“Questo è un documentario al 100%”. Ci tiene a specificarlo Nicolò Bassetti quando lo incontriamo, in una tavola rotonda virtuale, in occasione della presentazione del suo documentario Nel mio nome nella sezione Panorama del Festival di Berlino. Un film che racconta le vite di quattro ragazzi, di varie parti d’Italia e diverse età, impegnati nella transizione da un’identità di genere femminile a una maschile. Nel mio nome è un film nato da uno spunto molto personale, la scoperta che il figlio del regista stava attraversando una transizione analoga, e scritto sostanzialmente al montaggio a partire da riprese essenziali e attente a non cavalcare stereotipi. Spiega Bassetti:
Una notte di quattro anni fa ho ricevuto una lettera molto importante da mio figlio, che viveva in Olanda. Erano parole molto coraggiose e particolari, che cercavano di rassicurare me, chiedendomi di non avere paura, di credere in lui, di stargli vicino e di seguirlo. Mi dicevano – usando tra l’altro sia il maschile che il femminile – che aveva deciso di lasciare le sponde del genere femminile per iniziare un viaggio. Questa cosa mi ha procurato grande emozione, e sicuramente un momento di fortissimo spaesamento. Però quelle parole così coraggiose in pochissimi giorni hanno trasformato lo spaesamento nella struttura del film.
Una struttura concepita insieme al figlio, che per Bassetti è sorretta da due pilastri. Da una parte, “stare molto lontani dagli stereotipi, evitarli come col radar”: “Ho chiesto a mio figlio di stare attento, è stato il mio mentore, mi monitorava”, spiega il regista. Dall’altra:
Ho chiesto ai ragazzi di portare nel film quattro progetti, uno per ognuno di loro. Quattro progetti che dovevano essere le loro ossessioni. Ognuno di noi ha la propria ossessione, che da una parte è una prigione, dall’altra una salvezza. Ho dato a loro una comfort zone, in cui poter raccontare se stessi attraverso questa ossessione. Ognuno di loro ne ha portata una: il podcast, la bicicletta, la macchina da scrivere e i “luoghi in transizione” amati da Nicolò. Su questo c’è un piccolo divertissement tra me e lui, perché oltre a chiamarci nello stesso modo siamo entrambi esploratori. Ho trasferito su di lui qualcosina di autobiografico, ma lui era molto contento di questo.
Nel mio nome è anche un progetto che scava nell’intimità dei quattro protagonisti, Leo, Raffaele, Andrea e Nicolò. Per farlo, sono stati necessari mesi di preparazione:
Sono stato messo in contatto da mio figlio con un gruppo trans di Bologna. Mi sono praticamente trasferito a Bologna e sono stato con loro sei mesi. Li ho frequentati completamente, mi sono proprio immerso, ma questo è un po’ il mio modo di lavorare. Non avevo con me la macchina da presa, eravamo solo io e loro. Addirittura non prendevo nemmeno appunti. Ho ascoltato i loro incontri, li ho seguiti nelle loro attività, coglievo qualsiasi occasione per stare con loro senza essere invasivo. E ho cominciato a capire tra loro quali erano quelli che mi interessavano di più. Di questo gruppo di quattro amici, che io ho cominciato da subito a vedere come quattro moschettieri, mi ha colpito quanto fossero molto diversi l’uno dall’altro ma allo stesso tempo molto amici.
Raggiungendo questo livello di confidenza con i quattro, Bassetti ha potuto accedere alla loro vita privata anche in momenti complessi e delicati. Stando sempre attento a “non tradire mai i ragazzi”:
Questa era la mia ansia costante. Ci sono stati momenti in cui sapevo cosa volevo raccontare, e mi sono molto consultato con mio figlio per capire come dirlo ai ragazzi. Per esempio dire ad Andrea che volevo seguire l’operazione non è stato facile. Andrea è stato di una generosità strabiliante, ha messo il suo corpo a disposizione del film, questa è una cosa meravigliosa e lui lo sa. Dopo che avevamo iniziato il lavoro, Nico mi ha scritto una notte per dirmi che usciva dal progetto. Io sono stato male due giorni e poi insieme a Leo lo abbiamo recuperato. Ci sono stati dei momenti di incertezza, ma siamo diventati un gruppo fortissimo generando fiducia l’uno nell’altro.
Eppure alcune cose sono state lasciate fuori, proprio in seguito a conversazioni con i quattro. Ad esempio una scena in cui Raffaele deve farsi un’iniezione di testosterone si ferma prima dell’iniezione vera e propria:
Mi hanno subito risposto “Assolutamente no, questo è voyeurismo. L’idea dell’iniezione va bene, ha senso nel linguaggio della transizione perché racconta che noi prendiamo il testosterone, ma farla vedere è voyeurismo”. E quindi abbiamo costruito insieme la scena.
Lo stesso motivo per cui nel film non si vedono le famiglie e i genitori dei quattro protagonisti, cioè evitare il voyeurismo e concentrarsi “sul coraggio di questi ragazzi nel cercare loro stessi”:
L’idea è sempre stata cercare la bellezza, perché questi ragazzi emanavano un’energia straordinaria, di persone che avevano bisogno di trovare dignità nella normalità. La messa a fuoco sarebbe stata lì, il resto sarebbe venuto di conseguenza.
Un approccio del genere non poteva prevedere troppa programmazione a monte, troppe direttive o messaggi predeterminati a cui adattare il film. Bassetti spiega, infatti, che la scrittura di Nel mio nome “è stata fatta tutta al montaggio”:
Il lavoro è durato tre anni. Sei mesi di ricerca, due anni di riprese e sei mesi di post-produzione, di cui quattro di scrittura al montaggio e montaggio e due di post-produzione. Ho girato pochissimo. È stata una sfida enorme. Era una delle cose che volevo fare, girare poco. Ho girato sessanta ore in due anni, giravo solo quando era estremamente necessario, quando sapevo che avevo trovato il momento, cioè quando i ragazzi erano disponibili a girare. È un rapporto delicatissimo, sapevano che quando tiravo fuori la macchina da presa era un momento importante e quindi partecipavano anche loro a questa emozione, all’idea di rappresentare la loro viva per quello che era, perché questo è un documentario al 100%. C’è solo la loro vita reale.
Riflettiamo sul fatto che uno dei punti importanti del film è l’idea che le persone transgender, a differenza di tutte le altre, si scelgono il proprio nome. E questo si riflette sia nel titolo italiano che in quello internazionale, Into My Name. Bassetti ci spiega che in entrambi i casi si tratta di forzature della lingua:
Nel mio nome è una forzatura della lingua italiana, non vuol dire praticamente nulla. Volevamo dare il senso che la lingua debba adattarsi alle persone e non il contrario. Into My Name è un moto a luogo. Io vado dentro qualcosa, vado verso il mio nome. Non a caso ho messo il titolo alla fine, perché è un percorso che ha un suo traguardo. Alcuni giornalisti anglofoni hanno detto che il titolo non voleva dire niente. Noi abbiamo fatto l’esempio della canzone di Eddie Vedder in Into the Wild (il brano Rise, ndr): c’è una strofa che dice “Turning mistakes into gold”. Trasformare un errore in oro, che è anche una metafora del film. Quello che viene considerato un errore si trasforma in oro.
Non è un caso che Bassetti si concentri tanto sul linguaggio, perché il linguaggio, l’uso dei pronomi, è parte integrante del cambiamento che sta avvenendo a livello mediatico intorno alla percezione della comunità transgender:
Credo stia arrivando una grandissima rivoluzione, uno tsunami linguistico, culturale, legale. Credo dipenda in buona parte dal fatto che il mondo binario è obsoleto, non regge, non accetta la ricchezza che invece è strabordante, un’energia enorme che decolonizza i corpi. Oggi i ragazzi sono più liberi di scegliere chi sono a prescindere dal ruolo che viene loro imposto dalla nascita. Non è più necessario performare la mascolinità e la femminilità, tant’è che gli estremi si vedono. I residui diventano da una parte mascolinità volgare, insopportabile, prossima alla violenza. I femminicidi sono una mascolinità che non ha scampo e non sa più come performare se non con l’eliminazione dell’altra identità. E dall’altra parte ci sono le TERF, le trans-exclusionary radical feminist, di cui J.K. Rowling è una delle rappresentanti, che si sono radicalizzate su posizioni insostenibili, come l’idea che la femminilità sia un fatto biologico e non culturale. Io la trovo una colossale stupidaggine.
Infine, Bassetti spende qualche parola sul coinvolgimento di Elliot Page, star di The Umbrella Academy che sta attraversando la transizione, e che “ci ha messo la faccia” come produttore esecutivo del film:
Il merito è tutto dell’executive producer Gaia Morrione, è stata tenacissima. Ha trovato un aggancio con uno del suo staff; la persona, che è trans anche lui, ha visto il film, gli è piaciuto e lo ha fatto vedere a Elliot Page. Page ci ha scritto una mail che mi ha lasciato senza parole: “Ho visto il vostro film, mi ci sono identificato, è un film che mi è piaciuto tanto. Cosa posso fare io per questo film?”. Gli abbiamo detto: “Quello che vuoi, scegli tu”. “Posso fare il produttore esecutivo, metterci la faccia?”. Gli abbiamo detto “Benissimo”. Abbiamo fatto il contratto in venti giorni con il suo staff, e non ha preteso nulla. Anzi, ha preteso di essere messo sempre allo stesso livello degli altri.
Nel mio nome è prodotto da Nuovi Paesaggi Urbani e Art of Panic production, in associazione con HHH Productions. QUI potete leggere la nostra recensione, e QUI vederne il trailer.