madsen a Claire Danes non sbaglia un movimento e uno sguardo, il film sa come essere ad un tempo intimo e universale, sentimentale ma non retorico, epico ma non trionfalista. Il patto sociale non esiste più, esiste solo il profitto, siamo diventati soldi da calcolare in base a percentuali e teorie astruse. Centrato perfettamente sulla sua analisi dell’ambiguità dell’uomo, su come il patto sociale sia venuto meno, è anche però un film pieno di speranza nell’uomo comune, nella nostra capacità di riscatto.

Rusty il Selvaggio

L’apice di una certa produzione cinematografica autoriale americana, Rusty il Selvaggio, tratto dal romanzo di S. E. Hinton lanciò definitivamente Matt Dillon ma soprattutto è uno dei film più struggenti, dolenti e potenti sul concetto di formazione giovanile. Meraviglioso dal punto di vista visivo, continuamente a metà tra omaggio al grande cinema francese e all’espressionismo tedesco, connesso all’indie più genuino e alla narrativa americana dei grandi autori, Rusty il Selvaggio ancora oggi non può lasciare indifferenti. Il rapporto tra il Motorcycle Boy di Mickey Rourke e il Rusty di Dillon ci dona una delle istantanee più belle di sempre su cosa significhi essere fratelli, mentre ci perdiamo dentro quell’Oklahoma che era e rimane la fogna degli Stati Uniti, lì dove sono parcheggiati i fallimenti e il degrado dell’american dream. Ricchissimo di riferimenti al noir, al western urbano così come alla nouvelle vague, Rusty il Selvaggio è anche un’analisi su come il tempo distrugga e crei rapporti umani, sulla difficoltà di crescere, sull’importanza dei rapporti familiari. Diane Lane, Dennis Hopper, Nicolas Cage e Chris Penn completano il cast di quello che diventò anche il film negazione del reaganismo, della cinematografia vincente e muscolare di quel decennio. Dal punto di vista del mero linguaggio cinematografico come mezzo espressivo di un’emotività, forse il migliore di Francis Ford Coppola.

La Conversazione

Semplicemente uno dei più grandi film degli anni ’70 e uno dei titoli con cui Francis Ford Coppola ha saputo cambiare il cinema americano connettendolo profondamente a quello europeo, al dramma borghese così come l’Italia in particolare aveva saputo abbracciare. La Conversazione è connesso in modo strettissimo a Blow-Up di Antonioni, così come alla narrativa più esistenzialista e più iconica sulla volontà di superare i limiti materiali della società moderna. Il protagonista, il detective privato Harry Caul (un Gene Hackman stratosferico) è un detective privato misantropo, lunatico e complottista, che rimane invischiato in una complicata indagine che lo pone di fronte a dilemmi personali non da nulla. Con al centro il rapporto tra uomo e tecnologia, tra verità e sguardo, La Conversazione è uno dei più grandi gialli mai concepiti, un capolavoro di regia e narrazione, capace di portare lo spettatore in un mondo di follia, sospetto, mezze verità ed illusioni. Palma d’Oro al Festival di Cannes, è anche un film sul concetto moderno di privacy, di cui anticipa criticità e trasformazioni nella società moderna in modo geniale, a dirla tutta addirittura profetico. Rimane senza ombra di dubbio uno degli esempi di quanto Coppola abbia sempre saputo fare dei suoi personaggi portatori di drammi e cambiamenti universali, all’interno di labirinti narrativi di incredibile raffinatezza. Tra tutti i suoi film, questo rimane forse quello artisticamente più seducente e più particolare.

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