Al terzo episodio, Philip K. Dick’s Electric Dreams centra il suo primo adattamento di pregio: The Commuter è basato sull’omonimo racconto di Philip Dick (noto in italiano come Il pendolare) uscito su Amazing Stories nel 1953, apparentemente tagliato su misura per una puntata di The Twilight Zone; a tal proposito, è inevitabile ripensare a un celebre episodio di Rod Serling, A Stop at Willoughby, che sembra trarre ispirazione proprio dalla storia dickiana… ma ovviamente potrebbe essere solo una coincidenza, per quanto curiosa.
Le atmosfere della “zona crepuscolare” sono ben percepibili in The Commuter, che gioca sul medesimo contrasto fra la banale quotidianità e la sua distorsione fantastica, con l’effetto di straniamento che ne consegue: ci troviamo infatti nel nostro presente, in Inghilterra, dove il tranquillo Ed Jacobson (Timothy Spall) lavora come impiegato in una piccola stazione ferroviaria. Una misteriosa pendolare chiamata Linda (Tuppence Middleton) si presenta due volte allo sportello per comprare un biglietto del treno, ma la sua destinazione – Macon Heights – non esiste, e la viaggiatrice scompare non appena le viene rivelato questo piccolo dettaglio. Ed decide di indagare: prende il treno indicato da Linda e scopre che, a metà fra due stazioni, esso rallenta per consentire ad alcuni passeggeri di scendere a terra. Nella brughiera, parzialmente nascosta dalla nebbia, si estende la cittadina di Macon Heights, dove la vita sembra perfetta e tutti paiono felici, come in una cartolina promozionale degli anni Cinquanta. Tornato a casa, Ed si interroga sulla natura di questo posto, e scopre che la sua esistenza è improvvisamente cambiata: suo figlio Sam (Anthony Boyle), ragazzo che soffre di violenti attacchi psicotici, non c’è più, non è mai nato, e lui vive felicemente con sua moglie Mary (Rebecca Manley). Ma Ed ricorda bene i momenti felici vissuti con Sam, e non è disposto a sacrificare suo figlio… nemmeno per le promesse allettanti di Linda e di Macon Heights.
Lo sceneggiatore Jack Thorne (Skins, Non buttiamoci giù) compie un’operazione che per certi aspetti riecheggia quelle precedenti, ma con una differenza: pur deviando dal racconto di Philip Dick, egli riesce ad arricchirne la sostanza emotiva, attribuendo una vera caratterizzazione a Ed Jacobson e alla sua vita privata. La pendolare del titolo diventa quindi una sorta di Mefistofele che mette il protagonista di fronte a una scelta, laddove invece, nella storia originale, la manipolazione della realtà era completamente svincolata dai desideri di Ed, avvicinandosi di più al retaggio fantascientifico dei paradossi temporali. A trionfare è la semplice, tenera “normalità” del nostro eroe, lontanissimo dai volti accattivanti dei primi due episodi: come in molte storie dickiane e in varie puntate di The Twilight Zone, si ripropone qui il topos narrativo del middle man alle prese con un mistero più grande di lui, dove la sua verità interiore viene messa alla prova.
The Commuter mette in scena questo conflitto con delicatezza, focalizzandosi sulla costruzione del “piccolo mondo” del protagonista (esemplare la scena iniziale dove recupera una bustina di tè dalla spazzatura per servirla al collega) che non è necessariamente gradevole, ma possiede sempre una fortissima umanità, anche grazie all’ottima interpretazione di Timothy Spall. Nella sua parabola c’è l’amarezza dolente di un genitore che accetta le proprie responsabilità, anche di fronte a un futuro cupo e doloroso, ma il culmine di questo percorso è un finale secco, quasi tronco, in contrasto con la dolcezza dei ricordi che spingono Ed a rifiutare l’utopia di Macon Heights. D’altra parte, la cittadina si presenta come un paradiso illusorio, dove gli abitanti sono condannati a ripetere sempre le stesse azioni (la cameriera con le sue torte, i fidanzatini felici che abbracciano tutti…) e sviluppano una vera e propria dipendenza da quell’illusione, estraniandosi completamente dalla realtà; peccato che le migliori idee visive per rappresentare questo concetto – come i palazzi ridotti a semplici facciate, senza profondità – siano relegati a pochissime inquadrature, seppure ben posizionate nel climax narrativo della vicenda.
Si tratta indubbiamente del miglior episodio tra quelli visti finora, l’unico che aggiunge davvero qualcosa di significativo al testo originale, pur allontanandosi dalle sfumature di Philip Dick: in questo adattamento, infatti, non c’è spazio per l’inaffidabilità della memoria (la cui certezza, anzi, è data per scontata) o per l’ambiguità del reale, poiché la separazione tra i due “livelli” è molto netta e non genera mai confusione. L’episodio, però, trova una sua dimensione psico-emotiva che non svilisce l’opera dickiana, ma ne costituisce un’alternativa ideale.
Voto: ★★★★
– La recensione di The Hood Maker, primo episodio di Philip K. Dick’s Electric Dreams
– La recensione di Impossible Planet, secondo episodio di Philip K. Dick’s Electric Dreams
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