Nell’Islam, la parola Sirāt indica la “strada escatologica”, ovvero il sentiero che l’uomo deve percorrere nel Giorno del Giudizio: la sua meta definitiva potrà essere la condanna infernale (Jahannam) o la salvezza paradisiaca (Jannah). Nell’epigrafe del film di Óliver Laxe, esso viene descritto come un ponte “più sottile di un capello e più affilato di una spada”, sospeso sull’abisso tra inferno e paradiso. In effetti, i protagonisti sembrano camminare costantemente in bilico tra estasi e dannazione, o quantomeno tra l’illusione della prima e la segreta certezza della seconda: perché, alla fine, l’inganno più grande nei confronti di sé stessi è continuare a ballare mentre il mondo va in pezzi.
All’inizio del film, vediamo alcuni tecnici che installano enormi casse e altre apparecchiature sonore nel deserto del Marocco. Si sta preparando un free party: ben presto, l’area si riempie di raver provenienti dall’Europa, attrezzati con camper, roulotte e tende. Fra loro c’è anche Luis (Sergi López), che cerca la figlia Mar insieme al fratellino di quest’ultima, Esteban (Bruno Núñez Arjona), e al loro cane Pipa. La ragazza è scomparsa da cinque mesi, ma Luis ha saputo che potrebbe partecipare a questo rave, e comincia a distribuire foto tra gli astanti per avere notizie. Intanto, le casse pompano musica techno che fa vibrare il terreno, mentre le pulsazioni dei bassi ci entrano nel petto come se fossimo in mezzo a loro. Sarà uno dei tratti ricorrenti di Sirāt: le musiche di Kangding Ray, coadiuvate dal sound design di Laia Casanovas, intessono un tappeto sonoro pulsante, ossessivo e umorale, in grado di perseguitare pubblico e personaggi nella desolazione del deserto.
La festa però dura poco. Là fuori, nel mondo, sta succedendo qualcosa: un gruppo di soldati interrompe il rave e obbliga i partecipanti ad andarsene, guidandoli verso il rientro sicuro in Europa. Le radio parlano di tensioni internazionali non meglio specificate, ma già sfociate in uno scenario da terza guerra mondiale. Bigui (Richard Bellamy), Stef (Stefania Gadda), Josh (Joshua Liam Henderson), Tonin (Tonin Janvier) e Jade (Jade Oukid) – cinque raver a cui Luis ed Esteban avevano chiesto informazioni – lasciano la colonna di auto con i loro camion e si addentrano nel deserto, seminando i militari. Incoraggiato dal figlio, Luis fa altrettanto: sa che sono diretti a un altro rave più a sud, dalle parti della Mauritania, e Mar potrebbe trovarsi lì.

Ciò che segue è un viaggio da fine del mondo, i cui dettagli non devono essere rivelati: Sirāt è un film che ti sfila il tappeto da sotto i piedi (e ti fa lo sgambetto quando cerchi di rialzarti), quindi va affrontato senza anticipazioni. Una caratteristica, questa, che lo accomuna al nostro presente instabile, nel magma tumultuoso di sovranismi, prove di forza e nuove guerre. In particolare, Óliver Laxe e il co-sceneggiatore Santiago Fillol celebrano la fine di uno status quo sempre più fragile, ma anche dell’utopia post-hippy incarnata dai cinque raver, peraltro scritturati dalla produzione durante vari festival o su suggerimento di terzi: non sono attori professionisti, ma corpi e volti reali che si potrebbero incontrare a un free party. Questo elemento “verista” è un valore aggiunto, poiché avvicina il film ai luoghi fisici in cui si svolge, alla terra sulla quale camminano i protagonisti (anche grazie all’impiego della pellicola in Super 16 millimetri, che rende il tutto più tangibile). In tal senso, Sirāt è un’opera di straordinaria intensità: ruvida come un road movie, sospesa ed enigmatica come il miglior cinema contemplativo.
Durante il viaggio, Luis ed Esteban assimilano i valori dell’esistenza comunitaria (aiutarsi, condividere le risorse), ma la solidarietà non basta più; “fare comunità” non è sufficiente. Vivere off the grid – fuori da norme precostituite – è una soluzione individuale a problemi sistemici, quindi inutile: significa continuare a ballare in mezzo alle fiamme, mentre tutto crolla. Non a caso, i 150 battiti al minuto della musica techno paiono l’unica salvezza dalla disperazione, un modo per entrare in trance, alterando la coscienza e la percezione della realtà. Solo così i protagonisti possono venire a patti con l’orrore, con l’assurdità di un presente che si dipana davanti ai loro occhi, lasciandoli smarriti e indifesi. Ma è un’illusione momentanea, transitoria e impalpabile come il muro sonoro che la produce. Sirāt parla di questo: si rivolge a noi europei per farci uscire dalle nostre nicchie rassicuranti, e ricordarci che là fuori il mondo brucia. Tornano alla mente le fughe di Salvatores agli albori della sua filmografia, ma lì si trattava di scappare per ritrovare sé stessi, lontani dal conformismo ipercontrollato dell’Occidente. Qui, invece, si fugge per perdersi e mai più ritrovarsi, annullando i propri privilegi di vecchi colonizzatori: mentre un treno sovraffollato corre verso orizzonti sconosciuti, le antiche gerarchie non esistono più, e l’umanità entra in quel flusso costante che potrebbe segnare il suo futuro. Un livellamento dei popoli, insomma, dove spostarsi è l’unico modo per sopravvivere.
Se c’è un film rappresentativo dei nostri tempi, è proprio questo. Cinema incendiario, che abbatte le frontiere, intimista e apocalittico al tempo stesso, Sirāt gioca con le nostre aspettative per il solo gusto di stravolgerle, rievocando l’idea di uno status quo non più sostenibile. «È così che ci si sente alla fine del mondo?» chiede Bigui a Josh, che gli risponde: «Non so come ci si sente. È da molto che è la fine del mondo.» Considerando le notizie che arrivano da là fuori, non possiamo dargli torto.
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