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TENET

Agosto 2020.
Pandemia globale. Tenet esce in alcune parti del mondo, tutte quelle dove le sale cinematografiche sono aperte e la situazione sanitaria e politica lo permette.
È l’undicesimo film di Christopher Nolan, il quarto che si scrive interamente da solo. Tutti, compreso questo, sono stati prodotti o coprodotti assieme alla moglie, Emma Thomas.
Un colossal sin dal suo concepimento che, data la situazione in cui si è trovato a uscire, si è caricato sulle spalle il peso aggiuntivo di dover essere anche “il salvatore del cinema mondiale”. O, almeno, di quel cinema che va visto in sala, prima di tutto. Una sala grande, possibilmente, con uno schermo enorme e un audio da farti vibrare le ossa, perché è così che il regista lo ha concepito: su pellicola da 70 mm e in IMAX. Poi, per carità, ognuno può scegliere di vederselo come gli pare, anche sullo schermo di uno smartphone quando arriverà su qualche piattaforma digitale, ma non è lo stesso. Non è per nulla lo stesso.
Ma a parte questi dettagli tecnici (che con Nolan diventano però elementi artistici e autoriali) il film com’è?
Dipende dal verso in cui vogliamo guardarlo.

Se lo guardiamo “per il dritto”, possiamo pensare che nel concepire la pellicola Nolan abbia fatto un ragionamento di questo tipo: “voglio fare un film di Bond ma la famiglia Broccoli e la Universal non accetteranno mai di farmene dirigere uno perché sono diventato troppo grosso, troppo autoriale per loro… allora me lo faccio da solo”.

Dovete capire che per certi autori nati in Inghilterra in certi anni, un film di James Bond non è solamente una pellicola d’azione come tante ma il simbolo d’orgoglio nazionale, la dimostrazione pratica che l’Impero Britannico non si è ancora del tutto arreso allo strapotere degli USA e di Hollywood, ma che è ancora capace di creare opere in grado di far sventolare l’Union Jack sull’immaginario globale. I film di Bond hanno ispirato, fatto sognare e riempito di orgoglio una generazione di futuri registi nati in Inghilterra tra la fine degli anni cinquanta e gli anni settanta, che oggi scalpitano per dirigerne uno. Tra questi, Danny Boyle e Christopher Nolan.
Solo che Boyle, a girare un vero Bond ci ha provato, e se lo è visto togliere di mano appena ha avuto l’assurda pretesa (secondo i produttori) di fare le cose alla sua maniera, Nolan, invece, non ci si è messo nemmeno. Lo ha capito al volo che lavorare con un personaggio del genere lo avrebbe esposto a ingerenze di tutti i tipi e che lui, di quelle ingerenze, se ne è liberato con la conclusione della trilogia dedicata a Batman. E allora, Tenet, che di James Bond ha tutto.
La cold opening?
C’è ed è spettacolare.
Una complessa trama spionistica?

Anche troppa.
La Guerra Fredda?
Gelata.
Lo spettro di una nuova guerra mondiale?
Quale spettro, c’è già stata ma nel futuro.
Il carismatico e un poco assurdo cattivo che vuole dominare-distruggere il mondo?
Uno straordinario Kenneth Branagh.
La bella in pericolo di turno?
La splendida Elizabeth Debicki (segnatevi il nome perché diventerà un nome grosso).
Q con la sua scena in laboratorio e la fornitura di gadget-armi fantascientifiche?
Non manca. È la brava Clémence Poésy e le armi che fornisce al protagonista, questa volta, sono davvero speciali.
Il capo dei servizi segreti M?
Sì, e ha la faccia di Michael Caine, uno che M dovrebbe esserlo davvero.
Il fido collega Felix Leiter?
Lo interpreta Robert Pattinson.
Le location esotiche o sperdute?
Andiamo dall’Ucraina alle spiagge del Vietnam. E a mille altri posti assurdi.
Il finale con l’esercito di commando che attacca la base segreta del cattivo?

Forse la madre di tutte le battaglie del genere.
Un eroe elegante, con indosso splendidi completi e orologi di lusso ma capace di essere anche brutale e spietato?
John David Washington è il Bond nero che da anni si vagheggia.
La struttura dello script, le svolte della trama, i colpi di scena, la conclusione… tutto, ma proprio tutto, ci dicono che stiamo assistendo ad un film di Bond con un nome diverso.
E nei film di Bond poco importa se la trama è troppo ingarbugliata o priva di senso, se certe soluzioni sono assurde o se, alla fine della storia, non tutti i conti tornino davvero. Quello che è realmente importante in una pellicola di 007 è che lo spettacolo sia assicurato.
E Tenet lo mette in banca quello spettacolo, consegnandoci un gioiello che non si ferma mai, bellissimo a vedersi, bellissimo a sentirsi (incredibile il lavoro fatto sul sound design) e che è capace di stupirci a ogni minuto. Quindi, se decidiamo di vederlo “dal dritto”, l’undicesimo film di Christopher Nolan è tra i più riusciti della sua carriera.
Oppure, possiamo vederlo “all’inverso”. Ossia inquadrare Tenet non come “un film di James Bond su cui Nolan ha appiccato i suoi temi astrusi per farlo apparire come qualcosa di diverso” ma pensare che il regista sia partito dalla volontà di esplorare quei “temi astrusi” e che abbia usato il formato del “film di James Bond” per rendere il suo film digeribile dal pubblico e commercialmente possibile. E, anche in questo caso, ha fatto centro. Perché pur maneggiando una materia densissima ed estremamente complessa, Nolan riesce a raccontarcela splendidamente, trasformando ogni concetto in immagini, mostrando tutto e non raccontando nulla. È una narrazione complessa? Certo.
È una narrazione incomprensibile? Per nulla. Anzi, a voler essere sinceri, è forse l’esposizione più cristallina che Nolan abbia mai fatto. Vale la pena stare ad analizzarla qui? No. Ci sono mille articoli di approfondimento che provano a spiegare la trama e le meccaniche di questo film (e che, in qualche caso, prendono anche sonore cantonate) e poi, la cosa più divertente di film del genere è proprio passare ore e ore a farci sopra complesse elucubrazioni con gli amici.
In conclusione, quindi, in qualsiasi verso si voglia decidere di guardare Tenet, ci si trova davanti ad un capolavoro. È uno straordinario film di puro intrattenimento da una parte e un altrettanto straordinario gioco intellettuale dall’altro. Un esempio di cosa e come il cinema possa essere, quando si esprime ai suoi massimi livelli.

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