Per gli appassionati di cinema d’autore, dei film indipendenti, dei grandi classici del passato ma anche di quei titoli spesso al confine tra documentario e video-arte passati solo dai circuiti dei festival e poi irrecuperabili, MUBI è una piccola scatola magica da cui pescare ogni giorno. Se a livello internazionale, questo portale di streaming è un punto di rifermento importante per i cinefili ed è riuscito a costruire una vera e propria community online, in Italia la piattaforma è stata rilanciata lo scorso settembre con una nuova struttura di fruizione: al costo di 4,99 euro al mese (ma ci sono anche formule di abbonamento più convenienti per periodi più prolungati) l’utente ha accesso a 30 film al mese, con un nuovo titolo che ogni giorno va a sostituire quello più datato.
In questo periodo, inoltre, se invitati da un amico già iscritto a MUBI, è possibile provare il servizio gratuitamente per 1 mese. Bene, noi è qualche giorno ci siamo buttati guardando diversi dei film in catalogo e oggi abbiamo visto Queen of Diamonds, film del 1991 di Nina Menkes.
Nina Menkes è una regista dall’orgogliosa identità indipendente, una figura di spicco del cinema underground americano che, attiva dagli anni ’80, ha sempre optato per opere fortemente autoriali, affascinanti e difficili. Il suo cinema – che ad oggi si compone di 9 film da lei spesso scritti, diretti, montati e prodotti per avere la massima libertà creativa – è totalmente non addomesticato al gusto comune e, non escludendo poesia ed emozione, racconta l’alienazione dell’uomo moderno o si fa strumento di denuncia sociale e politica. Tra le sue opere più note (dove per “note” ci riferiamo a un pubblico autoriale-festivaliero; nessun suo titolo è mai stato distribuito nelle sale italiane) citiamo gli ultimi Phantom Love (2007) e Dissolution (2010).
Il film che abbiamo visto su MUBI, disponibile in versione originale inglese senza sottotitoli, è invece Queen of Diamonds: la fotografia, dai dialoghi e azioni minimali, di una donna che lavora come al tavolo di blackjack in un casinò di Las Vegas dove, a discapito del frastuono e delle luci accecanti, conduce una vita apatica, spenta. In questo senso la lunga scena che mostra la protagonista mentre distribuisce le carte al tavolo di gioco con gesti sinuosi, automatici, che sembrano quasi una danza ma accompagnati da uno sguardo vuoto, è davvero di una bellezza incisiva nell’immortalare l’alienzazione della donna. Interessante poi il ritratto di Las Vegas che, alla luce del giorno, appare come un luogo deserto e desolato: guardandolo oggi, si rimane stupiti come il film sia stato realizzato più di 20 anni fa e non appaia per nulla datato. Detto questo, tenete presente che i ritmi sono (volutamente) così dilatati e la lentezza così esasperata che la visione è davvero impegnativa.
QUI il link per vedere in film. Nei giorni scorsi, invece, abbiamo visto:
• Quell’incerto sentimento di Lubitsch
• Il monello di Chaplin
• Carcasses di Denis Côté