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Forse, se Emilia Clarke non fosse la sciagura per il mondo del cinema che è, questo Solo: A Star Wars Story sarebbe un film migliore. Perché una parte importante del dramma e del piano emotivo della pellicola è affidato al suo personaggio, e visto che lei non sembra capace di andare oltre a una generica espressione neutra indipendentemente dai sentimenti che dovrebbe passare allo spettatore, è chiaro che questo Solo: A Star Wars Story finisce per avere la stessa intensità drammatica di un bastoncino Findus.

Forse, se Alden Ehrenreich, avesse almeno un briciolo di carisma, a schermo non sembrerebbe una versione sfigata di Malcolm “Mal” Reynolds, o un’alternativa non divertente di Peter Quill, e di certo non Han Solo, anche conosciuto come uno dei personaggi più fighi di tutti i tempi.

Forse, se alla Disney si fossero ricordati che il segreto del successo di Han Solo risiede nel fatto che è un’affascinante canaglia dotata sì di un’indole buona, ma ricoperta di strati e strati di ironico disincanto, il film avrebbe avuto un minimo di senso in più. Perché non basta far dire al personaggio “sono un fuorilegge” se poi da fuorilegge non lo fai comportare mai e lo fai parlare e agire come il più noioso dei boy scout.

Forse, se si fosse dato più spazio a quei momenti che tutti i fan volevano vedere, quelli raccontati ma non mostrati dalle altre pellicole, l’intero film non sembrerebbe lo sbrigativo filler di una serie televisiva. Forse sarebbe stato bello dedicare più tempo all’incontro-scontro tra Han e Chewbecca.
Forse sarebbe stato bello vedere il loro rapporto crescere gradualmente e in maniera credibile, fino a prendere la forma di quell’amicizia assoluta che ci è stata mostrata nella trilogia originale.
Forse sarebbe stato bello scoprire che Han e Lando avevano una conoscenza più profonda e stratificata prima di sedersi a quel tavolo di Sabacc per giocarsi un bellissimo cargo corelliano.

Forse sarebbe stato bello avere una regia con un poco di polso e coraggio, e non facilmente adagiata sulle scelte più ovvie.

Forse sarebbe stato bello avere un comparto visivo più spettacolare.

Forse sarebbe stato bello avere un terzo atto degno e un conflitto finale con un minimo di senso e di dramma.

Forse sarebbe stato anche gradevole avere un comparto audio più incisivo.

Forse sarebbe stato bello se qualcuno (attenzione SPOILER) avesse detto che rendere Han Solo il principale artefice della nascita dell’Alleanza Ribelle, è una grossa e inutile cazzata.

Forse gli inside jokes per gli esperti della saga fanno piacere se poi c’è della sostanza a sostenerli.

Forse, della droide con il culone, innammorata e stereotipo dell’afro-americana, si sarebbe fatto volentieri a meno.

Forse, se anche solo la metà di questi “forse” si fosse avverata, questo Solo: A Star Wars Story somiglierebbe più a Rogue One e meno ad un episodio debole di Firefly.
Ma non è così.

La storia di Han Solo è questa e io posso solo decidere, consciamente, di dimenticarla.

La Forza non è più come me.
Peccato.