Tra Alieni e Cowboy: I magnifici sette

Pubblicato il 10 marzo 2011 di Marco Triolo

Nell’attesa che Cowboys & Aliens, la pellicola western/sci-fi diretta da Jon Favreau e ispirata all’omonima serie di fumetti creata da Scott Mitchell Rosenberg, faccia il suo ingresso nelle sale italiane, la redazione di ScreenWEEK.it ha deciso di condurvi lungo un viaggio alla scoperta delle due dimensioni che conpongono questo titolo, che sono appunto quella fantascientifica e quella western. Ogni settimana parleremo di un lungometraggio fondamentale che compone il vastissimo panorama di quella cinematografia cosiddetta di genere. La giusta occasione per ricordare alcune pellicole che troppo spesso finiscono dimenticate e, perchè no, arrivare adeguatamente preparati al 9 settembre 2011, giorno in cui Cowboys & Aliens arriverà nelle nostre sale. Dopo avervi presentato La Guerra dei Mondi, Il Mucchio Selvaggio e Ultimatum alla Terra, è arrivato il turno di un altro super-classico del western, I magnifici sette.

I magnifici sette Poster ItaliaE’ davvero curioso il corto circuito che si è creato quando l’Occidente ha deciso di rifare i film cappa e spada di Akira Kurosawa in versione western. Un caso è il nostro Per un pugno di dollari, remake al limite del plagio de La sfida del samurai. Un altro è il film di cui parliamo oggi, vale a dire I magnifici sette, remake de I sette samurai. Parlavo di corto circuito perché, in fondo, gli stessi film di Kurosawa andavano a riadattare alle coordinate nipponiche temi, stili e situazioni tipiche del genere western.

Questa lunga introduzione serve per dire che I magnifici sette di John Sturges è basato su un canovaccio che più classicamente western non si può: ci sono gli abitanti di un villaggio messicano oppressi dalle angherie di un bruto, ci sono i cowboy che giungono in soccorso, all’inizio come mercenari, e alla fine come eroi. E ci sono sparatorie, bandidos, donzelle in pericolo, giovani pistoleri avventati e vecchi cowboy resi saggi e coriacei dal tempo.

Alla faccia dell’eroe solitario che da sempre affolla il western, Sturges infonde al suo film un senso di comunità, che rispecchia una filosofia opposta a quella del cavaliere errante: solo unendosi e facendo fronte comune è possibile superare le crisi. Un po’ quello che devono aver imparato i coloni americani, nel lungo e difficoltoso percorso di conquista del west ed espansione della frontiera USA. E infatti c’è una continua dialettica, nel film, tra lo stile di vita del cowboy, che non si ferma mai e rigetta la vita sedentaria, e quello degli abitanti del villaggio, che hanno fatto del lavoro duro il proprio credo. Durante le vicende, è interessante vedere come la vita del villaggio tenti questi vagabondi della pistola: principalmente, Bernardo O’Reilly (Charles Bronson) fa amicizia con i ragazzini del posto e diventa una specie di eroe per loro, mentre Chico (Horst Buchholz), giovane e spavaldo, finisce per restare con una donna del posto, dopo che la battaglia è stata vinta e i suoi compagni superstiti se ne sono andati verso nuove avventure.

Il cast è impressionante, uno di quei cast che si riusciva a mettere insieme nella vecchia Hollywood e a far funzionare senza intoppi: Yul Brynner, Steve McQueen, Robert Vaughn, Brad Dexter, James Coburn e i già citati Charles Bronson e Horst Buchholz sono i sette, mentre il grandissimo Eli Wallach è Calvera, il cattivo messicano con cui l’attore fa le prove generali per il personaggio di Tuco ne Il buono, il brutto, il cattivo.

Un film epocale, uno dei più grandi classici del western, in cui il ritmo, l’umorismo e il sentimento vengono valorizzati e sottolineati da una regia esperta e dalla leggendaria colonna sonora di Elmer Bernstein, autore di uno dei temi più celebrati della storia del cinema, non solo western.

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