C’è un piacere tutto cinefilo nel sentire Jodie Foster che recita in francese, a più di vent’anni da Una lunga domenica di passioni (2004), dove interpretò un breve cameo. Vita privata la vede però come assoluta protagonista, nel ruolo di una psichiatra americana che vive da molti anni a Parigi: abbastanza da padroneggiare la lingua (ricordiamo che Foster ha studiato al Lycée Français de Los Angeles), ma non da lasciarsi alle spalle le sue origini. È infatti nei momenti di frustrazione che riemerge la lingua madre, con imprecazioni in inglese («Motherfucker!») sussurrate a fior di labbra, testimonianze della sua irrimediabile alterità rispetto al contesto. L’indagine al centro del film di Rebecca Zlotowski, in effetti, non sarebbe tanto paradossale se la protagonista fosse completamente integrata, e non avesse radici estranee alla capitale francese.
Lilian Steiner, questo il nome del personaggio, riceve i pazienti in casa propria e ne registra le sedute su Minidisc, una tecnologia piacevolmente retrò per i nostri tempi (soprattutto se consideriamo la scarsa penetrazione del formato in Occidente). Ha un figlio con cui i rapporti sono tesi, e un nipotino che si rifiuta di tenere in braccio. Con l’ex marito Gabriel (Daniel Auteuil) l’intesa invece è ancora molto buona, al punto che i due talvolta finiscono a letto insieme. Le sicurezze di Lilian, donna razionale e tendenzialmente anaffettiva, s’incrinano quando la sua paziente Paula Cohen-Solal (Virginie Efira) si toglie la vita, senza aver mai mostrato tendenze suicide; o, quantomeno, senza che la psichiatra se ne sia mai accorta. Turbata, Lilian visita la casa di Paula durante la seduta di Shiva, ma il marito della donna, Simon (Mathieu Amalric), la caccia a male parole, accusandola di non aver saputo prevenire la tragedia. Parte da qui un’intricata ricerca della verità, sempre più maniacale. In contrasto con la sua rinomata freddezza, Lilian comincia a lacrimare senza controllo, spesso inconsapevolmente, e si fa visitare dall’ex marito, che è oculista. Nel frattempo, si lancia in un’indagine su due livelli: uno rivolto dentro di sé, e l’altro al di fuori di sé. Un paziente insoddisfatto (Noam Morgensztern) le comunica di essere riuscito a smettere di fumare dopo una sola seduta con un’ipnoterapeuta (Sophie Guillemin), e l’accusa di non saper fare il suo lavoro. Lilian, mettendo da parte lo scetticismo, si rivolge a quest’ultima per risolvere il suo problema con la lacrimazione, ma finisce per immergersi sotto ipnosi nella visione di una vita passata: qui, lei e Paula sono violoncelliste nella Francia occupata dai nazisti, e si amano in segreto.
I viaggi in questa “dimensione” le permettono di scoprire qualcosa su sé stessa (e sui sentimenti inconsci per il figlio), mentre continua a indagare sulla morte di Paula. Tra i crescenti sospetti attorno a Simon e la scoperta dell’eredità di una vecchia zia, l’affare si fa sempre più complicato: la sceneggiatura – scritta dalla regista con Anne Berest e Gaëlle Macé – presenta un intreccio abbastanza contorto, soprattutto per la quantità di elementi e suggestioni che mette in campo. Troppi? Forse sì, considerando che non tutto raggiunge una piena soluzione, e il finale rischia l’anticlimax. Il punto, però, è che Vita privata si diverte a negare il suo genere di riferimento, e funziona come una specie di “anti thriller”: finge di essere tale, ma in realtà l’intera detection potrebbe essere frutto delle ossessioni di Lilian, e non supportata dai fatti. Dietro questa maschera, Zlotowski nasconde una piacevole commedia noir, con sfumature drammatiche e metafisiche, dove Jodie Foster e Daniel Auteuil dimostrano una sintonia formidabile. Vederli indagare fianco a fianco – e cacciarsi in situazioni buffe – è una vera delizia: da un lato c’è la spigolosa determinazione di Lilian, dall’altro l’amabile disponibilità di Gabriel, e i due si completano a vicenda. Il loro continuo batti e ribatti è l’essenza più preziosa del film.
Nonostante la trama sia un po’ confusa, è proprio nelle interazioni umane che Vita privata dà il meglio di sé: in fondo, l’indagine è più interiore che esteriore, e serve a Lilian per capire i suoi limiti ed evolvere come persona. Lo stesso intreccio di generi ha un certo fascino, e dimostra il talento eclettico della regista parigina dopo il metacinema onirico di Planetarium, la sensualità inebriante di Un’estate con Sofia, e le lucide riflessioni sulla maternità de I figli degli altri.