C’era una volta il thriller domestico, sottogenere di successo negli anni Novanta che – a partire da A letto con il nemico di Joseph Ruben, Inserzione pericolosa di Barbet Schroeder e La mano sulla culla di Curtis Hanson – si è imposto per la sua commistione patinata di immaginario borghese, suggestioni erotiche e manie caratteriali, pur senza mai raggiungere i livelli dei tre capostipiti. Il suo ritorno, già preannunciato da La donna alla finestra di Joe Wright, rientra in una più vasta operazione di recupero degli anni Novanta (e ormai anche Duemila), in corso da tempo nell’industria culturale: il remake del sopracitato La mano sulla culla ne è un’ulteriore prova, e lo stesso discorso vale per Una di famiglia – The Housemaid, basato sul romanzo di Freida McFadden.
Gli anni Novanta, però, sono passati da un pezzo, e il thriller di Paul Feig (scritto da Rebecca Sonnenshine) cerca una sintesi tra i modelli del passato e quelli del presente. Il punto di vista non si concentra più sulla famiglia, bensì sulla presenza esterna che ne “invade” il focolare: Millie Calloway (Sydney Sweeney) è una ragazza senza fissa dimora che viene assunta da Nina Winchester (Amanda Seyfried) come governante nella lussuosa villa del marito, Andrew Winchester (Brandon Sklenar), che dirige una società di elaborazione dati. Con loro c’è anche Cece (Indiana Elle), figlia di primo letto di Nina, adottata da Andrew. È chiaro fin dall’inizio che Millie ha un passato turbolento, ma i dettagli vengono rivelati solo più avanti; del resto, anche Nina nasconde qualcosa, e Millie se ne rende conto fin dal primo giorno. La donna appare instabile, accusa Millie di sbagli inesistenti, non rispetta il suo giorno libero e comincia a darle ordini contraddittori: insomma, la classica alternanza tra gaslighting e lovebombing, abc di ogni manipolazione psicologica.
Il marito, in compenso, pare un uomo gentile, affascinante e ragionevole, tant’è che Millie ha subito delle fantasie sessuali su di lui. Dov’è il trucco? Ebbene, non ci vuole molto a intuire quale direzione prenderà la trama, o almeno il suo ribaltamento di colpe e prospettive. Avendo imparato la lezione di Gone Girl, il film – come il romanzo da cui è tratto – rovescia il punto di vista a metà strada, diventando una storia di liberazione che cavalca la sensibilità contemporanea: quante volte il disagio psichico (nevrosi, “isteria”, follia…) è stato usato come scusa per soffocare l’indipendenza femminile? Sono questioni che conosciamo fin troppo bene, e rientrano in un discorso culturale più ampio. Ovviamente Una di famiglia – The Housemaid non duella in punta di fioretto, ma si limita a sfruttare superficialmente un tema sensibile, convertendolo in intrattenimento. D’altra parte, il personaggio di Andrew incarna proprio l’avversario definitivo, quantomeno per lo Zeitgeist in cui viviamo: un uomo bianco etero e ricco, assimilabile alla categoria dei tech bro, condizionato dalla venerazione per una madre rigida e irraggiungibile (Elizabeth Perkins). La sua ossessione per la ricrescita dei capelli è esemplare in tal senso, e ci ricorda come gli uomini abbiano sempre tentato di esercitare il controllo sui corpi delle donne.
Il limite, però, risiede in un intreccio che vuole toccare tutti i punti giusti, peraltro avvalendosi di notevoli forzature narrative: i trascorsi di Millie e lo sviluppo della trama sono funestati da semplificazioni che sfidano anche la più volenterosa sospensione d’incredulità. A lasciare perplessi è soprattutto la furbizia dell’operazione, il suo freddo pragmatismo commerciale, tipicamente hollywoodiano. Non ci sono sfumature, è tutto meccanico e calcolato, in particolare le rivelazioni sui personaggi e la loro aderenza a certi tópoi familiari, che fanno comodo agli autori per trasmettere il “messaggio”. A pagarne il prezzo più alto è Enzo, il giardiniere italiano interpretato da Michele Morrone, la cui caratterizzazione è quasi nulla.
Persino la divagazione erotica – sebbene contraddica le attuali tendenze di Hollywood – è algida e patinata, lontana dalla sottile morbosità che animava i thriller degli anni Novanta. Feig, regista che ha dato il meglio di sé in televisione con Freaks & Geeks e The Office, cerca di nobilitare il tutto con una confezione ricercata, soprattutto grazie all’uso dei bianchi e delle simmetrie nelle scenografie di Elizabeth J. Jones; ma il risultato è sterile, incapace di evocare desideri repressi e pulsioni del subconscio.
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Un altro grande ritorno nell'MCU...