Vent’anni fa, Terrence Malick ci stupiva ancora una volta, regalandoci un film storico unico nel suo genere. The New World – Il nuovo mondo è ricordato come un momento particolare del suo percorso di regista, nonché uno dei film forse più incompresi dei primi anni 2000. A due decenni di distanza, è forse il caso di ammettere che è stato un gioiello di incredibile profondità e bellezza.
The New World di Terrence Malick arrivò a qualche anno di distanza da quel Pocahontas con cui la Disney aveva parlato grosso modo della stessa, leggendaria vicenda: quella di una principessa indiana e di un oscuro capitano inglese che finirono legati da un sentimento su cui, a tanti secoli di distanza, non si è ancora fatta completamente luce. Progetto lungo ed estenuante per Malick, come sempre quando si parla di lui. Negli anni ’70 nasce l’idea, viene presa e accantonata diverse volte nel corso degli anni, per poi riprendere vita dopo La Sottile Linea Rossa, per andare a formare una diade in cui analisi storica, filosofica, religiosa ed esistenziale diventano un tutt’uno. Ricerca storica minuziosa, vengono chiamati storici, linguisti, addirittura archeologi per ricreare la realtà dei Powhatan, una delle nazioni agolchine che dominavano al Virginia del 1600, quando arrivarono i primi coloni, quasi tutti puritani.
Tra di loro c’è il Capitano John Smith (Colin Farrell), che durante una ricognizione viene catturato dai nativi, decisi ad ucciderlo. Viene salvato dalla giovane figlia del capo, Pocahontas (Q’orianka Kilcher), e sarà l’inizio di una storia d’amore che Malick rende metafora del rapporto tra due popoli divisi da tutto, e che andranno inevitabilmente verso lo scontro sanguinoso. Terrence Malick per la prima volta usufruisce del contributo alla fotografia di Emmanuel Lubezki, mentre torna alla colonna sonora Hans Zimmer, sempre lanciato a mille.
Il risultato finale è un racconto che si aggrappa ad ogni senso per parlarci del concetto di scoperta dell’ignoto, da ambo le parti e soprattutto coinvolgendo i due protagonisti. Il sentimento che il film costruisce è puro, istintivo, verrebbe da dire universale, quasi a rappresentare l’equilibrio stesso della natura e delle cose del creato. Si guardano, si conoscono, comunicano in modo difficoltoso, parola dopo parola, ma è lo sguardo, il linguaggio del corpo a contare di più. Rapporto complicato, ognuno dei due tradisce la propria gente, diventano dei paria. Smith infine la abbandona, segue la corrente come ogni marinaio, le fa credere di essere morto, ma non è vero, lo scoprirà più tardi.
The New World è quindi un’opera con cui Malick si concentra sul rapporto umano, i due sono come Adamo ed Eva, ma divisi non da un serpente e una mela, quanto dalla ferocia dei tempi e della loro specie. Smith lascia una Pocahontas che si sta lasciando morire, distrutta dalla perdita; la salva imprevedibilmente il ricco e influente possidente John Rofle (Christian Bale), che le fa da Virgilio, la porta dentro quel mondo sconosciuto per la prima volta. Ecco che è il nuovo mondo a visitare il vecchio, quella Corte inglese dove, stando alle cronache, sarà tra le personalità più popolari. Il figlio, la serenità, poi rispunta dai morti Smith, a cui seguirà la polmonite, la morte.
Malick opta per un contrasto costante tra i due. L’uomo civilizzato per lui è legato a preconcetti e sovrastrutture in virtù delle quali non sarà mai libero, lei invece, è legata alla legge della madre, dell’amore, la stessa che poi in The Tree of Life diventerà il centro di tutto. Anche nella tragica epopea di Guadalcanal questo contrasto, eterno e irrisolto, Terrence Malick lo aveva elevato, ma qui la caratterizzazione è intima, è sentimentale, è il fallimento della “civiltà” o di quello che così si autodefinisce. Smith, alla fine, è un vigliacco incapace di vivere appieno la sua vita, come invece quella ragazzina ha saputo fare. Allo stesso modo, l’uomo bianco non riuscirà a sviluppare completamente la sua potenzialità, bloccato dalla viltà di chi crede nell’accumulazione, di chi rifiuta di abbracciare quella natura che potrebbe nobilitarlo. Fissità, ecco il grande nemico dell’uomo.
Il tutto, come nella più classica tradizione di Malick, con una regia sontuosa, un’estetica da mozzare il fiato, un’immersione emotiva e sensoriale a 360°. The New World purtroppo sarà un fiasco al botteghino terribile per Malick, il suo peggior risultato di sempre. Verrà però rivalutato via via sempre di più dalla critica, in virtù della sua coerenza, della capacità di andare oltre i cliché new age hollywoodiani, la sua poesia e delicatezza, la capacità di renderci partecipi di una storia d’amore dentro cui tutti potevano rivedersi. Certamente uno dei film più sottovalutati di quegli anni, oggi chissà quanti Oscar vincerebbe.
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