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Lawrence Kasdan, oltre a essere un bravo regista, è un magnifico sceneggiatore che ha scritto capolavori come I Predatori dell’Arca Perduta e che alla saga di Star Wars ha già dato molto con L’Impero Colpisce Ancora, Il Ritorno dello Jedi e Il Risveglio della Forza. Jon è suo figlio, anche lui sceneggiatore e regista, e qui coautore della sceneggiatura di Solo: A Star Wars Story.
Alla regia, Ron Howard, una granitica certezza hollywoodiana, un solido professionista molto influenzato dalla bontà dello script che ha a disposizione, capace di sfornare piccoli gioielli (Rush, tra i tanti) ma anche soporiferi polpettoni (uno qualsiasi dei film tratti da romanzi di Dan Brown, per fare un esempio recente). Howard è subentrato dietro la macchina da preso dopo l’allontanamento dei due registi scelti inizialmente, Phil Lord e Chris Miller (autori di quel gioiello di The LEGO Movie), licenziati perché – pare – avevano cominciato a dare un’impronta eccessivamente da commedia al film). Fotografia di Bradford Young, un talento che ha saputo mettersi in luce con Arrival di Denis Villeneuve. Montaggio dell’italianissimo e monumentale Pietro Scalia (il montatore preferito di Ridley Scott, tanto per dire). Musiche di John Powell, che non è John Williams ma nemmeno l’ultimo degli sprovveduti. Il comparto attoriale, invece, vuole il semi-sconosciuto Alden Ehrenreich nel ruolo che fu di Harrison Ford e la regina dei draghi televisivi Emilia Clarke, in quello della sua controparte femminile. Accanto a loro, il sempre eccellente Woody Harrelson e lo straordinario Donald Glover. Un comparto artistico e tecnico non da poco, insomma, a sostenere un film dalla storia produttiva travagliata e piena di false partenze e ripensamenti. Il risultato però non è per nulla disprezzabile perché la storia ha un ottimo ritmo per tutta la sua lunghezza con una successione di scene d’azione ben concatenate e con pochi ma ben costruiti momenti di pausa e di introspezione. Il personaggio di Han Solo viene introdotto e presentato più come un giovane scavezzacollo dal cuore doro che come la simpatica canaglia che noi più vecchi spettatori abbiamo imparato a conoscere e ad amare ma non è poi un grande problema perché questo film non è pensato per noi ma per un pubblico nuovo che non è cresciuto con il mito del contrabbandiere che ha fatto la rotta di Kessel in meno di dodici Parsec (a questo proposito, il film trova una divertente spiegazione per quell’assurdità fisico-astronomica che Lucas aveva raccontato nella prima pellicola della saga: i parsec sono proprio un’unità di lunghezza e Han non stava parlando di una unità di tempo ma proprio del fatto che aveva “accorciato la strada”).
Splendidi alcuni momenti inediti per la saga, come la bella scena di guerra di trincea (molto violenta e brutale per gli standard di Star Wars) e lo splendido assalto al treno che, per assurdo, ricorda da vicino una scena analoga vista nella serie televisiva di Firefly (creato da Whedon proprio con lo scopo di dare alla luce una sua versione di Han Solo). Molto interessanti anche i nuovi concept design di veicoli, armi, armature e droidi (anche se un paio sembrano essere stati presi di peso dal videogioco Destiny, che a sua volta si è sempre ispirato abbastanza apertamente a Star Wars).
Non così coinvolgenti, invece, i momenti di raccordo tra il passato dell’universo di Lucas e il presente. L’incontro tra Han e Chewbecca e la nascita della loro amicizia, per esempio, risolta in maniera piuttosto sbrigativa. O la partita a carte tra Han e Lando con il Millennium Falcon come posta in gioco, ugualmente liquidata in fretta. Momenti epici mai mostrati ma solo raccontati nei precedenti film e su cui ogni fan di Star Wars della vecchia scuola ha costruito un suo castello di aspettative che il film di Howard, anche per brevità, non può che in parte deludere. Ma è così importante, in fondo? Forse per me. Forse anche per un certo gruppo di persone che stanno leggendo questo pezzo. Ma non per la maggioranza delle persone, non per quel pubblico nuovo e fresco che la pellicola ha lo scopo di raggiungere. Sul fronte attoriale, possiamo dire che se Alden Ehrenreich non ha il carisma necessario non tanto per interpretare Han Solo e prendere il posto di Harrison Ford, quanto per essere il protagonista di un lungometraggio in genere, e che Emilia Clarke, dopo quasi aver ucciso la saga di Terminator, continua a rivelarsi un volto buono giusto per la televisione e gli spot di Dolce & Gabbana ma che dal grande schermo dovrebbe tenersi lontana, non possiamo che lodare, invece, la felicissima prova di Woody Harrelson e quella straordinaria di Glover che, in pochi attimi e battute, fa dimenticare il Lando originale.
Per il resto, ottimi i primi due atti, meno intenso il terzo, con un finale confuso e poco spettacolare ma apprezzabile il duello finale che ristabilisce il giusto ordine delle cose per quello che riguarda il “chi spara per primo”.
In conclusione, il film è una specie di versione più seriosa dei Guardiani della Galassia, è godibile per oltre due terzi, ha un bel ritmo, una sceneggiatura non offensiva, qualche battuta molto azzeccata, un tono ironico ma non comico, abbastanza intenso quando deve (ma mai troppo), con alcune belle interpretazioni.
Visto tutti i problemi che ha avuto, poteva andare molto peggio.