Lo scandalo che ha colpito Sean Combs, alias (tra i tanti) P. Diddy si è concluso con soli 50 mesi di condanna. Troppo poco, secondo molti, per il Padrino dell’hip-hop, per uno dei producer, rapper e discografici più importanti della storia. Sean Combs – La resa dei conti è una miniserie su Netflix che ci guida dentro il suo cuore oscuro, ed anche un viaggio dentro la storia di una comunità e il suo star system.
Una vendetta. Sean Combs – La resa dei conti, diretta da Alex Stapleton, è una miniserie documentario il cui deux ex machina è 50 Cent, alias Curtis Jackson, uno dei peggiori nemici e fustigatori di Sean Combs. La faida tra i due ha origini commerciali, economiche, ma anche personali, tra due newyorkesi diventati simbolo della black music che tra anni ’90 e 2000 conquistava il globo. Ma sono anche molto diversi per carattere, attitudine e controversie, i due. 50 Cent ha sempre accusato Diddy di essere coinvolto nella morte di 2Pac e di Notorious B.I.G., di essere ambiguo, manipolatore, bugiardo. Lo scandalo sbucato a ciel sereno questo settembre, la valanga di accuse arrivate addosso P. Diddy, hanno portato Netflix a produrre Sean Combs – La resa dei conti, sul quale, detto questo preambolo, è difficile far calare accuse di partigianeria.
Questo in virtù di un elenco di testimonianze univoche, di un percorso, quello di Combs, tra i più atipici e controversi dentro e fuori dalle scene, su cui nessuno o quasi aveva messo bocca. Il motivo? Il successo, il potere, la popolarità di Combs. Sean Combs – La resa dei conti è anche un magnifico, ipnotico viaggio dentro quel mondo rap, Hip Hop, R’ n’ B e poi sempre più Pop di cui Combs è stato forgiatore, volto, promotore. E dire che all’inizio era solo un figlio di papà (per così dire), uno che organizzava eventi e cercava di diventare famoso. Perde il padre quando è molto piccolo, era uno spacciatore molto in vista. La madre Janice lo cresce a botte e ambizione, lui diventa un arrivista instancabile, un manipolatore, organizza eventi, concerti, un torneo tra rapper newyorkesi che diventa un massacro per la mancanza di sicurezza e ordine, eppure si salva.
La minoranza afro sta uscendo dalla ghettizzazione, la loro musica è il futuro, lui lo capisce, comincia da subito a farsi strada nel mercato. Poi fonda quella Bad Boy Records, grazie alla quale emergeranno Biggie, Craig Mack, Day26 e tanti altri artisti. Ma è una strada lastricata di peccati, di bugie, della megalomania di un uomo maniaco del controllo, del potere, che brama il riconoscimento, il successo, le copertine. La miniserie ci porta dentro tutto questo, con ospiti d’eccezione, con filmati inediti e testimonianze agghiaccianti, unite da un filo logico e cronologico inappuntabile.
Sean Combs – La resa dei conti sa come prenderti, come far parlare il suo protagonista attraverso i ricordi degli anni passati, quando collezionava donne, quando (così ci viene detto da loro stesse) le umiliava, manipolava, distruggeva e abusava sessualmente. Kaleena Harper, Aubrey O’Day, Erick Sermon, Mark Curry, Lil’ Cease e Greg Kading sono alcuni dei nomi che ci guidano dentro la vita di Combs, rapper mediocrissimo, uomo astutissimo. La miniserie diventa anche un viaggio dentro quel momento esaltante e terribile, quello in cui Biggie, la N.W.A., Tupac e gli altri cambiano tutto, ma è anche il momento in cui P. Diddy da un lato e Suge Knight dall’altro, la Bad Boy Records e la Death Raw dall’altro, diventano portaerei per la criminalità di strada che fa il salto di qualità. Crips e Bloods, la guerra tra East e West Coast e in mezzo lui, P. Diddy, che sopravvive a Biggie (l’amico fraterno o supposto tale) e Tupac. Secondo il documentario, perché in entrambi i casi è fautore o quantomeno coinvolto in qualche modo.
Il quadro psicologico che emerge da Sean Combs – La resa dei conti è tremendo. Un uomo ossessionato dall’attenzione, con un’omosessualità nascosta e assieme palese, in un ambiente ancora oggi machista e retrogrado. Poi ecco i Diddy Parties, dove una fetta di America che contava finiva a gozzovigliare. Attori, star dell’NBA, della musica, ma anche politici, giornalisti. Per questo secondo molti alla fine sono cadute le accuse più gravi contro di lui. Sean Combs sa tanto, troppo, anche col ricatto se l’è cavata tante volte in passato, facendo incolpare chi gli era vicino al posto suo, viene il sospetto che pure qui, alla fine, qualcuno abbia tirato qualche filo. Ma la sua carriera, che l’aveva fatto diventare il Re Mida nero della discografia, più moda, cinema e tanto altro, è finita. Il sogno americano è un incubo, lui, l’ex ragazzino arrivista che fingeva di venire dalla strada, è solo l’ennesima dimostrazione di questa verità. Certo, rimane un po’ troppo di parte già come genesi e ai Party si poteva dare più profondità, ma è la resa dei conti di Sean Combs, di una certa narrazione del successo, del mito di “sfondare” in cui sempre meno credono. Purtroppo, o per fortuna.
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