“See you Space Cowboy”. C’era ancora quella scritta sull’ultima schermata di The Real Folk Blues (part 2), l’ultimo episodio di Cowboy Bebop. Spike Spiegel si era appena accasciato sui gradoni della base del Red Dragon, c’era una luce giallognola che lo illuminava, c’era il dubbio se fosse morto, dubbio che in realtà non si è mai chiarito veramente. A 25 anni di distanza quell’epilogo titanico, amaro eppure coerente, quella chiusura di un cerchio di una serie che ha fatto la storia non solo del genere rimane un momento unico e irripetibile.
Cowboy Bebop neppure doveva esistere veramente, di fatto fu creata dalla studio Sunrise per cercare di vendere giocattoli di astronavi della Bandai, fatto che paradossalmente risultò in una libertà artistica totale per il creatore, Shin’ichirō Watanabe, a cui fu data carta bianca. Proprio quel finale, così diverso, così distante dal classico happy end, testimoniò quanto Watanabe si fosse allontanato dalla commercialità tout court. Cowboy bebop si fece forte di una complessità a livello di trama, significati, rimandi ed estetica, che non aveva e non ha avuto più pari, neppure ad andare a guardare i gioielli che della terra nipponica ci sono arrivati negli ultimi anni. Le avventure di Spike Spiegel, della sua ciurma di cacciatori di taglie un po’ sfigati, illuminarono le serate di fine XX secolo per darci una commistione di generi ad alta spettacolarità e per l’epoca, avere qualcosa di simile, di così complesso, era una novità non da nulla. Da buon nerd e cinefilo, Watanabe unisce gli spaghetti western, il nuovo filone pulp ed action di Rodriguez a Tarantino, con l’hard boiled, i grandi classici del cinema e della letteratura che fu. Non sazio, ci inserisce il cinema di arti marziali, le variazioni di genere, la commedia slapstick, ciò che John Woo sta usando per cambiare l’estetica dell’azione sul grande schermo.
Cowboy Bebop però è un racconto sci-fi e quindi eccolo poi strizzare l’occhio anche ai grandi titoli della fantascienza, da Alien a Blade Runner, da Ghost in the Shell a Guerre Stellari, con un look tra il cyberpunk e il retro-futurista che convoglierà in uno space western unico per estetica e raffinatezza. In mezzo a tutto questo, ecco che seguiamo l’epopea di Spike Spiegel, protagonista assurdo, che risplende dopo 25 anni di una luce tanto particolare quanto affascinante, fatta di mistero, ma soprattutto di quella ambiguità morale, che è il vero, grande, dominante tema di una serie che, per citare il suo stesso autore, era studiata non solo e non tanto per il pubblico più giovane, ma soprattutto per quello più adulto. Spike è Arlecchino e lo Straniero Senza Nome, è Bruce Lee e Humprey Bogart, è Charlie Chaplin e Shaft. Cowboy Bebop grazie a lui alza il livello complessivo in modo ancora più radicale, immettendo non solo una grafica meravigliosa, valida ancora oggi dopo un quarto di secolo, ma una colonna sonora firmata da Yoko Kanno e tantissimi altri artisti della scena blues e jazz del Sol Levante, che ha fatto la storia. Il risultato finale, durato 26 episodi, è una bomba che esplode dentro la testa del pubblico di ogni paese per non uscirci più, fatta di commedia e dramma, psichedelia e classicismo, ma soprattutto di personaggi unici per fascino e potenza.
Quell’ultimo episodio, il duello finale tra Spike Spiegel e Vicious, diventerà il simbolo stesso del concetto di climax, perché del loro rapporto intimo, profondo, quell’amicizia fraterna diventata odio, non sappiamo i dettagli o tutta la storia ma ne avvertiamo emotivamente l’importanza, la comprendiamo ugualmente. Quale episodio è stato il migliore? Sleeping Beast? Do You Have a Comrade? Gateway Shuffle? I due Jupiter Jazz? Si lo so, è una domanda inutile, la risposta non può che essere Ballad of Fallen Angels, probabilmente il più grande episodio anime di tutti i tempi, quello in cui lo stile diventa atmosfera, l’atmosfera significato e narrazione tanto misteriosa quanto in realtà universale e chiaro a dispetto del non detto che l’avvolge. Lì è dove Cowboy Bebop ci offre il meglio che Sergio Leone e i suoi discepoli avevano donato, con il gangster movie e l’epica dell’eroe solitario a supportare il tutto. Il tema del passato, della memoria, del paradiso perduto, si confà ai due avversari che sono uguali, due assassini con lo stesso sangue nelle vene. Forse il vero, grande, regalo di Cowboy Bebop, di Jet Black, Faye, Ed, Ein e tutti gli altri, è stato quello di riuscire a creare un legame empatico unico con i vari personaggi, a dispetto della brevità della serie. Cowboy Bebop regge il confronto anche con grandi capolavori della cinematografia perché ha saputo applicare al meglio una regola fondamentale, oggi spesso disattesa: mostrare, far sentire, non spiegare.
Sorprendente, visivamente semplicemente pazzesco, Cowboy Bebop è anche filosofia dal primo all’ultimo episodio, ci parla di un uomo che affronta la morte per capire se è ancora vivo, che ha un occhio rivolto al passato e uno al futuro. Spike e gli altri, buoni o cattivi, sono parte di un percorso in cui la morte è il compimento di un destino, non il suo smarrimento, dove tutto è metafora della ricerca di un senso, attraverso amore, odio, vendetta o amicizia. Cowboy Bebop avrebbe avuto dopo di The Real Folk Blues (part 2) una piccola appendice, sarebbe arrivato anche il film sul grande schermo, anch’esso di altissima qualità. Sulla serie live action stendiamo un velo naturalmente. Il suo sapere alternare lacrime e tragedia, azione e riflessione, verosimiglianza e fantasia, calandole in un mondo così vicino al nostro, abitato da mafie, polizia, comunità non etero, reduci, orfani, dove permane il puzzo della strada, i mozziconi di sigaretta, il fumo degli spari e la dolcezza di ricordi perduti è stato pazzesco. A tratti volutamente tardo-romantico, altre volte cinico e enigmatico, è stato un minestrone, nel senso più alto e nobile della narrazione che si possa intendere. Ha saputo diventare totem culturale transgenerazionale, ma lo è stato soprattutto per la generazione Millennial, che fino a quel momento spesso aveva vissuto di prodotti sbucati dal passato. Questo, capace anche di affrontare il tema della libertà individuale in un mondo impazzito e tecnocratico, di porre interrogativi oggi tremendamente attuali, può essere paragonato ai capolavori di Miyazaki. Rimane lì, diverso dagli altri, in un modo tutto suo, come il suo protagonista, il Don Chisciotte delle stelle.