Alla fine di Brunello, il visionario garbato, si ha l’impressione di aver assistito a un lungo e costoso spot della Boutique Brunello Cucinelli, la casa di moda fondata dall’imprenditore umbro. Del resto, si tratta di un documentario su commissione: è stato lo stesso Cucinelli a ingaggiare Giuseppe Tornatore per il film, seguendo quell’astuta strategia che spinge i potenti a mantenere un rigido controllo sulla propria storia. Se la personalizzazione dell’impresa è un caposaldo della new economy, il mondo della moda ha sempre accolto di buon grado il protagonismo degli stilisti, che sono storicamente il volto e l’emblema dei loro marchi. In tal senso, non stupisce che un documentario del genere arrivi proprio da lì, e che un personaggio come Cucinelli abbia saputo imporsi in quella specifica dimensione creativa.
Imprenditore “filosofo” e trend-setter, mecenate e benefattore, Cucinelli sostiene un’idea di “capitalismo umanista” che pone al centro l’individuo, il suo benessere e le sue esigenze: un concetto più volte rimarcato nella seconda metà del film, dopo un excursus biografico che unisce memorie e ricostruzione scenica, con tanto di interviste a personaggi come Oprah Winfrey, Patrick Dempsey e vari esponenti del giornalismo di moda. Cucinelli, tono serafico e talento da affabulatore, rievoca la sua infanzia in una famiglia di mezzadri, tra le difficoltà della vita rurale e l’abbraccio della natura. Il suo racconto si intreccia alle scene con attori, dove il giovane Brunello è interpretato da Saul Nanni, e Tornatore offre una visione idealizzata del passato: che si tratti del lavoro nei campi con il padre («I solchi dritti del mio babbo mi hanno fatto capire il valore della bellezza» dice l’imprenditore a proposito dell’aratura del terreno), o del caloroso bar in cui Brunello impara a giocare a carte, il film romanticizza la storia con piglio agiografico. Si sfiora così il ritratto di un “santo laico”, che lavora e vive «per la dignità dell’uomo», e a un certo punto tenta persino di far cambiare vita a una lavoratrice del sesso; insomma, una rappresentazione apologetica che parte da un idillio bucolico, passa per le sfide della città, e poi imbocca la parabola del self-made man all’italiana. Negli anni Settanta, Brunello ha l’intuizione di tingere il cashmere di colori brillanti, e realizzare pullover da donna che esaltino la figura femminile: una doppia novità, poiché il prezioso tessuto era utilizzato all’epoca solo per i maglioni da uomo, e solo in toni neutri come grigio e beige. Federica Bendi, sua futura moglie, ha un ruolo fondamentale nell’aiutarlo e consigliarlo in questa impresa.
Riappropriandosi della narrazione su sé stesso, l’imprenditore può garantirsi un film tagliato su misura per lui, dov’è mattatore assoluto nonché grande esempio di self branding. Cucinelli racconta i suoi sforzi per preservare il patrimonio storico di Solomeo, il borgo medievale in provincia di Perugia che ospita la sua azienda, ma anche la sua idea di un capitalismo che persegue la giustizia sociale, e la restituzione delle ricchezze alla comunità tramite iniziative benefiche. In effetti, l’imprenditore cita l’epitaffio sulla tomba di Immanuel Kant come suo principio guida: «Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me», dove l’ammirazione per le meraviglie del mondo convive con l’imperativo ad agire secondo princìpi giusti e universali. Il tour dell’azienda sottolinea come i dipendenti di Cucinelli abbiano uno stipendio più alto della media, lavorino in un edificio con grandi vetrate da cui entra sempre la luce, e mangino tutti insieme in una mensa di qualità. Ciò è indubbiamente lodevole… ma non dovrebbe essere la norma? Dobbiamo realmente esaltarci perché i lavoratori sono trattati come esseri umani? A quanto pare, l’asticella è talmente bassa che persino la più minima decenza – garantire ai dipendenti un luogo di lavoro accogliente – è trattata come se fosse qualcosa di eccezionale, una concessione nobile e magnanima.
Sia chiaro, l’attività di Cucinelli merita di essere riconosciuta: è un imprenditore che si occupa della collettività, riflette sul suo lavoro e ne problematizza la ricchezza; rispetto a tanti capitani d’industria spietati e reazionari (quanti ne stiamo vedendo dalla Silicon Valley?), non è cosa da poco. Eppure, il cinema italiano mainstream – come pure i grandi quotidiani – s’innamora troppo delle eccezioni, soprattutto quando parla di imprenditori, cioè molto spesso. Nessuno sembra interrogarsi sul fatto che storie come queste forniscono soluzioni individuali a problemi sistemici, e in quanto tali hanno un effetto circoscritto: le disuguaglianze resteranno sempre tali, se non si ragiona a un livello più alto, quello che riguarda il sistema economico e la sua regolamentazione. Continuando così, dovremo sempre accontentarci di fiabe individualiste a lieto fine, con l’imprenditore illuminato che dà il buon esempio, i giornali che lo esaltano, e la politica che lo premia per alimentare il mito del capitalismo dal volto umano.
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