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Il canadese Howard Leeds ha fatto tante cose nella sua lunga carriera di produttore. Il mio amico Arnold e il suo spin-off L’albero delle mele, ad esempio, o la serie pensata per far rosicare i bambini di mezzo mondo, Il mio amico Ricky (maledetto ragazzino plutocrate). Arrivati a metà anni Ottanta, Leeds ha 66 primavere e ancora tanta voglia di fare. Gli gira per la testa da tempo questa idea di una sitcom fantascientifica in cui un piccolo robot assume progressivamente tratti e vizi umani. Una versione per bambini, in pratica, di quanto aveva già fatto vent’anni prima con My Living Doll, sfigata serie del ’64 su una sexy ginoide interpretata da Julie Newmar, la Catwoman del Batman televisivo.
Leeds vende l’idea alla Metromedia, società partita alla conquista del mercato syndication: 13 episodi per la miseria di 300mila dollari l’uno. Con quell’equivalente hollywoodiano di un secchio di lupini, Leeds mette così in piedi Small Wonder (da noi Super Vicki). La storia di un inventore che crea il robottino V.I.C.I. (Voice Input Child Identicant, pronunciato Vicki) e lo fa passare per un membro della famiglia, anche se la vicina ficcanaso insopportabile rischia di far saltare fuori la cosa a ogni puntata. Va avanti per quattro anni e 96 episodi, Super Vicki, tra una comparsata di Jesse Ventura e trame destinate a diventare meme e simbolo di weirdness tipicamente anni 80 in quella diavoleria del futuro chiamata Internet. Vicki con una lampadina accesa in bocca, per dire. O Vicki che insegna al fratello e a un suo amico “come si fuma”.
E quelli imparano. Il concetto tutto anni 80 dello spiegare ai ragazzi che le sigarette fanno male, facendo fumare dei loro coetanei sullo schermo per mezz’ora. Tra una risata per il fumo che esce dalle orecchie a Vicki e l’altra. Ma i ragazzini degli anni 80 la adoravano, Super Vicki, e non solo loro. Negli USA andava forte anche tra gli appassionati di fantascienza, comunque entusiasti del vedere un prodotto mainstream basato su un robot. Star Trek: The Next Generation sarebbe arrivata ad eccitare tubi catodici e cuori nerd solo due anni dopo, bisognava pur passare il tempo.
Tanto che ad ammazzare la serie, lasciandola priva di un finale, è stato più che altro il fatto che Tiffany Brissette stesse ormai crescendo. E che le varie compagnie che si spartivano a quel punto la torta, tra cui la Fox, litigassero sul da farsi come condomini anziani bucapalloni. Small Wonder terminò di meravigliare il suo pubblico nell’89, agli sgoccioli dell’era reaganiana.
Leeds se ne andò in pensione, godendosi la sua vita a Los Angeles fino allo scorso anno, quando ha salutato tutti alle soglie dei 98 anni. Tiffany Brissette, come molti ragazzini prodigio, ha smesso di recitare presto, nel ’91. Oggi fa l’infermiera in Colorado. Jerry Supiran, che nella serie era il fratello adottivo di Vicki (no, Jamie Lawson NON era un giovane Billy Corgan), qualche anno fa è finito letteralmente sotto i ponti, a causa di un consulente finanziario che gli ha fatto bruciare quasi mezzo milione di dollari e di una spogliarellista frequentata quando aveva 18 anni, che ha portato via il resto. Ma oggi le cose vanno meglio per lui, fortunatamente. Anche se non è il leader degli Smashing Pumpkins.
E visto che la scorsa settimana l’immagine felice che tanti di voi avevano della serie ALF è stata distrutta da quella brutta storia di gente che voleva strangolare il pupazzo protagonista tra una ripresa e l’altra, questa volta invece… no, niente, anche dietro le quinte di Super Vicki le cose non è che andassero granché bene in quanto a frustrazione. Immaginate innanzitutto una bambina attrice di talento che sa cantare, ballare e andare a cavallo, ma che per 96 puntate deve fare il robot privo di espressioni. Senza mai cambiare abito.
Tiffany Brissette doveva mordersi di continuo l’interno delle guance per non scoppiare a ridere, oltre a sopportare massacranti sessioni di green screen per gli effetti speciali. Ogni volta che Vicki sollevava un frigorifero o faceva girare la testa come una trottola, erano necessarie estenuanti riprese apposite, nel verde dipinto di verde degli effetti artigianali anni 80. Una volta la piccola attrice rischiò di soffocare per una calza verde che le avevano infilato sulla testa: ci pensò sua madre a far rinsavire la troupe, probabilmente a borsettate. A proposito della qual cosa: i membri del cast andavano d’accordo tra loro, ma proprio i genitori rappresentavano un problema, perché litigavano in continuazione, praticamente su tutto. Tanto che la produzione dovette assumere tre diversi tutor di formazione per i bambini.
Quanto a questi ultimi, c’era Lou a terrorizzarli.
Lou Carry era un cinquantenne di piccola statura che sul set faceva un po’ di tutto. C’erano pochi soldi per produrre lo show, e così Lou era sia la controfigura per gli attori bambini, quando serviva, sia l’uomo che durante le prove segnalava ai giovani interpreti quando fermarsi dopo una battuta. Rideva per indicare che lì era necessaria una piccola pausa per lasciare spazio alla risata del pubblico in studio durante le riprese. Rideva forte, Lou. Nel buio. AH AH AH AH. Mettici una tenda rossa ed eccoti Twin Peaks con qualche anno di anticipo.
A mettere una accanto all’altra le pagine web in cui Small Wonder viene definita “la peggior sitcom di sempre” si arriva probabilmente su Ganimede. Sì, per gli standard odierni è chiaramente una serie banale, ma in fondo non più di tante sitcom per bambini che girano sui canali tematici. Questa, almeno, era super bizzarra, nel suo essere una sorta di Arale live action che faceva fumare dei ragazzini delle elementari.
(Sempre meglio comunque di quello stronzetto ricco di Ricky e del suo dannato treno domestico, eh).
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