Nel libro 22 Cells in Nuremberg, lo psichiatra Douglas M. Kelley affermava che, sul piano meramente psichiatrico, non c’era nulla di eccezionale in Hermann Göring e negli altri imputati del Processo di Norimberga. Non presentavano devianze, né tratti specifici che li rendevano particolarmente disposti al male: erano individui “normali”, spietati e opportunisti, come se ne trovano in ogni angolo del pianeta. Una conclusione non molto diversa da quella a cui sarebbe giunta anche Hannah Arendt, che nel suo diario dal processo ad Adolf Eichmann (pubblicato nel libro La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme) ritrasse il criminale nazista come un grigio burocrate che agiva per inerzia. Non “mostri”, insomma, bensì uomini comuni, talvolta dalla personalità mediocre, che prendevano decisioni – o seguivano quelle altrui – basandosi sul proprio interesse personale. Questo, se possibile, rende le loro azioni ancora più terrificanti; significa che chiunque potrebbe perpetrare l’orrore, non è necessario avere una disposizione psicologica o una devianza.
Kelley, interpretato da Rami Malek, è anche il protagonista di Norimberga, film di James Vanderbilt che ricostruisce il suddetto processo, svoltosi nella città tedesca a partire dal 20 novembre 1945. Alla base della sceneggiatura – opera dello stesso Vanderbilt, già noto per i copioni di Zodiac e degli ultimi Scream – c’è il libro Il nazista e lo psichiatra di Jack El-Hai, che racconta il lavoro di Kelley durante il processo: lo psichiatra fu infatti incaricato di valutare lo stato mentale degli imputati, a cominciare proprio da Göring (Russell Crowe), ex secondo in comando di Adolf Hitler, nonché ufficiale nazista di grado più alto fra quelli rimasti in vita. Intanto, il giudice americano Robert H. Jackson (Michael Shannon) si prepara a guidare l’accusa, convinto che la guerra debba finire in un’aula di tribunale: «Se gli spariamo, faremo di loro dei martiri» dice il procuratore capo, opponendosi fin dall’inizio a un’esecuzione senza processo.
Quello che inizia come un rapporto tra medico e paziente, però, si sviluppa ben presto in un legame confidenziale. Kelley fa leva sull’amore di Göring per la moglie Emmy (Lotte Verbeek) e la figlia Edda (Fleur Bremmer), accettando di recapitare messaggi tra le due parti. Pur avendo un obiettivo preciso, ovvero scrivere un libro sull’argomento, lo psichiatra finisce per affezionarsi alla donna e alla bambina, mentre le sue interazioni con l’imputato si fanno sempre più amichevoli. È il classico gioco del gatto col topo, ma fondato sull’ambiguità dei ruoli: è Kelley ad approfittarsi di Göring, o viceversa? Crowe, in tal senso, è bravo a rendere affabile il suo personaggio (più di quanto probabilmente non fosse in realtà), pur conservando un alone oscuro, elusivo, che cela sempre le sue vere intenzioni. Del resto, Hollywood ama questi meccanismi narrativi, ricchi di manovre psicologiche tra un eroe dubbioso e un antagonista seducente: sono quelli che abbiamo visto spesso nei thriller, da Il silenzio degli innocenti in poi. Di fatto, il rapporto tra i due personaggi rievoca le sfide mentali tra l’investigatore e il maniaco omicida.
Purtroppo, Hollywood ama anche semplificare e spettacolarizzare. Il problema non è tanto la condensazione temporale del processo (che in realtà è durato per quasi un anno, fino al 1° ottobre 1946), ma il ricorso a un linguaggio talvolta stucchevole, tipico del cinema americano mainstream: le battutine, i cliché, la manipolazione della Storia a fini drammatici. Che siano le sfuriate del Colonnello Andrus (il comandante della prigione che ospitava gli imputati, interpretato da John Slattery), o gli ammiccamenti della reporter Lila (Lydia Peckham), l’impressione è di assistere a vari tópoi calati a forza in un contesto storico, giusto per offrire al pubblico qualcosa di riconoscibile. Sul serio, quante altre volte dovremo vedere lo stereotipo della giornalista civettuola e profittatrice? Discorso simile anche per la caratterizzazione di Kelley: se la sua passione per i giochi di prestigio è ricavata dalla realtà, lo stesso non si può dire per il ruolo determinante che svolge nel processo. Deluso da una verità storica che forse considera poco “eccitante”, il film s’inventa l’eroismo del singolo, immancabile a Hollywood, per movimentare il terzo atto e rendere incisivo il contributo dello psichiatra. Come in un thriller, per l’appunto.
Il risvolto più interessante è però quell’ombra che, alla fine, si allunga sul presente. La Storia può ripetersi, soprattutto se abbassiamo la guardia: credere che un orrore simile sia potuto accadere solo per la specificità (storica, culturale, ideologica) del regime nazista è quantomeno ingenuo. Vanderbilt lo sa, e l’epilogo non nasconde un pensiero rivolto ai giorni nostri, in quella che ama rappresentarsi come “la più grande democrazia del mondo”. Un po’ prevedibile, ma ha ragione.
Un’intera vita tra piccolo e grande schermo, in ogni possibile ruolo, regalandoci momenti che sono diventati patrimonio universale.
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