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Primavera è un’elegante storia di autodeterminazione femminile

Damiano Michieletto si ispira a Stabat Mater di Tiziano Scarpa per raccontare l'incontro tra una violinista orfana e Antonio Vivaldi.

Pubblicato il 23 dicembre 2025 di Lorenzo Pedrazzi

Avvicinarsi ai grandi della Storia per vie laterali, concentrandosi sui personaggi che gravitano loro intorno, ha un grande vantaggio: permette di evitare i cliché dei biopic, molto abusati soprattutto quando si parla di musicisti. Nel caso di Primavera, il regista Damiano Michieletto trova in Stabat Mater di Tiziano Scarpa (vincitore del Premio Strega nel 2009) un complice ideale, ma sceglie anche di imboccare una strada autonoma rispetto al romanzo, pur confermandone le premesse.

L’ambientazione non cambia: siamo infatti a Venezia nel 1716, tra le mura del Pio Ospedale della Pietà, che cresce bambine orfane e le avvia agli studi musicali. La sua orchestra è molto apprezzata, ma le ragazze si esibiscono dietro una grata o mascherate, preservando un alone di mistero che affascina gli uomini. Non a caso, alcune di loro vengono date in spose ai signori locali, senza grandi possibilità di scelta: quando accade, sono costrette ad abbandonare la musica per sempre. Cecilia (Tecla Insolia) ha vent’anni, suona il violino nell’orchestra e tiene un diario in cui si rivolge alla madre, che la lasciò all’ospedale da neonata. La musica è tutta la sua vita, ma è stata promessa a un ufficiale della marina veneziana, impegnato nella Guerra di Morea contro i Turchi: spaventata all’idea di dover rinunciare a suonare, nel frattempo si impegna al massimo, e riesce a diventare primo violino dopo aver impressionato il nuovo maestro, Don Antonio Vivaldi (Michele Riondino). «Tu non suoni per essere lodata» le dice il grande musicista, sacerdote dal carattere schivo e ombroso, affetto da una forma d’asma che gli impedisce di officiare messa. Tra i due si sviluppa un rapporto di silenziosa complicità, ma il ritorno del futuro marito di Cecilia dalla guerra mette a repentaglio l’avvenire della ragazza.

Primavera non si riferisce solo all’omonimo concerto delle Quattro stagioni, ma al vento di freschezza che soffia nelle vite di entrambi i personaggi, generato dal loro incontro. Il film ammorbidisce però la relazione tra Cecilia e Vivaldi, lavorando sulle affinità più che sui conflitti: i due riconoscono qui le rispettive solitudini, e non sono le azioni del maestro a scatenare la ribellione di Cecilia. Nella sceneggiatura di Ludovica Rampoldi, il punto focale è l’alienazione della protagonista, cui viene negato il diritto ad autodeterminarsi. Le orfane del Pio Ospedale della Pietà devono esibirsi per i ricchi mecenati di Venezia senza nemmeno un riconoscimento individuale (essendo nascoste al pubblico), e sono costrette ad accettare qualunque proposta di matrimonio ben pagata, anche da parte di uomini molto più anziani. Lo sfruttamento è duplice: i potenti della città godono prima del loro talento, e poi della loro giovinezza. Un abuso sulla mente e sul corpo delle donne, insomma. La differenza è che Cecilia è disposta a rischiare moltissimo pur di perseguire le sue ambizioni, e magari guadagnare la libertà.

Non è la prima volta che un grande compositore viene messo a confronto con le aspirazioni artistiche di una donna, rivoluzionarie per la loro epoca: Io e Beethoven di Agnieszka Holland fece qualcosa del genere, seppure con piglio meno sottile. Dal canto suo, Primavera lavora per sottrazione, affidandosi all’ottima fotografia di Daria D’Antonio (la stessa degli ultimi film di Sorrentino, prima donna a vincere un David di Donatello nella sua categoria), che gioca sui chiaroscuri e sulle tonalità stinte. Ne deriva un’atmosfera lugubre e dolente, ben calibrata sul contrasto fra i silenzi e i trionfi musicali, ma anche tra l’edonismo dei ricchi (suggestiva la sequenza al rallentatore con i giochi tra aristocratici) e l’austerità monacale delle orfane. Nella messa in scena di Michieletto – regista che viene dalla lirica – si avverte lo sforzo di giungere all’essenziale, ed è anche per questo che i saltuari momenti didascalici stridono un po’ con il contesto: alcune scene sono troppo “scritte”, certi dialoghi suonano troppo impostati.

Sono però delle eccezioni, e la naturalezza del cast agevola le interazioni tra i personaggi: la performance sobria e contrita di Michieletto è piena di eleganza, mentre Tecla Insolia – a pochi mesi da Amata – conferma il suo talento per le interpretazioni pacate e introspettive, divise tra fragilità umana e determinazione. Il risultato è un film di notevole gusto, anche grazie ai raffinati costumi di Maria Rita Barbera e Gaia Calderone.

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