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17 febbraio 2017 • 16:00 • Scritto da Lorenzo Pedrazzi

Legion – La recensione del secondo episodio: Chapter 2

Il secondo episodio di Legion si svolge quasi interamente nella psiche di David, proseguendo nella decostruzione dei tòpoi supereroistici.
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Un noto cliché ci ricorda che il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista, ma lo stesso discorso vale anche per le serie tv: ebbene, Legion supera ampiamente il test, grazie a un episodio che prosegue nella decostruzione dei tòpoi supereroistici, riuscendo a dire molte cose senza raccontare (quasi) nulla…

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La narrazione si conferma frammentaria, come sono spesso i ricordi e i sogni. David (Dan Stevens) viene condotto da Syd Barrett (Rachel Keller) e da Melanie Bird (Jean Smart) presso la tenuta di Summerland, un istituto dove quest’ultima accoglie i mutanti per addestrarli nell’utilizzo dei loro poteri: i lettori dei fumetti non potranno fare a meno di pensare alla Scuola per Giovani Dotati di Charles Xavier, padre biologico di David negli albi Marvel. Comunque, David inizia l’addestramento con Melanie e Ptonomy (Jeremie Harris), un mutante che ha il potere di leggere la memoria altrui. Grazie alla sua abilità, torniamo indietro nel tempo per rivisitare i ricordi di David, alcuni già noti e altri inediti: inizialmente l’atmosfera è serena – vediamo il protagonista da bambino insieme a sua madre e sua sorella – ma in seguito Ptonomy lo riporta a un momento ben più delicato, che fa scattare in lui una reazione violenta. David rivede se stesso nella sua cameretta, mentre suo padre – di cui non riesce a scorgere il volto – gli legge un inquietante libro per l’infanzia intitolato The Angriest Boy in the World, storia di un bambino che rifiuta di ascoltare sua madre e la uccide brutalmente. Quel libro, con i suoi disegni semplici ma disturbanti, lo perseguita tuttora, ma lui non sa spiegarsi il perché.

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Le tracce del suo passato si rivelano progressivamente davanti agli occhi di Ptonomy e Melanie. Assistiamo, ad esempio, agli incontri fra David e il suo vecchio psichiatra, con cui parla della sua ex fidanzata Philly e delle scorribande con Lenny Busker (Aubrey Plaza) per vendere una cucina in cambio di droga. È in quel momento che sono cominciate le apparizioni del misterioso Demone dagli Occhi Gialli. Il nostro eroe lo rivede nel corso di una risonanza magnetica cui viene sottoposto dal Dr. Cary Loudermilk (Bill Irwin), proprio mentre percepisce la voce di sua sorella Amy (Katie Aselton) che lo sta cercando all’ospedale psichiatrico; David, infatti, ha imparato a isolare le numerose voci che sente nella sua testa, e comincia a padroneggiare la telepatia. Una donna alla reception dell’ospedale sostiene che non ci sia mai stato nessun paziente chiamato David Haller: frustrata e spaventata, Amy fa per andarsene, ma viene fermata dall’Occhio (Mackenzie Gray), che la rapisce e sembra intenzionato a estorcerle tutto ciò che sa. David assiste alla scena e, non potendo uscire dalla macchina per la risonanza magnetica, riesce a teletrasportarla fuori dall’istituto, liberandosi. È intenzionato a correre in soccorso di sua sorella, ma Syd lo convince a restare: se imparerà a gestire i suoi poteri, avrà molte più possibilità di salvarla.

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Ancora una volta, come si nota da questa sintesi della trama, Noah Hawley parcellizza il racconto in visioni e suggestioni dai contorni indefiniti, poiché non è quasi mai possibile stabilire se una determinata scena appartenga al reame del sogno, della memoria o dell’allucinazione. Chapter 2, di fatto, conferma la natura puramente “mentale” di Legion, dove il labirinto dei processi cognitivi vale più dell’azione concreta, e la costruzione psicologica ha la precedenza sullo spettacolo visivo. Succede ben poco nell’episodio in questione (l’unico sviluppo narrativo importante è il rapimento di Amy, che peraltro avviene alla fine), ma Hawley riesce a risolvere l’intera sceneggiatura nei territori della memoria, addensando nugoli di spettri intorno al povero David e costringendolo ad affrontare quei traumi che non ha mai esorcizzato.

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Questa sorta di astrazione dalla realtà sovverte i codici principali del genere supereroistico, dove l’azione effettiva – sia in termini di conflitto sia in termini di ricerca – è spesso il punto focale della trama. In Legion, invece, conta il percorso mentale di un antieroe che prima deve fare i conti con i propri demoni, e soltanto dopo – forse – potrà sfidare le minacce del mondo esterno. Lo stesso rapporto con Syd resta paralizzato e “castrato” dall’impossibilità di toccarla, e questo è vieppiù paradossale se consideriamo che entrambi hanno bisogno l’uno dell’altra per uscire dalla prigione in cui si sono barricati: Hawley riesce così a trasmetterci l’esigenza di una relazione nata dalla solitudine, dal desidero di solidarietà fra reietti, e lo fa senza mai essere didascalico. Lo sceneggiatore dimostra di rispettare l’intelligenza del pubblico, quindi non si ferma per elargire spiegazioni, non torna indietro per ricapitolare gli eventi; al contrario, stimola il fruitore a usare la testa, a fare da solo i propri collegamenti e trarre le proprie conclusioni. Certo, non ci sono le soluzioni ardite del pilot (Chapter 2 è chiaramente una puntata transitoria), eppure la qualità media di uno show si nota proprio dai suoi episodi “normali”, di passaggio: alla luce di questo, Legion si conferma un prodotto ardito e imperdibile.

Voto: ★★★★

La recensione del primo episodio di Legion

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