Cinema Recensioni

Song Sung Blue è il biopic musicale della classe operaia

Craig Brewer adatta la formula del biopic musicale a un contesto nuovo, supportato dalle interpretazioni brillanti di Hugh Jackman e Kate Hudson.

Pubblicato il 07 gennaio 2026 di Lorenzo Pedrazzi

Se è vero che il biopic musicale è uno dei generi più codificati (e ripetitivi) del cinema contemporaneo, le sue variazioni destano un certo interesse per come tentano di reinterpretare la formula. Sia chiaro, Song Sung Blue non cambia la struttura di base, ma apprende da film come Rocket Man o Better Man l’onestà di un approccio che non edulcora la storia, aggiungendo inoltre una fondamentale novità: il contesto socio-economico in cui si svolgono le vicende dei protagonisti.

Mike Sardina – qui interpretato da Hugh Jackman – non era una superstar mondiale, non apparteneva all’olimpo della musica pop; piuttosto, era uno dei molti intrattenitori che animavano le serate della provincia americana, cantando in diversi gruppi e dedicandosi anche alle cover. Nel film, il regista Craig Brewer lo reimmagina come un imitatore di Don Ho, musicista hawaiano piuttosto noto tra gli anni Sessanta e Settanta. Una sera, stanco di esibirsi come qualcun altro, Mike lascia un incarico alla Wisconsin State Fair, ma resta ad ascoltare la performance di Claire Stingl (Kate Hudson), che imita Patsy Cline: è proprio Claire a notare la somiglianza tra Mike e Neil Diamond, suggerendogli di intraprendere quella strada. Il sodalizio romantico e professionale che ne deriva – i due si sposano nel 1994 – porta alla nascita dei Lightning and Thunder, tribute band dedicata al cantautore newyorkese, di grande successo con brani come Sweet Caroline, Solitary Man e l’eponima Song Sung Blue.

L’andamento narrativo non è così diverso dal solito. La prima esibizione in un bar per motociclisti è un disastro, ma successivamente le cose migliorano: il pubblico apprezza le loro doti musicali (e il fascino di Mike sul palcoscenico), portandoli ad aprire persino un concerto dei Pearl Jam a Milwaukee. I Lightning and Thunder restano però un fenomeno locale, che si affida a un tour operator dei casinò (Jim Belushi) per trovare nuovi ingaggi, quasi sempre in circuiti modesti; insomma, Mike e Claire rimangono due persone “normali”, alle prese con i classici problemi di una famiglia allargata (entrambi hanno figli da precedenti matrimoni). Di fondo, restano pur sempre un meccanico e una parrucchiera, ovvero i mestieri che svolgevano per sbarcare il lunario. Così, quando il dramma li colpisce, gli effetti sono ancora più gravi che altrove: l’incidente che coinvolge Claire li porta sull’orlo della bancarotta, e minaccia di distruggere il loro idillio familiare.

L’aspetto più significativo di Song Sung Blue risiede proprio in questo risvolto sociale. Partendo dall’omonimo documentario di Greg Kohs, Brewer applica la formula classica a un’ambientazione totalmente diversa, imbastendo un biopic musicale della classe operaia: gli snodi non cambiano, ma le conseguenze personali ed economiche sono piuttosto diverse. Nulla di rivoluzionario, intendiamoci. Lo sviluppo del racconto alterna cadute e risalite, conflitti e rappacificazioni, proprio come siamo abituati a vedere in questo genere di film, e il regista non punta certo al cinema verità: basta notare come vengono trattati i problemi cardiaci di Mike per rendersene conto. La differenza ambientale però è evidente, come se assistessimo a un biopic che agisce per sottrazione, levando tutto il denaro, lo sfarzo e il clamore mediatico, per sostituirli con questioni molto più “terrene”. Lodevole, ad esempio, la trasparenza con cui il film mette in scena un’interruzione volontaria di gravidanza: senza retorica né melodrammi, bensì con una lucidità tutt’altro che scontata nelle produzioni di Hollywood. Il lato sociale e introspettivo non viene mai a mancare.

Questo non toglie nulla alle performance canore, che divertono non solo per la qualità tecnica, ma per la passione e il coinvolgimento degli interpreti, soprattutto Hugh Jackman, vero animale da musical. Eppure, il cuore del film è nelle relazioni tra i protagonisti, nella storia d’amore fra due persone che hanno saputo coniugare spettacolo e vita, pur senza mai abbandonare le loro radici: una storia con cui è più facile identificarsi (o che quantomeno sentiamo più vicina), non essendo basata sull’eccezionalità parossistica delle grandi star. Trionfale come Sweet Caroline, ma anche dolente e malinconica come il brano da cui prende il titolo.

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