«Sono un bravo ragazzo!» afferma Jack Quaid in una scena di Companion, mentre accusa l’universo di non averlo mai ricompensato per la sua (autoproclamata) bontà. Di questi “bravi ragazzi” sono piene le pagine dei giornali, e sembra che ci sia sempre una giustificazione per il loro operato, proprio come vorrebbe il protagonista. Ispirati dalla cronaca nera e dal MeToo, i film di Hollywood hanno già ribaltato l’antica retorica del nice guy (celebre il caso di Una donna promettente), ma Companion approfondisce le potenzialità di questo discorso nel cinema di genere: in altre parole, la narrazione popolare per eccellenza.
L’opera prima di Drew Hancock è effettivamente un pastiche di generi diversi, che parte dalla rom-com e non disdegna sfumature horror, mentre esplora territori fantascientifici di grande attualità. A tal proposito, è evidente come Hancock rievochi un immaginario familiare, optando per un linguaggio accessibile a chiunque. Il film si apre con un classico meet cute da commedia romantica: Iris (Sophie Thatcher) incontra Josh (Quaid) in un supermercato, dove il ragazzo fa cadere tutte le arance da una cesta. Lei ride, lui la saluta imbarazzato, ed ecco che scocca la scintilla. Tempo dopo, li ritroviamo in viaggio per far visita ad alcuni amici di Josh, ma Iris è nervosa: teme di non piacere a quelle persone, e soprattutto alla sferzante Kat (Megan Suri). Rivelare troppo sarebbe ingiusto nei confronti della sceneggiatura, che si apre per gradi e mostra a poco a poco la realtà dell’intreccio; sappiate però – com’è stato già annunciato dalla campagna promozionale – che Iris è un robot da compagnia, e la trama si sviluppa in gran parte dalla sua presa di coscienza.
Nei fatti, Companion è la storia di un’emancipazione individuale, da strumento per il piacere altrui a persona che si autodetermina. Quando Iris trova il suo pannello di controllo in remoto (una serie di impostazioni che permettono di aumentare la sua intelligenza e cambiare alcuni tratti fisici), la ragazza comincia a sperimentare su sé stessa come ne La formica elettrica di Philip K. Dick, seppure con effetti molto più prosaici. Inevitabile pensare anche a Her ed Ex Machina, per quanto Hancock non abbia né lo sguardo intimista di Spike Jonze né le ambizioni filosofiche di Alex Garland; piuttosto, l’avventura di Iris sfocia nell’azione e nello splatter (moderato), senza risparmiarsi momenti paradossali che strappano una risata. Le buone intuizioni non mancano, come pure l’abilità del regista nell’evidenziare e valorizzare i risvolti più assurdi. Il limite, se mai, è in alcune forzature logiche, nel senso che il film rischia talvolta di cadere vittima delle sue stesse regole. Inoltre, il copione scivola in qualche dialogo un po’ troppo didascalico, e nel finale trascura un paio di personaggi.
Il suo maggior pregio, in compenso, è la commistione di generi che distorce le aspettative e i tópoi delle commedie romantiche, mettendone a nudo l’artificiosità (esemplare il sopracitato cliché del meet cute, che si rivela una costruzione narrativa fittizia, proprio come nel nostro immaginario). Analogamente, il “bravo ragazzo” è un incel narcisista e frustrato che desidera solo esercitare il controllo sulla propria compagna, e agisce nella convinzione che l’universo gli debba qualcosa. Sotto questo punto di vista, Companion funziona molto meglio di Don’t Worry Darling: il tema è simile, ma la sceneggiatura è meno pretestuosa e aggiunge alcuni elementi fondamentali alla completezza del discorso. Sì, perché il fulcro di molte relazioni tossiche (perdonate il ricorso a un termine così abusato) risiede nella difficoltà a separarsi, e Hancock prende in considerazione anche questo. Così facendo, il film rielabora la realtà attraverso la fantascienza, dove le dinamiche della violenza maschile rimangono le stesse, cambia solo l’oggetto della loro attenzione.
L’empowerment di Iris è quindi un processo ben riconoscibile, che passa dalla carne al metallo senza variazioni di sorta. D’altra parte, a Hancock non interessa riflettere sulla singolarità tecnologica: ciò che gli importa, piuttosto, è la metafora dell’abuso, che ripropone l’idea del robot come classe oppressa del futuro.