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Bravi! Non riuscite a ricordarvelo perché non ci sono! Lolita non indossa mai quegli occhiali nel film. Appaiono solo nel materiale promozionale della pellicola e sul manifesto. Avete superato la prima prova e conquistato la CHIAVE DI BRONZO.
Ora parliamo del film, però.
In termini cinematografici, con Ready Player One, Steven Spielberg ritorna a ragionare sul concetto di “film per ragazzi con qualcosa di più”. A dire la verità, sembrerebbe quasi che il regista non abbia fatto altro nella sua vita ma questo dipende dai molti titoli che Spielberg ha prodotto mentre, come autore, la verità è ben diversa. Perché se è indubbio che Spielberg, come pochi altri, è capace di fare pellicole che piacciono a tutti e a qualsiasi età, è pure vero che sono pochi i suoi film pensati espressamente per un pubblico giovane. Prendiamo la trilogia di Indiana Jones, per esempio. Sono chiaramente film in grado di far impazzire qualsiasi ragazzino ma non propriamente delle pellicole per ragazzi: il protagonista è un adulto che fa cose da adulto, ci sono molte scene di violenza e tanti ammazzamenti (alcuni parecchio brutali) e non ci sono gli elementi tipici del racconto “coming of age”, cioè di quella narrativa che si concentra sul diventare grandi (tema portante di tutto il racconto rivolto ai più giovani). In questo senso, di film espressamente ascrivibili al genere young adult, Spielberg ne ha diretti pochi: il già citato E.T., L’Impero del Sole, Hook, Jurassic Park (anche se appartiene alla categoria solo parzialmente), Intelligenza Artificiale. Il resto della sua produzione si divide in film di grande intrattenimento e spettacolarità e in pellicole più mature, complesse e, talvolta, controverse. Ready Player One è sicuramente un film di intrattenimento, molto, molto spettacolare, ma la sua ragion d’essere risiede, in primo luogo, in quella del racconto di formazione. Il protagonista è un giovane, i suoi amici sono giovani come lui, il “mondo dei grandi” è complesso, compromesso, squallido e pieno di insidie. I “vecchi” che si parano davanti ai nostri eroi, sono per la maggior parte, delle figure negative (con solo un paio di eccezioni) e il centro della narrazione è tutto concentrato sul conflitto tra lo spirito giovanile, ancora puro e pieno di ideali contro quello degli adulti, meschino e corrotto. In questo senso, la narrazione è manichea e non ammette particolari sfumature o raffinatezze. Ma è sul linguaggio che il regista compie il suo miracolo. Perché Steven Spielberg, a settantuno anni suonati, è ancora il più dirompente e visionario regista sulla piazza e ce lo ricorda infilando alcune delle sequenze più spettacolari, folli, complesse (anche solo da immaginare) e meglio realizzate di sempre in una architettura complessiva semplice ma sempre funzionale e dal grande ritmo.
Il film è lungo ma non pesa, ti fa divertire, ha un bel messaggio di fondo, lascia con la bocca aperta per le trovate visive, per la soverchiante ricchezza visiva e per il coraggio che ci è voluto per metterla in scena. In termini semplici, RPO è il blockbuster “puro”, meglio pensato e meglio girato degli ultimi quindici anni e già questo basterebbe per catalogarlo nella categoria “classici immediati.

Ma il bello è che questa è solo la superficie.
Perché dentro a questo meraviglioso giocattolo, Steven Spielberg riesce a innestare una riflessione sul senso del cinema e sul suo futuro che lascia senza parole.

Più o meno alla metà della pellicola, infatti, Spielberg si appropria dei concetti base di Ernest Cline e li declina alle sue passioni invece che a quelle dello scrittore. E se Cline faceva entrare i suoi personaggi e i suoi lettori nei meccanismi videoludici, scombinandone la visione, Spielberg fa lo stesso con i film. Con un film specifico, a dirla tutta. Diretto da uno dei più grandi registi di sempre, Stanley Kubrick. La pellicola in questione è Shining e i protagonisti del RPO cinematografico vivono l’esperienza di entrare nel film e di viverlo in prima persona. Ma non stiamo parlando di una semplice ricostruzione digitale del set dell’Overlook Hotel, stiamo parlando dell’utilizzo del girato originale, con la grana originale della pellicola, con i personaggi digitali integrati dentro e nuove riprese ottenute in originale. Una tecnica già in parte sperimentata (con pieno profitto) da Robert Zemeckis in Ritorno al Futuro II e Forrest Gump, qui portata ai massimi livelli grazie alla tecnologia attuale. Spielberg che gioca con il cinema ricordandoci che è materia viva e mutabile, sempre e che nessuno è sacro o intoccabile, nemmeno Kubrick. Il risultato sono dieci minuti di pura, giocosa, irriverente, geniale, provocazione artistica che vi lascerà a bocca aperta e darà di che parlare ai critici accademici di tutto mondo. E, tutto questo, in un film “per ragazzi”.
Insomma, mettete da parte ogni pregiudizio possibile e guardate questo film.

Passate direttamente all’END GAME.