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19 dicembre 2018 • 16:00 • Scritto da DocManhattan

THE DOC(MANHATTAN) IS IN – Charlie’s Angels

Perché le Charlie's Angels non avrebbero dovuto essere angeli. E neanche di Charlie.
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“Gatte. Facciamo una serie con tre belle ragazze e la chiamiamo Alley Cats, le gatte di strada”. L’affiatata coppia di sceneggiatori formata da Ivan Goff e Ben Roberts, autori tra le altre cose de La furia umana, era convintissima di questa idea. Tre eroine d’azione che vivevano nei vicoli e usavano catene e fruste per combattere i delinquenti. Il produttore Leonard Goldberg, che aveva chiesto loro qualcosa a metà tra la britannica Agente speciale e la detective al femminile di Honey West (la sensuale Anne Francis, che parlava con il suo assistente attraverso una ricetrasmittente nascosta in un rossetto), non era molto convinto.

Men che meno lo era la prima attrice ingaggiata per fare la gatta, Kate Jackson, assunta da Goldberg e dall’altro produttore, Aaron Spelling – dopo averla vista interpretare Jill Danko in The Rookies (da noi A tutte le auto della polizia). Avendo voce in capitolo, Kate Jackson suggerisce un nuovo titolo, ispirata da una foto con tre angeli appesa nell’ufficio del futuro papà di Donna di Beverly Hills 90210. “Perfetto, chiamiamola allora Harry’s Angels!”, conclude Goldberg, euforico. Solo che come titolo non andava bene neanche quello.

C’era infatti il rischio di fare confusione con il poliziesco Harry O. Charlie, allora. Meglio Charlie’s Angels. Si decise anche di non mostrare il miliardario in questione, Charlie Townsend, e di farlo parlare con i suoi angeli solo attraverso un altoparlante. La voce originale di Charlie era di John Forsythe, che non è praticamente mai stato sul set del telefilm. Forsythe non era la prima scelta, ma Spelling se lo fece andare bene al volo, all’ultimissimo secondo, quando il loro primo Charlie, Gig Young, (Oscar al miglior attore non protagonista nel ’70 per Non si uccidono così anche i cavalli?) si era presentato in pigiama e ubriaco.

Because Hollywood.

Kate Jackson, madrina al 50% del titolo dello show, sarebbe stata Sabrina Duncan. Le sue due co-protagoniste, Farah Fawcett con la sua sontuosa dote di lacca per capelli, apprezzata da Spelling nel film di fantascienza La fuga di Logan, nei panni di Jill Munroe e Jaclyn Smith in quelli di Kelly Garrett. Scegliere la Smith fu più complicato, perché l’originalissima idea di fondo, in ossequio a una versione potenziata del principio cosmico delle vallette di Sanremo, era quello di avere a bordo una bruna, una bionda e una rossa. E la Smith era una seconda brunetta. Ma funzionava bene nelle prove con le altre due, si decise che l’alchimia vinceva sul colore di capelli.

La data di lancio dell’episodio pilota di Charlie’s Angels, fissata per il marzo del ’76, intanto si avvicinava, e Spelling e Goldberg avevano una paura ladra. Sarebbe mai piaciuto davvero al pubblico televisivo uno show in cui tre donne affrontano il crimine? Nessuno alla ABC sembrava crederci. Quando Spelling aveva presentato la serie al presidente Michael Eisner, questi gli aveva risposto che era una delle peggiori idee mai sentite.

Ma la risposta era sì, eccome. Gli ascolti del pilota furono talmente rosei che la ABC non ci credette e lo fece ritrasmettere la settimana dopo. Spelling, nel frattempo, si stava preparando a indossare il miglior sorriso sarcastico da ve-l-avevo-detto della sua carriera, da esibire nei confronti dei dirigenti del network.

Nelle prime due stagioni, Charlie’s Angels è tra le dieci serie più viste d’America. Spelling e Goldberg gongolano, la ABC pure. I network rivali, naturalmente, rosicano. È Paul Klein, responsabile analisi dati della rivale NBC, a usare per primo il termine “Jiggle Television”, TV sballonzolante, per indicare i programmi di Spelling come Charlie’s Angels e altre produzioni ABC come Wonder Woman. Per cavalcare l’ondata moralista antipornografia degli anni 70, Klein arriva a definire porno quei programmi in cui la biancheria intima è sempre sufficientemente comoda, per far oscillare le grazie delle protagoniste.

La stessa Farah Fawcett dichiarò in un’intervista: “Quando la serie raggiunse la terza posizione in classifica, pensavo fosse merito della nostra recitazione. Quando arrivò al primo posto, compresi che era solo perché nessuna di noi indossava un reggiseno”.

La Fawcett sarà la prima ad andar via, alla fine della prima stagione, mettendo in moto un turbinio di cambi e nuove aggiunte nel cast. Nel corso delle cinque stagioni, in pratica, gli unici a rimanere sempre al loro posto sono Jaclyn Smith e David Doyle, che in Charlie’s Angels è John Bosley, impiegato di Charlie e suo tramite con le ragazze. Mentre la ABC e la Fawcett si davano battaglia legale, per la seconda stagione si ingaggia la cantante Cheryl Ladd: avrebbe interpretato Kris Munroe, la sorella di Jill. Il pubblico sembra gradire, ma non lo fa Kate Jackson, che non sopporta la Ladd.

Le cose peggiorano l’anno dopo: gli ascolti precipitano e quando le viene negato di partecipare alle riprese di Kramer contro Kramer (la sua sostituta, Meryl Streep, porterà a casa uno dei cinque Oscar vinti dal film), la Jackson va via sbattendo la porta. Arrivano Shelley Hack (Tiffany Welles) e poi, nella quinta e ultima stagione, la modella Tanya Roberts (Julie Rogers).

Il volo televisivo degli angeli e la loro TV sballonzolante si chiudono nel giugno dell’81. Negli anni zero arriveranno i due film revival con Cameron Diaz, Drew Barrymore e Lucy Liu, a compimento del principio delle tre supervallette. Nel secondo, Charlie’s Angels – Più che mai (Charlie’s Angels: Full Throttle), John Forsythe dà per l’ultima volta la voce a Charlie, prima di ritirarsi a vita privata.

L’anno prossimo sarà già tempo per il remake del remake, il nuovo Charlie’s Angels per il cinema con Kristen Stewart, Naomi Scott ed Ella Balinska. Regia di Elizabeth Banks, che sarà anche uno dei due Bosley del film, insieme a Patrick Stewart. Anche gli angeli mangiano fagioli, in compagnia del professor Xavier.

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