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Perché dovreste vedere Una donna promettente (soprattutto se vi fa arrabbiare)

Perché dovreste vedere Una donna promettente (soprattutto se vi fa arrabbiare)

Di Lorenzo Pedrazzi

Se sei un uomo, vedere Una donna promettente ti farà sentire a disagio. È quasi inevitabile. Accade già nell’incipit, quando Adam Brody incontra Carey Mulligan in un locale, e si mostra così premuroso verso una donna chiaramente ubriaca. È un bravo ragazzo: non vuole che le accada niente di male, quindi prenota un Uber per portarla a casa. Il bravo ragazzo, però, è anche ingolosito dall’occasione che gli capita fra le mani. Una donna attraente, arrendevole, che “accetta” di seguirlo nel suo appartamento e di farsi un’altra birra. Peccato però che Cassie – questo il nome della donna – non sia affatto ubriaca, e scopra le carte non appena il bravo ragazzo comincia ad approfittarsi di lei. «Hey» dice a voce ferma, non più alterata. «Ti ho chiesto cosa stai facendo.»

Una donna promettente è pieno di bravi ragazzi. Professionisti seri, pilastri della società, uomini che – per dirla con le parole di Virginie Despentes in King Kong Theory“lo stupro lo condannano. Quello che praticano è sempre qualcos’altro”. Non stiamo parlando di brutali violentatori armati di coltello che aggrediscono una donna in un vicolo buio: gli uomini che hanno stuprato Nina, la migliore amica di Cassie, durante una festa universitaria, si stavano “solo divertendo” mentre erano un po’ ubriachi. E anche Nina era ubriaca, quindi – secondo tale logica – se l’è cercata. Sono passati anni, Nina nel frattempo si è tolta la vita, e Cassie lavora in una caffetteria. Di notte, però, si trucca nel modo che piace tanto agli uomini, si finge ubriaca e aspetta che qualcuno la rimorchi in un locale. Se l’uomo in questione cerca di approfittarsi di lei, Cassie lo mette di fronte alle sue colpe, obbligandolo ad ammettere di non essere quel bravo ragazzo che credeva.

Una vendetta che si consuma nel sorrisetto sarcastico di Carey Mulligan, il cui sguardo accusatorio mette i potenziali stupratori con le spalle al muro. È qui che l’esordiente Emerald Fennell – già showrunner di Killing Eve e Camilla Shand di The Crown – spiazza gli spettatori abituati a un ben altro genere di rape and revenge: Cassie, infatti, non scatena una rivalsa brutale contro i colpevoli, non usa la violenza sanguinaria che vediamo in film come L’ultima casa a sinistra o Non violentate Jennifer. La sua vendetta, piuttosto, è una strategia ragionata che mira a generare consapevolezza. Vuole che lo stupratore di Nina, gli amici che lo incitavano e chiunque li abbia aiutati a farla franca (l’avvocato, la rettrice…) capiscano la gravità delle loro azioni, riconoscano le proprie colpe, provino sulla loro pelle cosa significa avere paura. “Quando gli uomini mettono in scena dei personaggi femminili” scrive ancora Despentes, “raramente lo fanno con l’intento di capire quello che vivono e provano in quanto donne. Più che altro è un modo di mettere in scena la loro sensibilità di uomini, in un corpo di donna”. Di conseguenza, nei rape and revenge “vediamo come gli uomini reagirebbero allo stupro al posto delle donne. Bagni di sangue di spietata violenza”. Ecco, Una donna promettente si differenzia soprattutto per quello: è un rape and revenge scritto e diretto da una donna, che contamina il genere con una sensibilità diversa.

Il disagio sopracitato, per uno spettatore maschio, nasce anche da qui. In linea col femminismo essenzialista post-MeToo, Emerald Fennell non ha nessuna intenzione di rassicurarci. Molti uomini, vedendo i personaggi di Adam Brody, Christopher Mintz-Plasse, Bo Burnham e Chris Lowell, penseranno “Quello potrei essere io”. E forse persino alcune donne, vedendo Alison Brie nel ruolo dell’ex compagna di università, l’accondiscendente “sentinella del patriarcato”. Una donna promettente, fra le altre cose, mette in luce la disparità di percezione dello stupro (o di altre molestie sessuali) fra uomini e donne, laddove vittima e carnefice tendono spesso a raccontare storie diverse. Non a caso, altrettanto spesso gli stupratori se la cavano con un buffetto, soprattutto quando sono “bravi ragazzi” che si stavano “solo divertendo” a una festa tra studenti. La reputazione di questi “giovani uomini promettenti” (il titolo del film cita l’espressione usata da un giudice americano) è più importante del dolore di chi subisce violenza, ragazze messe alla berlina come incaute, tentatrici, desiderose di rovinare i compagni.

In tal senso, Una donna promettente dimostra che la violenza di genere non è sempre il frutto di una devianza sociale, ma esiste a livello sistemico, fa parte della nostra cultura e della nostra quotidianità. Il modo in cui Fennell costruisce il suo discorso non è sempre raffinatissimo, è vero: gli schematismi non mancano (Mintz-Plasse, per dire, sembra uscito da un discutibile articolo di Deirdre Coyle), e sia le caratterizzazioni sia i dialoghi sono palesemente concepiti per sostenere una tesi. Però la neo-regista ha il merito di trovare subito un linguaggio riconoscibile, fatto di orgoglio “rosa” (le canzoni del pop femminile come bandiera) e rimediazione dei generi. Di fatto, rilegge il rape and revenge per decostruire i cliché delle commedie romantiche, svelando la realtà dietro le maschere dei “bravi ragazzi”. Troppo essenzialista? Forse, ma quantomeno stimola una riflessione e rinfresca lo sguardo sul presente.

Davanti a tutto questo possiamo anche offenderci, arrabbiarci, far roteare gli occhi al cielo, urlare il nostro “Not all men!” e dire che abbiamo tante amiche donne, ma forse è il caso di ascoltare una voce che contribuisce a espandere il nostro punto di vista; a farci comprendere qualcosa che esula dalla nostra esperienza, e che non possiamo realizzare da soli. Capire l’esperienza altrui è fondamentale per l’empatia, come sa bene qualunque uomo che abbia letto Ragazze elettriche di Naomi Alderman. Tanto più che Fennell, con uno scarto imprevedibile, dimostra un grande coraggio nel finale, quando prende amaramente coscienza della “gabbia” fisiologica e culturale che imprigiona le donne. Così, l’intero film diventa una parabola sulla condizione femminile nei nostri tempi, e insieme un grido rabbioso, pieno di sacrosanto livore, nascosto dietro un mordace sarcasmo.


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