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Nel mio nome: la recensione del documentario sul mondo transgender prodotto da Elliot Page

Pubblicato il 12 febbraio 2022 di Marco Triolo

“Sei la stessa persona”, afferma, a un certo punto di Nel mio nome, la ragazza di uno dei quattro protagonisti, parlando della transizione da genere femminile a genere maschile a cui si è sottoposto. La frase risuona e risuona, resta attaccata a chi sta guardando il documentario di Nicolò Bassetti (ideatore di Sacro GRA), prodotto da Elliot Page e presentato nella sezione Panorama della Berlinale, e il motivo è che il messaggio del film sta tutto lì. Anche se è brutto parlare di “messaggio”, come se Nel mio nome fosse un pedante film a tesi e non, al contrario, una storia semplice e universale.

Negli ultimi anni, la narrazione del mondo LGBTQ al cinema è parecchio cambiata e si è fatta portavoce di un’ondata di cambiamento che, purtroppo, ancora non ha avuto gli effetti sperati sull’uomo della strada, ma che è stata senza dubbio molto importante. In soldoni, ciò che film e documentari su gay e transgender stanno cercando di fare è sottolineare la normalità di queste persone, per sbarazzarsi dello stigma di “anomalia” e dei luoghi comuni che tutto lo spettro non binario della sessualità si porta dietro da tempi immemori.

Bassetti, coinvolto personalmente nella questione in quanto ha un figlio transgender, segue questo percorso, senza però dimenticare di raccontare anche l’eccezionalità positiva dei suoi personaggi. Attraverso l’espediente del blog, tenuto da Leo, uno dei quattro protagonisti, Bassetti immerge lo spettatore in un racconto di formazione e scoperta che apre alle persone etero e di sessualità binaria le porte del mondo transgender, le sue peculiarità e sfide.

Il racconto procede in parallelo tra i quattro protagonisti, Leo, Nico, Andrea e Raffi, ragazzi di diverse età (dai 23 ai 33) e provenienti da diverse parti d’Italia, accomunati dal processo di transizione da identità femminile a maschile. Il documentario copre due anni e mezzo delle loro vite e attraversa anche il Covid (come si vede da alcuni incontri su Zoom dei quattro in isolamento), mostrando in particolar modo la transizione di Nico, il più “anziano” dei quattro eppure quello che è arrivato più tardi alla transizione, e Andrea. Attraverso video girati dagli stessi protagonisti assistiamo al loro cambiamento fisico, mentre dalle loro testimonianze apprendiamo quanto sia complesso e spesso difficile affrontare un tale percorso in un paese, come l’Italia, dove l’ordinamento non si è ancora aggiornato, e dove chi è in piena transizione sostanzialmente non esiste, né come uomo né come donna, per un certo lasso di tempo.

Il titolo del film è tradotto con Into My Name nella versione internazionale, a indicare un altro tema forte di Nel mio nome: l’emergenza del vero sé. Quello che Bassetti e i suoi protagonisti si premurano infatti di sottolineare è che la transizione non è una trasformazione, come è vista dall’esterno e intesa dai più. Non significa diventare qualcos’altro o qualcun altro (“Sei la stessa persona”), ma diventare se stessi, far emergere alla vista (degli altri) ciò che la persona ha sempre avvertito dentro. E la ricerca del nome è un aspetto non indifferente, perché i transgender sono le uniche persone che il nome se lo scelgono, a differenza di tutti gli altri. C’è una parentesi molto bella del film proprio dedicata a questo, al fatto che il nome rappresenti una vera identità che la persona sa esistere anche quando non se ne rende pienamente conto.

La macchina da presa di Bassetti si avvicina molto ai protagonisti, li segue nella quotidianità e persino in momenti intimi, in cui sono particolarmente vulnerabili e fragili. C’è stato evidentemente un grande lavoro di preparazione alle riprese, per raggiungere questo livello di confidenza tra regista e soggetti. Ma Bassetti non ne approfitta: sceglie una serie di momenti dal forte significato simbolico (Raffi che si costruisce la bici dei sogni con pezzi scelti con cura) e sintetico (Nico e sua moglie che discutono dei dettagli burocratici del loro matrimonio e di come dovrà cambiare agli occhi dell’ordinamento, restando identico per loro) e li usa per dire molte cose con poco.

Alla fine si esce dal film con la sensazione di essersi fatti quattro nuovi amici, di conoscere queste persone nell’intimo. Leo, Nico, Andrea e Raffi non vengono definiti solo dal loro essere trans, ma dai caratteri peculiari delle loro personalità, dai loro interessi (la musica, la scrittura) e affetti. Sono persone a 360 gradi che, tra le altre cose, hanno intrapreso un percorso di auto-definizione. Per questo le loro storie sono universali: la transizione è il mezzo, non il fine, che è invece trovare se stessi. Una lotta che tutti, trans o meno, abbiamo affrontato nella vita, soprattutto chi si sente diverso, emarginato e incompreso.

QUI potete vedere il trailer di Nel mio nome.