La via europea al cinema fantastico, sempre più emancipato dai modelli statunitensi, passa anche dalla sintesi tra la vastità del nostro immaginario e l’intimismo delle vicende umane. Per quanto sia prematuro individuare una tendenza fatta e compiuta, The Animal Kingdom rientra senza dubbio in un processo più ampio, dove il fantasy usa i suoi strumenti migliori per manifestare e rielaborare le principali ansie giovanili: dalla sfida del cambiamento al brivido dei rapporti sociali, passando per il terrore di non trovare il proprio spazio in un mondo caotico.
Non a caso, anche qui il protagonista è un adolescente: Émile (Paul Kircher) ha sedici anni, e vive con il padre Françoise (Romain Duris) in un futuro molto prossimo, dove un’ondata di mutazioni sta trasformando le persone in ibridi animali. Anche la madre di Émile è vittima di questa metamorfosi, e presto sarà trasferita in un centro specializzato nel sud della Francia, vicino a un villaggio circondato dalla foresta. Padre e figlio la seguono a ruota: Françoise, che è un cuoco, trova lavoro presso un ristorante, mentre Émile comincia a frequentare il liceo locale.
Qui conosce Nina (Billie Blain), una compagna di classe che dimostra subito interesse nei suoi confronti. Il ragazzo, però, scopre su di sé i primi segni di una mutazione simile a quella della madre: peli sulla schiena, artigli che crescono sotto le unghie, sensi molto più acuti di prima. Nonostante faccia di tutto per nasconderli, il richiamo della natura è troppo forte, soprattutto dopo che la madre e altri ibridi fuggono durante un trasporto. Françoise si mette subito alla ricerca della moglie, e conosce l’agente Julia Izquierdo (Adèle Exarchopoulos), che si occupa delle indagini. Nel frattempo, Émile incontra Fix (Tom Mercier), un giovane che si sta gradualmente trasformando in uccello antropomorfo, ed è impegnato con i suoi primi esperimenti di volo.
Sono passati dieci anni da The Fighters – Addestramento di vita, ma il francese Thomas Cailley punta ancora sul ritorno alla natura, seppure in modo più trasformativo e radicale. In effetti, non è la prima volta che il cinema fantastico europeo – soprattutto quello di area francofona – immagina l’abbandono della civiltà umana attraverso una regressione ferina: lo abbiamo visto di recente in Wolfkin di Jacques Molitor, e poi anche in En Attendant la nuit di Céline Rouzet.
Nel caso di The Animal Kingdom c’è però una maggiore sensibilità spettacolare, con un respiro avventuroso da cinema delle attrazioni. La sceneggiatura di Cailley e Pauline Munier è abile a mantenere l’equilibrio tra il contesto immaginifico e l’intimità dei protagonisti, lasciando che queste due dimensioni dialoghino fra loro: il conflitto interiore di Émile non esisterebbe senza le mutazioni che stanno funestando il pianeta, e nemmeno i contrasti con il padre. Lo stesso progressismo di Françoise viene messo a dura prova dagli eventi, costringendolo a esercitare sul figlio quel tipo di autorità in cui non crede nemmeno lui. D’altra parte, stiamo parlando di una società che relega i “diversi” (con tutte le loro possibili declinazioni, sia fantasy sia geopolitiche) nei centri di detenzione, nascondendoli dietro mura invalicabili per rassicurare l’opinione pubblica. E allora, com’è possibile fidarsi delle istituzioni quando ognuno di noi potrebbe essere il prossimo?
Con simili premesse, è ovvio che la metamorfosi animale corrisponda a uno slancio di vita: ci si evolve in qualcos’altro per crescere, per maturare, e guadagnare così la propria libertà. Come già nel sopracitato Wolfkin, accettare la trasformazione equivale a riconoscere l’individualità altrui, la costruzione di un’identità autonoma che abbandona il nido e va per il mondo. Dal punto di vista di un genitore, insomma, significa lasciare andare, consapevoli che il vero amore consista anche nell’assecondare un desiderio di indipendenza. Il nucleo di The Animal Kingdom risiede proprio in questo concetto, espresso da Cailley attraverso una storia dove la solidarietà tra i personaggi – toccante il rapporto con Fix – conta più delle opposizioni ideologiche o caratteriali. A tal proposito, le musiche trascinanti e ariose di Andrea Laszlo De Simone (premiate con un César) valorizzano l’idea di un’evoluzione fluida, slegata dalle antiche convenzioni; e lo stesso discorso vale per gli ottimi effetti speciali di MPC e Mac Guff, fonte costante di stupore grazie alla commistione di trucchi prostetici e CGI.
Quando viene applicato a un contesto tanto riconoscibile, il meraviglioso si fa espressione di battaglie ed esigenze reali, in cui è facile identificarsi. Il merito è in gran parte di un cast devoto al naturalismo, soprattutto Duris e la rivelazione Paul Kircher, giovane attore parigino che esprime tutta la frustrazione, lo smarrimento, ma anche l’afflato vitale di Émile. Perché la chiave della sopravvivenza non è mai nella stasi, bensì nell’apertura verso il cambiamento.
Perché ancora oggi è così importante anche nella nuova versione targata James Gunn.
Alex Garland e Ray Mendoza lavorano sul panorama sonoro della guerra per mettere alla prova gli spettatori.
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