Cinema

Una poltrona per due spiegato ai Gen Z

Come una commedia americana degli anni Ottanta è diventata, quasi per caso, un appuntamento fisso del Natale italiano.

Pubblicato il 24 dicembre 2025 di Filippo Magnifico

In Italia, il Natale ha molti rituali. Alcuni religiosi, altri gastronomici, altri ancora inspiegabili. Uno di questi è la messa in onda annuale di Una poltrona per due. Ogni anno torna, puntuale, come il panettone avanzato e lo zio che urla ambo al primo numero estratto della tombola. Per chi è nato dopo il 2000, però, la domanda è legittima: perché questo film? E perché proprio a Natale?

La risposta è che Una poltrona per due non è diventato un classico perché “fa atmosfera”, ma perché negli anni si è trasformato in un appuntamento collettivo. Prima ancora che un film, è stato un evento televisivo. E, cosa forse meno nota, non per un disegno preciso, ma quasi per caso. Il film non nasce come titolo natalizio (negli Stati Uniti uscì in estate) e la sua associazione con le feste è una peculiarità tutta italiana, costruita nel tempo attraverso la programmazione televisiva.

È la ripetizione, anno dopo anno, ad averlo fissato nell’immaginario delle feste. E come tutti i rituali, sopravvive non solo per ciò che racconta, ma per ciò che rappresenta.

Una commedia costruita come un esperimento

A livello di trama, il film è molto più semplice di quanto il suo status faccia pensare. Due uomini, appartenenti a mondi sociali opposti, si ritrovano a vivere lo scambio di vita dell’altro. Non per caso, non per destino, ma per una scommessa. A deciderlo sono due anziani milionari che osservano tutto dall’alto, protetti dal loro denaro e dalla totale assenza di conseguenze. I protagonisti sono interpretati da Eddie Murphy (Billy Ray Valentine) e Dan Aykroyd (Louis Winthorpe III), entrambi famosi per il loro lavoro nel celebre show comico Saturday Night Live prima di passare al grande schermo.

È qui che il film smette di essere una semplice commedia e diventa qualcosa di più scomodo: un esperimento sociale travestito da intrattenimento.

Il cuore di Una Poltrona per Due non è la trasformazione dei protagonisti, ma il potere di chi muove i fili. I fratelli Duke, interpretati da Ralph Bellamy e Don Ameche, non sono dei villain nel senso classico del termine: non urlano, non minacciano, non si sporcano le mani. Semplicemente decidono.

Decidono chi sale e chi scende, chi merita fiducia e chi va distrutto. La loro scommessa vale pochissimo, ma le conseguenze sono totali. Ed è proprio questa sproporzione a rendere il film ancora sorprendentemente attuale.

Perché oggi parla ancora ai Gen Z

Per una sensibilità Gen Z, abituata a vedere reputazioni costruite e distrutte nel giro di poche ore, carriere influenzate da decisioni prese altrove e accessi concessi o negati da meccanismi opachi, il meccanismo del film è fin troppo riconoscibile. Cambiano i contesti (Wall Street ieri, le piattaforme oggi) ma la logica resta identica: chi controlla il sistema può permettersi di giocare. Gli altri subiscono.

È in questo spazio che si muove il personaggio di Eddie Murphy. Billy Ray Valentine è introdotto come un outsider, qualcuno che vive ai margini del sistema e che viene improvvisamente catapultato al centro del privilegio. All’inizio accetta le regole perché non ha alternative: il benessere che gli viene concesso è fragile, condizionato, revocabile in qualsiasi momento. Ma, a differenza di quanto il film potrebbe suggerire in superficie, Billy Ray non è ingenuo né grato per definizione.

Man mano che acquisisce accesso, osserva. Impara il linguaggio del potere, ne riconosce i meccanismi e capisce rapidamente che ciò che gli viene presentato come opportunità è in realtà una prova, un esperimento. Non viene “salvato” dal sistema, né integrato davvero: viene tollerato finché è utile. Ed è proprio questa consapevolezza a trasformarlo da pedina a soggetto attivo.

Il percorso del personaggio non è una favola meritocratica, ma una presa di coscienza. Billy Ray non vince perché dimostra di essere migliore, ma perché comprende come funziona il gioco e decide di rispondere alle sue stesse logiche. È qui che Una poltrona per due diventa meno rassicurante di quanto il suo tono lasci intendere: sotto la superficie della commedia, il film mette in crisi l’idea che talento e buona volontà bastino, quando le regole sono decise da altri.

Le parti che non sono invecchiate bene

Guardarlo oggi, però, significa anche fare i conti con ciò che non è invecchiato bene. In particolare, una scena che utilizza la blackface come espediente comico. Negli anni Ottanta veniva trattata come una gag, inserita in una tradizione di comicità che non metteva in discussione le sue implicazioni storiche e culturali. Oggi sappiamo che quella tradizione è intrinsecamente legata a una lunga storia di stereotipi e di esclusione, e che non può più essere considerata innocua.

Non si tratta di un dettaglio marginale, né di qualcosa da liquidare con una battuta o con l’alibi del “era un’altra epoca”. È una scelta problematica, che riflette i limiti dello sguardo dominante di quegli anni e che va riconosciuta per quello che è, senza tentativi di giustificazione o minimizzazione.

Allo stesso tempo, riconoscere questo non significa che il film vada rimosso o cancellato. Significa, piuttosto, guardarlo con consapevolezza. Una poltrona per due è anche questo: un prodotto culturale che porta con sé le contraddizioni e le zone d’ombra del contesto in cui è nato.

Accettare questa ambivalenza è parte dell’esperienza critica. Un’opera può essere significativa e, allo stesso tempo, imperfetta; può continuare a dirci qualcosa di importante proprio perché costringe a confrontarci con ciò che oggi non accetteremmo più. Ed è spesso in questo spazio, scomodo ma necessario, che diventa davvero interessante.

Un Natale che non salva nessuno

Anche il Natale, nel film, non è quello che ci si aspetterebbe. Non è una forza risolutiva, non corregge le ingiustizie, non redime automaticamente i personaggi. È piuttosto uno sfondo, una cornice luminosa che crea contrasto e rende ancora più evidente il cinismo della storia. Il momento dell’anno che dovrebbe celebrare condivisione ed equità diventa, paradossalmente, il contesto ideale per mostrare quanto il sistema resti indifferente a entrambe.

Le luci, le feste, la musica convivono con una realtà fredda, governata dal denaro e dall’arbitrarietà del potere. Nessuna tregua simbolica, nessuna sospensione delle regole: la disuguaglianza, anche qui, non va in pausa per le festività. Il Natale non aggiusta il mondo del film, lo illumina soltanto, rendendone più visibili le contraddizioni.

Forse è proprio per questo che Una poltrona per due continua a tornare ogni anno. Non perché sia innocuo o rassicurante, ma perché riesce a parlare di cose scomode usando il linguaggio della commedia. Fa ridere, certo, ma lascia anche una sensazione leggermente amara, una frizione che resta addosso dopo le battute.

E in un periodo dell’anno costruito sull’idea di armonia, giustizia e lieto fine, quella dissonanza risuona ancora di più. Vederlo oggi non è un atto di nostalgia obbligata, ma una scelta consapevole: non per venerare un classico, ma per osservare come certe dinamiche (potere, privilegio, esclusione) abbiano attraversato il tempo senza davvero scomparire.

Cambiano i volti, cambiano gli strumenti, ma il gioco resta sorprendentemente lo stesso.