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“Permette al possessore di realizzare qualsiasi desiderio, anche se questo è in contraddizione con le leggi scientifiche. Le sue potenzialità sono direttamente proporzionali alla capacità del possessore di controllarla.”

In termini semplici, Avengers: Infinity War mi costringe a riscrivere la mia realtà.
Fino alla visone del film, ero piuttosto critico sull’approccio complessivo di Feige al medium cinematografico perché lo trovavo mediocre, standardizzante, poco ambizioso, più attento a far quadrare i conti che a consegnare qualcosa di realmente significativo alla storia del cinema di intrattenimento. 
Oggi, alla luce di questa pellicola, devo rivedere completamente il mio punto di vista. Continuo a non apprezzare o non rimanere particolarmente impressionato dalla maggior parte delle pellicole firmate MS (diciamo che porto nel cuore solamente il terzo Iron Man, il secondo Cap e il primo Guardiani), ma oggi non posso negare che ognuna di esse (tranne una, l’unica che non viene coinvolta in questo Infinity War) ha un suo senso e una sua ragion d’essere e che faccia parte di un quadro complessivo straordinario e unico. Il capolavoro non è la singola opera dei Marvel Studios, ma tutte le pellicole nel suo complesso, che creano un affresco senza precedenti (e di difficile emulazione, come ben sanno in casa Warner/DC e Universal). E questo affresco trova la sua compiutezza e la sua luce solo in funzione di questo Avengers: Infinity War, che diventa summa e apice del tutto, segnando per sempre la storia del linguaggio cinematografico. C’è un prima e un dopo, Avengers: Infinity War. E io non vedo l’ora di vedere il dopo.