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Il meglio (ma anche il peggio) di Netflix secondo la redazione e i collaboratori di ScreenWEEK.it.

ALESSANDRO “DOC MANHATTAN” APREDA

Sono finito dentro Netflix, con tutte le scarpe, praticamente subito. Avevano Daredevil, era vincere facile. Le piattaforme di streaming hanno modificato completamente il mio modo di fruizione dei telefilm. Per il binge-watching che parte non quando lo decidi te, ma il giorno prefissato di uscita. Per il recupero di vecchie serie, che ho già visto ma che non gliela dai una seconda occhiata, per affetto? Per cataloghi sterminati in cui passi quasi altrettanto tempo a scegliere cosa guardare, poi si fa una certa e ok, me lo guardo un’altra volta. È quasi come se, cambiando tempi e modalità di visione, fosse una forma d’intrattenimento diversa; tanto che le serie che escono su Netflix con il vecchio formato, un episodio a settimana, mi fanno strano. Molto strano.

: BoJack Horseman. Senza pensarci su neanche mezzo secondo. Uno dei più grandi meriti di Netflix è quello di aver creduto nell’idea folle di Raphael Bob-Waksberg e aver permesso a lui e al suo team di portarla avanti praticamente senza metterci mai becco.

NO: Praticamente il 99% dei film originali Netflix. Perché ripescare dei progetti arenati da qualche parte a Hollywoo(d) perché non solidissimi, per usare un eufemismone, ti aiuta a riempire il catalogo, ma i risultati sono spesso e malvolentieri quelli che sono. Fortuna che ci sono le serie e gli anime.

LUIGI TOTO

Da quando ha debuttato nel panorama internazionale, Netflix ha cambiato il modo di fare serialità e sicuramente ha dettato nuove regole. Le serie tv sono sempre state pensate in modo da poter tenere incollato lo spettatore davanti allo schermo con un appuntamento settimanale. Il colosso dello streaming ha cambiato questo modo di vedere le cose, espandendo e – ufficializzando – il concetto di binge-watching. Una serie può essere divorata nella sua interezza nel corso di una maratona. Forse toglie l’attesa, forse reprime lo slow burn, ci sono tanti “forse” ma anche grandi certezze.

Netflix è in assoluto uno dei giocatori principali nella partita della golden age della serialità. Da quando è arrivato in Italia, ha portato il paese ad adattarsi, a respirare le serie tv, a capirne il vero potenziale. Netflix ha reso le serie tv più accessibili e, grazie al concetto di FOMO (Fear of Missing Out, ovvero la paura di essere lasciati fuori), ha creato un senso di condivisione. “Hai visto Breaking Bad su Netflix?” Non è più una domanda così assurda.

Serie preferita: Stranger Things

È l’esatto esempio di tutti i pregi di Netflix. È una serie che ha un concept sci-fi/sovrannaturale che si rifà ad un’attenta mitologia e che fa leva sulla nostalgia anni ’80 (forte concept di partenza). È uno show altamente serializzato, quindi un episodio è una diretta conseguenza di quello precedente. In pieno stile Netflix, ogni stagione è un lungo film ad episodi (Binge Watching). E se nelle serie della broadcast television questo concetto esisteva già, sulla piattaforma streaming il tutto viene elevato all’ennesima potenza.
Stranger Things è anche uno show che induce lo spettatore a parlarne sui social. Netflix ha avuto il suo boom nel periodo in cui i social network sono diventati essenziali per poter condividere le proprie passioni. I social sono un organo vitale per il colosso dello streaming. (Potere Social e FOMO)
Con una cast corale molto forte, l’elemento nostalgia che fa leva sui classici, che ci riporta ai tempi de I Goonies, di E.T. e di tutti quei film che ci hanno cresciuti, Stranger Things è una serie che guarda al futuro riscoprendo il passato, fa un buon uso della sua trama orizzontale e, sopra ogni cosa, ha cuore.

La più grande delusione: Friends From College

Sulla falsariga (falsissima) di Friends e How I Met Your Mother, Friends From College parla di un gruppo di amici che si ritrova a vent’anni dalla laurea. Qui nascono triangoli amorosi, tradimenti e situazioni che dovrebbero essere divertenti. Il dovrebbe è d’obbligo, perché lo show è una grande delusione. Potenzialmente poteva essere la serie comedy di Netflix, poteva essere il suo Friends, il suo How I Met Your Mother, ma da questi due popolari show ha preso solo il concept iniziale. Realizzare una serie su un gruppo di amici funziona solo quando tra questi amici, e tra il cast, c’è chimica. Senza chimica non c’è ispirazione. Senza ispirazione non si creano dinamiche e senza dinamiche… arriva il fallimento.
La serie è stata rinnovata per una seconda stagione. Non sappiamo se correggerà i suoi errori, ha sicuramente bisogno di un completo restyling e di una diversa direzione creativa.

LORENZO PEDRAZZI

Il punto della situazione

Era il luglio del 2015 quando Netflix mise piede per la prima volta in Italia. Ovviamente il servizio non era ancora attivo, ma ci fu una presentazione stampa in un hotel del centro di Milano, dove ci mostrarono la versione inglese della piattaforma per darci un’idea di come funzionasse. Ricordo che cercai persino di farmi svelare la data di uscita di Jessica Jones da un dirigente dell’internazionale, ma fallii miseramente: le mie doti d’intelligence lasciano molto a desiderare. Comunque, tre mesi dopo mi ritrovai a intervistare Steven S. DeKnight per la prima stagione di Daredevil, e a partecipare a varie round table con i protagonisti di alcune serie Netflix, come Kristen Ritter, Carrie-Anne Moss, Will Arnett, Taylor Schilling, Daryl Hannah e Miguel Ángel Silvestre, giunti a Milano per il debutto ufficiale del servizio: il colosso dello streaming era ormai sbarcato in Italia, cominciando pian piano a erodere le vecchie abitudini di fruizione multimediale. E ora, a tre anni di distanza, cosa è cambiato? Molto, si potrebbe dire. Nonostante gli evidenti problemi di digital divide, Netflix è ormai diventata una presenza abituale anche nel nostro paese, e il suo radicamento va di pari passo con l’espansione delle produzioni italiane, sia tra i film sia tra le serie tv. Il catalogo è più ampio, ma sono cambiate anche le politiche produttive: ora Netflix realizza molti più titoli originali rispetto ad alcuni anni fa, e la qualità media ha subìto un inevitabile calo fisiologico, con conseguenti cancellazioni anche dopo una sola stagione. Al contempo, però, la diversificazione dell’offerta ha giovato al catalogo, portando anche in Italia tutta una serie di show e film che altrimenti sarebbero stati molto difficili da reperire: penso ad esempio a un gioiellino indie come The One I Love, a una chicca giapponese come Midnight Diner: Tokyo Stories, o ai numerosi spettacoli di stand-up comedian americani che è possibile vedere comodamente sottotitolati. Certo, l’ampliamento del catalogo e le crescenti ambizioni di Netflix hanno portato anche dei malumori (su tutti, la mancata distribuzione cinematografica di Annientamento nella maggior parte dei paesi del mondo), ma episodi del genere dimostrano quanto un’arte fondamentalmente tecnologica come il cinema non possa sottrarsi al turbine del cambiamento: al contrario, si adatta alle tecnologie che invadono la nostra quotidianità, trovando sempre nuovi sistemi per sopravvivere. La speranza è che gli “specchi neri” dei nostri dispositivi non sostituiscano mai del tutto il grande schermo, e che le due fruizioni restino affiancate l’una all’altra. La stessa Netflix, scegliendo di distribuire nelle sale due film come Sulla mia pelle e Roma, dimostra di averlo capito.

Serie e film preferiti

Ammetto di non aver visto molti film che possano considerarsi dei veri “Netflix Originals” (ovvero, distribuiti esclusivamente da Netflix in tutto il mondo), ma ricordo di essere rimasto abbastanza deluso da The Discovery: nutrivo alcune aspettative sul secondo film di Charlie McDowell, che però si è rivelato un semplice bigino della fantascienza indie americana, pur partendo da un ottimo soggetto. Mi sono divertito con The Babysitter, ho apprezzato Beasts of No Nation, Okja e Mute, ma il mio preferito è indubbiamente Roma di Alfonso Cuarón, che ho recensito dalla Mostra del Cinema di Venezia. È il film che permette a Netflix di compiere un definitivo salto di qualità, come dimostra la vittoria del Leone d’Oro: da questo momento, il servizio streaming può vantarsi di competere con i grandi studios anche nella stagione dei premi. Menzione speciale per The Ballad of Buster Scruggs dei Fratelli Coen, altro film visto a Venezia.

Sul fronte delle serie tv, il discorso si fa ancora più ampio. Netflix ne produce moltissime, e sia House of Cards sia The Crown le hanno già fruttato numerosi premi, ma le mie preferite restano Mindhunter, The Haunting of Hill House e Bojack Horseman. Con Mindhunter, Joe Penhall e David Fincher hanno stravolto il procedurale investigativo, risalendo alle origini scioccanti del male e della sua banalità; con The Haunting of Hill House, Mike Flanagan ha creato la prima grande serie horror del piccolo schermo, adottando un’intelligente costruzione narrativa che gli ha permesso di giustificare il sovrannaturale col dramma familiare, e viceversa; con Bojack Horseman, Raphael Bob-Waksberg ci ha regalato un capolavoro della cultura pop contemporanea, nonché una delle più intelligenti satire della società dello spettacolo, in grado di parlare sia alla testa che al cuore. Al contempo, però, non posso non citare Love, Unbreakable Kimmy Schmidt, The OA, Master of None, 13 Reasons Why, Daredevil, GLOW, Altered Carbon e American Vandal, tutte serie che ho apprezzato (se non amato) moltissimo. Sul fronte “oscuro” metto invece Gypsy, una delle peggiori serie prodotte da Netflix, nonostante la bravissima Naomi Watts.

MARCO LUCIO PAPALEO

Neanche me lo ricordavo quando ho attivato l’abbonamento a Netflix. Sono andato a controllare: era il 30 novembre 2015. Ho resistito appena un mesetto dall’arrivo in Italia. Non potevo esimermi: la scusa era il lavoro ma, in realtà, la curiosità (per non chiamarla “ingordigia seriale”) era tanta e di lì a poco il mio modo di fruire i contenuti multimediali domestici si è rivoluzionato. Perché al di là di tutti i proclami e le polemiche, la verità è che Netflix non sostituisce il cinema ma sicuramente cambia il tuo modo di usare la tv. Ed è successa la stessa cosa anche con gli altri membri della mia famiglia che ne usufruiscono e vivono la fiction in maniera più “rilassata” rispetto a me che devo essere per forza sempre aggiornato sulle novità. Non se ne esce: l’anno scorso ho regalato a mia suocera per Natale un oggetto che è un ponte tra passato e futuro… un lettore DVD/Blu-Ray che legge diversi formati video e naturalmente supporta le app dei vari Netflix, Infinity, Prime Video & co. Dopo aver colonizzato il salotto, anche la tv “minore” della cucina o della camera da letto è stata, con molto piacere, infettata dal temibile virus di Netflix. Perché sì, inevitabilmente, di tutte le funzioni, la più utilizzata è stata quella. Del resto il telecomando ha proprio un irresistibile tastino dedicato!

Personalmente ci sono tante cose che amo di Netflix: il costo contenuto, la solidità dell’architettura del sito e delle app (non c’è paragone con la concorrenza), gli abbinamenti alticci che “dato che hai visto L’attacco dei Giganti, ti proponiamo Friends” (true story!)… le seconde occasioni a show cancellati altrove (esempio più recente: Lucifer), i colpi di matto di proporre cose decisamente inusuali. Il darti molte serie, anche nuove, in vero binge watching ma con tutto il tempo necessario per poterle vedere e rivedere. Il portare nel nostro Paese cose che altrimenti non avremmo mai visto. Quanti anime e film orientali disponibili! Ma anche di recuperare tanta roba… (sì, sono uno di quelli che ha scoperto tardi Breaking Bad). Ho visto anche molti bei film e serie, sì. L’avete visto Hill House? Mi sta piacendo molto. Poi (ed è una cosa che adoro) il catalogo è pieno di guilty pleasures. Non vedo l’ora che inizi Sabrina: adoro il nuovo Riverdale e tutte le sue cafonate e l’idea di una versione horror mi fa impazzire già sulla carta. Su Netflix ci sono tante serie e film mediocri del genere “so bad it’s good”, roba trashissima, residuati fine anni ’90/inizi 2000 che a rivederli adesso sorridi come uno scemo.
Poi, devo ammettere, non è tutto oro quel che luccica: anche molte cose osannate da tanti. Ad esempio, trovo le serie Marvel/Netflix discretamente sciatte, anche le “meno peggio” come Daredevil o The Punisher. Hanno i loro punti di forza, tante debolezze… eppure non riesco a smettere di guardarle. Alla fine, sono un drogato di Netflix. Come tanti tra di voi.

MARLEN VAZZOLER

Premetto che Netflix lo uso poco, pochissimo, e in casa mia viene completamente snobbato. La nostra fortuna è che condividiamo l’account con degli amici. Non mi è mai piaciuto lo streaming e nemmeno questa piattaforma è riuscita a farmi cambiare idea, sia che provi a guardare qualcosa in televisione, sul computer e sul telefono.
Però devo dire che lo trovo alquanto pratico, e quando ho bisogno di ascoltare qualcosa in sottofondo parto con Friends, sebbene lo abbia in edizione home video, o al massimo ascolto dei concerti.

La mia serie originale Netflix preferita è Aggretsuko. Come non si può non amarla? Sarcasmo ed heavy metal all’ennesima potenza, certo non sarà ricordata in futuro per la sua qualità tecnica, ma è davvero un piccolo gioiello che riesce a mostrare in modo semplice e divertente i meccanismi della società lavorativa giapponese.

Non posso dire di avere un film originale Netflix preferito, perché quanto ho visto non mi è piaciuto. Quindi parlerò della mia seconda serie preferita: Devilman CryBaby dello studio Science Saru che conoscevo già grazie a degli amici, e quindi sapevo già cosa avrei dovuto aspettarmi per quel che concerne l’animazione. Questa rivisitazione moderna dell’opera di Nagai ti fa capire quanto questo manga sia senza tempo e ancora attuale e Masaaki Yuasa è riuscito a creare un’opera al passo con i tempi senza stravolgere la storia originale, servendosi in modo ingegnoso della società di oggi e dei social media.

Quindi passiamo alla mia più grande delusione: Bright. Nonostante la mia passione per diversi membri del cast artistico e tecnico, e per i generi rappresentati in questo mash-up diretto da David Ayer, mi sono annoiata tantissimo. Una storia ovvia e stra-prevedibile, con scene d’azione per nulla entusiasmanti (l’unica che si salva è quella della pompa di benzina), per me è stato un grande e cocente NO.