Cinema Recensioni

No Other Choice racconta l’esasperazione dei nostri tempi

Park Chan-wook adatta il romanzo di Donald E. Westlake in una commedia nera su competitività e disumanizzazione.

Pubblicato il 30 dicembre 2025 di Lorenzo Pedrazzi

The Ax è stato già trasposto da Costa-Gavras nell’ottimo Cacciatore di teste, film del 2005 che ha saputo anticipare la Grande Recessione e il tema degli esodati. Ora, Park Chan-wook ci offre una sua personale visione del romanzo di Donald E. Westlake, al termine di un processo creativo durato ben sedici anni: è infatti dal 2009 che se ne parla, e il regista di Seoul ha fatto in tempo a dirigere Stoker, The Handmaiden e Decision to Leave (oltre alle serie La tamburina e Il simpatizzante) prima di dedicarsi a questo progetto.

Non c’è da stupirsi che Park sia stato attratto dal libro di Westlake. Nelle sue mani, la sanguinosa epopea di un manager per riconquistare lo status sociale si inserisce nel quadro più ampio del cinema sudcoreano, che spesso impiega il potenziale anarchico dei generi per riflettere sulle disparità economiche del paese. Yoo Man-su (Lee Byung-hun) perde il suo lavoro presso la Solar Paper, un’azienda cartaria, dopo che la società è stata rilevata dagli americani. Abituato a uno stile di vita benestante, si ritrova in condizioni precarie: lui e la moglie Mi-ri (Son Ye-jin) rischiano infatti di perdere la villa in cui abitano con i due figli, l’adolescente Si-one (Kim Woo Seung) e la piccola Ri-one (Choi So Yul), prodigio del violoncello. La famiglia è quindi costretta a rinunciare a tutte le spese extra, compresi i due amati cani, che vengono affidati ai nonni. Nel frattempo, Man-su vuole trovare un altro lavoro nel settore della carta, ma tutti i suoi colloqui sono un fallimento, nonostante vanti una grande esperienza professionale e sappia anche il giapponese. Quando cerca di entrare alla Moon Paper, rivale della Solar, mette gli occhi sul ruolo di Choi Seon-chul (Park Hee-son), e progetta di ucciderlo per prendere il suo posto. Prima, però, deve eliminare anche la potenziale concorrenza: altri manager lasciati a casa dalle rispettive aziende cartiere, i cui curricula sono migliori del suo.

Nonostante la premessa sia molto diretta, la strada imboccata da Man-su non lo è altrettanto. Anzi, il copione (scritto da Park con Lee Kyoung-mi, Don McKellar e Lee Ja-hye) sceglie una via tortuosa, che si ramifica in molteplici vicende parallele: del resto, sappiamo bene che la vita raramente è una linea retta. Mentre progetta i suoi piani omicidi con la goffaggine di un dilettante, Man-su sospetta che Mi-ri lo tradisca con il dentista per cui lavora, ma deve confrontarsi anche con traumi infantili irrisolti, con le intemperanze di Si-one e con le vicende private dei suoi obiettivi: soprattutto il primo, l’ex manager Beom-mo (Lee Sung-min), la cui moglie A-ra (Yeom Hye-ran) non sopporta di vederlo ubriaco tutto il giorno, e lo tradisce con un uomo più giovane. Se ogni interazione sfiora il parossismo, e le caratterizzazioni hanno qualcosa di eccentrico, è perché il regista vi infonde il suo gusto per la commedia nera, alimentata da uno sguardo grottesco sui personaggi e sull’ambiente.

Tra soluzioni ardite di montaggio (curato da Kim Sang-bum e Kim Ho-bin) e il passo allucinato del racconto, No Other Choice dimostra come il nostro sistema economico possa condurre i lavoratori all’esasperazione, in particolare nelle società più competitive. D’altra parte, il leviatano dell’economia sembra avere vita propria: «Non abbiamo altra scelta» rispondono i nuovi proprietari della Solar quando Man-su protesta per i licenziamenti, e lui stesso ritiene di poter cercare lavoro soltanto nella produzione cartiera. Ai suoi occhi, anche progettare una strage per ottenere un nuovo impiego è una scelta forzata, non c’è altro da fare; solo così potrà garantire alla sua famiglia uno stile di vita lussuoso, e reclamare quella mascolinità che sente perduta. Il capitalismo prospera nella rivalità fra singoli, non certo nella solidarietà umana.

Torna allora la ciclicità della violenza, tema caro a Park, ma stavolta in un contesto apparentemente ordinario, dove la violenza stessa risalta per contrasto. Coerentemente con il sistema, il suo esito non ha valore collettivo, ma solo individuale: il futuro non ammette lavoratori umani, né tantomeno indennizzi o redditi universali. Solo macchine che operano al buio, senza pretendere stipendi né unioni sindacali, supervisionate dall’ultimo uomo sulla Terra che ha conservato il proprio impiego.

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