Cinema

Su Avatar 2 siamo fiduciosi, perché James Cameron non sbaglia mai

Pubblicato il 10 dicembre 2022 di Giulio Zoppello

Le prime reazioni della stampa ad Avatar: La Via dell’Acqua, sono a dir poco entusiaste, parlano di un miracolo visivo, di un blockbuster che ci ha ricordato perché il cinema, quello di intrattenimento, una volta era la migliore esperienza possibile che si potesse avere fuori dalle mura di casa.

Già escono indiscrezioni e possibilità circa gli altri tre film che il cineasta canadese avrebbe già in mente, con cui continuare quel percorso cominciato 13 anni fa, per confermare che lui non è un regista come gli altri, lui è diverso. Ognuno dei suoi film è stato capace di scrivere una pagina importante e tutti quanti ce li ricordiamo perché ci hanno aperto un mondo, hanno fatto la storia del cinema, rinnovandone la capacità di stupire ed ammaliare.

Tutto cominciò con un’intossicazione alimentare

Probabilmente nessuno ha mai pensato di ringraziare abbastanza Roger Corman, che nel 1982 convinse la Warner a far dirigere Pirana Paura al suo addetto agli effetti speciali di fiducia, un certo James Cameron.

La convivenza con il produttore, il famigerato Ovidio G. Assonitis, fu a dir poco problematica per Cameron, che infine si trovò ad essere licenziato e relegato ad aiuto regista per la scarsa dimestichezza nelle riprese acquatiche. Ma non pensò di dover tornare per forza al mondo dei cortometraggi e ad essere un semplice responsabile per gli effetti speciali, aveva capito che il suo futuro era diverso.

Quel film di genere, prodotto nel Belpaese come una semplice opera derivativa di un successo internazionale, pur se non positivo nell’esito, cambiò la sua vita in modo, di riflesso ha cambiato la nostra.

Il produttore Assonitis gli aveva reso la vita impossibile, alla fine per colmo della sfortuna, finite le riprese, Cameron contrasse un’intossicazione alimentare che lo portò ad avere una febbre molto alta e un incubo molto particolare: sognò un torso metallico con coltelli da cucina che si trascinava fuori da un esplosione.

Era nato Terminator. Beh… sarebbe nato nei mesi successivi, mostrando al mondo l’iter creativo tipico di Cameron, quello di recuperare e omaggiare film di genere, e grandi classici del passato, ma senza per questo rinunciare a stupirci. Anzi. James Cameron in effetti per tutta la sua carriera ha saputo muoversi a metà tra innovazione e citazione, tra il recupero dei mantra narrativi dei film di genere, della fantascienza anni ’50 e ’60, per poi connettersi anche ai colossal della Golden Age, al western, alle Spy Story e chi più ne ha più ne metta. Il tema per lui conta molto meno dei personaggi, della loro interazione.

Questo gli ha permesso sovente di offrire al pubblico qualcosa in un certo senso di familiare, intimo, da presentare però curando un’estetica che per lui è sempre stata fondamentale, per quanto però comunque sempre un mezzo non un fine ultimo. Qualcosa che la cinematografia oggi ha perso completamente, spesso poi tra l’altro offrendo prodotti di intrattenimento distanti dal concetto di stupore e sorpresa che Cameron ha sempre rivendicato.

Un visionario intransigente e innovatore

James Cameron ha un’altra qualità incredibile e rara nel mondo della cinematografia, o meglio non rara in senso di quantità ma in senso di qualità e persistenza: non si è mai arreso, ha sempre dimostrato oltre che un’incredibile faccia tosta, anche la capacità di improvvisare, di adattarsi alle dittatoriali politiche dei produttori, ad un ambiente sovente tossico, sleale e privo di ogni riconoscenza.

Eppure, allo stesso tempo, ha sempre avuto l’incredibile intuito per comprendere quando aveva di fronte una risorsa e un’idea da raccogliere, si trattasse di qualcosa che arriva da un attore che non voleva inizialmente, da un collega, da uno sceneggiatore. Un mix perfetto di determinazione, creatività visionaria totalizzante, di fedeltà a sé stesso e coerenza nel capire che cosa serviva e che cosa invece era totalmente superfluo. Non stupisce che spesso le produzioni lo abbiano mal sopportato. Ma gli incassi parlavano chiaro, chiarissimo. Terminator è il perfetto esempio, un gioiello a tutti gli effetti frutto non solo e non tanto della sua creatività, ma anche di ciò che suscitarono e gli consigliarono Schwarzenegger, Gale Anne Hurd. Allo stesso tempo, più volte sul set si è parlato di quanto egli sia stato maniacale a volte quasi dittatoriale nel perseguire la propria finalità, ed è stato anche in uno dei primi registi a costringere il cast addestramenti ed allenamenti specifici, per costringerli ad immedesimarsi maggiormente nel ruolo.

Si può infatti dire che la credibilità, paradossalmente per un regista connesso all’irreale, sia sempre stata la priorità del suo percorso artistico, il convincere della veridicità dell’incredibile lo spettatore.

Ed ecco quindi spuntare dei soldati che combattono gli xenomorfi con armamenti e tecnologia in fondo non poi così fuori dalla realtà dei nostri giorni, ecco che il Titanic ci viene mostrato per l’universo classista ed ingiusto che era. Avatar ci propose un’umanità che nel futuro aveva gli stessi difetti e gli stessi peccati che aveva commesso In passato. E pur amando la grandezza, Cameron ha sempre evitato la sterile pomposità hollywoodiana, connettendosi profondamente ad un’autorialità vista come accessibilità, come prolungamento della narrativa letteraria.

Il cinema come perfezione dell’evasione

Fatto ancora più sorprendente, James Cameron è lo stesso regista capace di spendere più di qualsiasi altro nella storia per cercare di ricreare il naufragio più famoso di sempre, così come di bypassare i diktat delle produzioni, da sempre interessate ad avere un prodotto trasversale per essere remunerativo, anche a costo di spingere verso il basso la qualità.

Nossignore, fin dai tempi di Aliens – Scontro Finale, Cameron si è sempre mosso con fare parallelo ma allo stesso tempo mai coincidente a ciò che il cinema di intrattenimento diventava, in un certo senso è un’anomalia, come dimostrato del resto con questo sequel, questo Avatar: La Via dell’Acqua che arriva come una sorta di meteora impazzita. Il cinema è cambiato tantissimo da quando James ci portò in massa su Pandora, con il suo 3D che non ha attecchito forse come lui stesso sperava.

Il cinema è diventato schiavo dei cinecomic, della monotematicità e ripetizione semi-seriale, un’intera generazione è cresciuta pensando che il solo motivo per andare in sala, era vedere Captain America e soci. Lui di tutto questo se n’è fregato totalmente, lui cambia ma non cambia mai e già nel trailer ci mostra la differenza, il fattore determinante, tra creare dei prodotti di consumo, un cinema take away, e cucire un dipinto in movimento: il tempo. Cameron ha girato molto, molto poco rispetto ad altri.

Lui è qualità che si disconnette dalla quantità che oggi ci assale, su piattaforme streaming che vomitano serie e film a getto continuo di cui ci scordiamo tutto nel giro di pochi istanti. Lui invece vuole che ci ricordiamo tutto, ogni singolo momento, ogni personaggio.

Da certi punti di vista può essere quasi definito come il Lou Reed del cinema, come l’ultimo rappresentante o uno degli ultimi, del lungometraggio come costruzione indipendente dal punto di vista semantico, e completamente slegata dal nostro ritmo di vita. Forse anche per questo lo adoriamo, perché guardare i suoi film, guardare anche Avatar: La Via dell’Acqua, significherà prenderci una pausa dalle nostre vite, dal quotidiano, in senso totalizzante. E fino a qualche anno fa era per questo che tutti quanti andavamo al cinema.