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Bravi! Non solo avete colto il riferimento ma vi siete anche ricordati quale fosse la risposta corretta da dare. Avete superato la prova e conquistato la CHIAVE DI GIADA!
Ora parliamo del film e dei suoi riferimenti culturali.
Facciamo una premessa, non film c’è veramente di tutto e in una quantità tale che solo una visione su Blu-Ray, con tanto di fermo immagine fotogramma per fotogramma, permetterà un giorno di catalogare tutti i riferimenti presenti. Centinaia e centinaia di personaggi, veicoli, ambientazioni, loghi, magliette, poster, volantini, gadget tecnologici, affollano ogni immagine della pellicola, creando un vero o proprio tappeto pop che vi accompagnerà dall’inizio alle fine della storia.
Coglierli tutti non è importante per fruire il film, che resta un’opera di grande intrattenimento al suo primo livello di lettura e di grandiosa sperimentazione, al suo livello più profondo, ma è quasi ovvio dire che avere una buona infarinatura della mitologia su cui prima Cline, e poi Spielberg, si sono basati per creare la loro storia, vi farà godere parecchio di più.
I videogioco anni ‘80? Ce n’è di ogni, compresa una misconosciuta console Colecovision, un lettore per floppy disc del Commodore 64, alcune vecchie glorie dell’Atari 2600. La musica anni ‘80? Basta dare un’occhiata alla colonna sonora ufficiale. Doom? C’è un intero pianeta dedicato a lui. Gli anime? Se Akira e il più spettacolare Gundam mai visto a schermo non vi bastano, c’è molto di più. Halo, Overwatch e un esercito di titoli moderni? Li troverete con la pala. Chucky e Freddy Kruger? Presenti. Dungeons & Dragons? Ovviamente! Il tirannosauro di Jurassik Park con tanto d’inseguimento all’automobile di turno? C’è. Il miglior Kong dai tempi di Jackson? Pure. Riferimenti come se piovessero a Tron? Ovviamente. Shining? Non lo avete mai visto in questa maniera. E poi, ovviamente, Il Gigante di Ferro, capolavoro dell’animazione che non ha trovato il giusto successo e che qui ha un ruolo enorme. Oltre a questi, mille, mille altri. E quando dico mille e mille, sto minimizzando.
Ma non è solo questo. Perché il film non si limita a sbattere sullo schermo dei pupazzi ma gioca anche in maniera più sottile con le riprese, il tono di certe scene e gli effetti sonori. Tanti sono i rimandi nelle inquadrature alla cinematografia degli ultimi due secoli (con una particolare predilezione per la filmografia di John Hughes e l’auocitazionismo spielbergiano) e ancora di più i riferimenti impliciti. Un processo di post-post-modernismo assoluto che mette tutto in un frullatore alimentato a plutonio (rubato ai libici, ovviamente) e sminuzza alla massima velocità possibile per l’occhio umano, in un assalto ai sensi che non lascia tregua. Sul serio, Ready Player One è che una roba che fa apparire lo Scott Pilgrim vs. The World di Wright come un film moderato. La cosa bella, però, è che Spielberg fa tutto questo con naturalezza, senza mai risultare artefatto. Omaggia quello che deve omaggiare e nelle giusta maniera, ma non indugia mai per compiacere e trascendere nella pornografia porno-nerdica. Riesce, insomma, a gestire questo soverchiante calderone di citazioni in maniera elegante e personale, trasformandolo in qualcosa di diverso e nuovo.

Solo lui ci poteva riuscire. Solo lui c’è riuscito.
Andate all’END GAME.