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Philip K. Dick’s Electric Dreams – Il Pianeta Impossibile diventa un melò metafisico: la recensione

Pubblicato il 28 settembre 2017 di Lorenzo Pedrazzi

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Il secondo episodio di Philip K. Dick’s Electric Dreams recupera un racconto del 1953, pubblicato dallo scrittore americano sulla rivista Imagination nell’ottobre di quell’anno. Anche stavolta si tratta di una storia molto coincisa ed essenziale, la cui narrazione asciutta ha evidentemente messo in difficoltà lo sceneggiatore e regista David Farr (The Night Manager), che ne rielabora l’assunto iniziale per condurlo in una direzione nuova, ben lontana dalla poetica di Philip Dick.

Ci troviamo in un futuro molto lontano, dove la Terra non esiste più e l’umanità ha colonizzato lo spazio. Brian Norton (Jack Reynor) e Ed Andrews (Benedict Wong) lavorano per una società di turismo spaziale, e accompagnano i viaggiatori alla scoperta delle meraviglie del cosmo a bordo di un’astronave panoramica, la Dreamweaver 9, dalla quale manipolano le immagini esterne per renderle più spettacolari. Al termine di una giornata di lavoro, Norton si prepara a tornare a casa dalla fidanzata Barbara (Georgina Campbell), donna pretenziosa che non vede l’ora di trasferirsi su Primo Central, non appena Brian otterrà una promozione. C’è però un’anziana donna che bussa alla porta dell’ufficio: si chiama Irma Louise Gordon (Geraldine Chaplin), è sorda e si fa accompagnare da un assistente robotico. La donna vuole ardentemente visitare la Terra, memore delle descrizioni paradisiache di sua nonna, e offre ai due uomini una grande quantità di denaro – pari a cinque anni di retribuzione – per portarla laggiù. Il pianeta è andato distrutto molti anni prima, ma Andrews è attratto dalla cifra promessa, e tenta di convincere Norton a elaborare uno stratagemma: cercheranno un pianeta simile alla Terra e faranno credere a Irma che sia l’originale. A Norton l’idea non piace, ma accetta l’inganno perché scopre che la promozione gli è stata rifiutata, e Barbara è in collera con lui. La Dreamweaver 9 parte quindi per Emphor III, pianeta disabitato e radioattivo che però condivide alcune caratteristiche con la vecchia Terra. Durante il viaggio, Norton sviluppa una strana affezione nei confronti di Irma, che sogna di nuotare in un lago della Carolina come facevano suo nonno e sua nonna: questo legame non è casuale, dato che Brian è praticamente identico al nonno dell’anziana donna…

Impossible Planet adotta la medesima strategia di The Hood Maker e di molti adattamenti cinematografici dell’opera dickiana: conserva l’idea di base e aggiunge elementi più appetibili per un pubblico abituato ai blockbuster, alle distinzioni manichee e al cinema romantico. In questo caso, David Farr elimina il colpo di scena in stile Pianeta delle scimmie, assegna il ruolo di protagonista a Norton (il meno “sgradevole” della coppia) e incorpora una storia d’amore che sfocia nel melò. Le ambizioni metafisiche di Farr sono però ostacolate da una sceneggiatura sfilacciata, priva di sufficienti rimandi interni che giustifichino la coincidenza tra Norton e il nonno di Irma, e quindi l’idillio finale su Emphor III. Il risultato è un pastiche abbastanza confuso, dove la fantascienza e il trascendente non stabiliscono mai un vero e proprio dialogo: i riferimenti (altissimi) sfiorano 2001: Odissea nello spazio e soprattutto Solaris, nella misura in cui il pianeta dà corpo a memorie represse che si manifestano davanti agli occhi di Norton, seppure l’illusione sia tutta nella sua mente e – si presume – post mortem. L’effetto è però stucchevolmente new age, più che lirico o metafisico. La piatta interpretazione di Jack Reynor non dà spessore a un personaggio che vive il conflitto tra passato e presente nei volti di due donne completamente diverse, per età e disponibilità affettiva: lo sguardo dell’attore si perde nel vuoto, incapace di trasmettere il disorientamento emotivo del protagonista.

Più interessante l’apparato visivo, seppur meno curato rispetto a The Hood Maker. L’estetica low-tech si addice bene all’atmosfera di Impossible Planet (dal robot RB29 ai comandi dell’astronave, tutto è improntato alla fantascienza retro-futuristica), mentre l’aspetto ridicolo e sgargiante dei turisti spaziali rievoca il gusto di Philip Dick per il grottesco, tipico di alcune delle sue opere più famose come Ubik. Si conferma però l’impressione che Dick sia oggetto di un grosso malinteso: le sue opere non sono affatto cinematografiche, non sono agevolmente “filmabili” secondo i canoni più commerciali (quelli che impongono azione, sentimento, personaggi con cui empatizzare), e l’adattamento innesca scelte narrative che ne snaturano l’essenza. Vedremo se i prossimi episodi di Electric Dreams ribadiranno o smentiranno questa sensazione.

Voto: ★★ 1/2

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