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Lupin the IIIrd – The Movie – La stirpe immortale: più avventura che rapine

Coerente con la gestione di Takeshi Koike, il ritorno al cinema di Lupin III si focalizza sull'azione e sugli elementi fantascientifici.

Pubblicato il 09 dicembre 2025 di Lorenzo Pedrazzi

Lupin the IIIrd – The Movie – La stirpe immortale è il primo lungometraggio della saga in animazione tradizionale da quasi trent’anni, e precisamente dai tempi di Lupin – Trappola mortale. È anche il primo lungometraggio del nuovo “corso”, inaugurato nel 2012 dalla serie Lupin the Third – La donna chiamata Fujiko Mine, diretta da Sayo Yamamoto su character design di Takeshi Koike. Molti spettatori italiani noteranno delle differenze rispetto all’anime che li accoglieva a casa dopo la scuola (la terza serie, quella con la giacca rosa), e il merito è proprio di Koike, che imita il tratto grafico di Monkey Punch: un’idea della stessa Yamamoto, determinata a restaurare lo spirito del manga originale. La regia è poi passata a Koike a partire dai quattro mediometraggi che precedono questo film, ovvero La lapide di Jigen Daisuke (2014), Ishikawa Goemon getto di sangue (2017), La bugia di Mine Fujiko (2019) e Zenigata e i due Lupin (2025), dove i comprimari di Lupin si sono misurati con diversi avversari che rispecchiavano le loro caratteristiche, in pieno stile shōnen.

Gli eventi dei mediometraggi sono riassunti con discreta efficacia nei primi minuti de La stirpe immortale, ma è palese che quest’ultimo fa parte di una narrazione più ampia, e quindi può disorientare il pubblico meno preparato. Del resto, i toni sono diversi da quelli del vecchio anime, o quantomeno dalla sua incarnazione più popolare: le imprese di Lupin sono meno farsesche, il personaggio conserva un’aura da antieroe romantico, e gli elementi fantastici sono più accentuati. Lupin e la sua banda continuano a essere presi di mira da un misterioso “burattinaio”, lo stesso che gli ha scatenato contro i bizzarri killer visti nei mediometraggi. Stavolta, il castello del celebre ladro viene fatto saltare in aria con tutto il bottino dei suoi furti, ma Lupin non si perde d’animo: trovata la mappa per un formidabile tesoro, parte con Jigen, Goemon e Fujiko alla volta di un’isola non segnata sulle carte, nei pressi delle Bermuda. Il loro aereo viene però abbattuto insieme a quello di Zenigata, che stava inseguendo la banda per arrestarla, facendoli precipitare in punti diversi dell’isola. Qui, i nostri eroi si ritrovano ad affrontare gli uomini-rifiuto, ovvero decine di sicari che sono stati confinati in questa terra desolata, molti dei quali modificati (e riportati in vita) tramite innesti meccanici; fra di loro ci sono anche Yael Okuzaki e Falco, i killer affrontati da Jigen e Goemon nei mediometraggi. Il pericolo più grande è però Muom, individuo apparentemente imbattibile perché immortale: è lui a governare l’isola, accompagnato dalla sua interprete Sarifa. Mentre una nebbia tossica minaccia di ucciderli, Lupin e i suoi amici hanno solo 24 ore per sconfiggere Muom e tornare a casa.

La trama ricava alcuni elementi da Lupin III – La pietra della saggezza (1978), il primo lungometraggio di Lupin, compreso il suddetto “burattinaio” come antagonista latente; al contempo, però, sono palpabili i rimandi a L’isola del Dottor Moreau e a Ego, il pianeta vivente, in particolare nella versione di Guardiani della Galassia: Vol. 2. Più che su grandi colpi e rapine, la focalizzazione della storia si concentra infatti sull’avventura esotica, dove il fantasy e la fantascienza prendono il sopravvento sul crimine (senza concedere nulla all’umorismo). D’altra parte, i Lupin di Koike prediligono gli scontri fisici tra pari, come pure le trovate fantascientifiche, e questo non è da meno. Il limite, se mai, è di affidarsi troppo all’azione: i 93 minuti del film sono occupati quasi per intero da combattimenti, lotte, sparatorie, e arriva un punto in cui ci si dimentica persino di stare guardando Lupin. La fluidità dell’animazione rende un buon servizio alle scene più spettacolari, ma quello che fatica a emergere sono i personaggi, troppo impegnati fisicamente per lasciare spazio alle rispettive personalità. Le uniche eccezioni sono l’astuzia di Lupin (che ha sempre avuto nella mente la sua arma più affilata) e l’onore di Zenigata, il cui senso del dovere non esclude un certo rispetto per l’avversario.

Dal canto suo, Muom diverte per la caratterizzazione grottesca, quasi ultraterrena: è un semidio fra i mortali che gioca con le sue prede, e si esprime in una lingua incomprensibile. Resta però l’impressione di assistere a un capitolo transitorio, solo un tassello di un racconto più vasto, nonostante si tratti di un lungometraggio. Non che sia una novità: il cinema contemporaneo – anche hollywoodiano – ci ha abituati alla serialità sul grande schermo. In tal caso, però, l’incipit e l’epilogo sono ancora più sfumati, al punto che è impossibile rimuovere La stirpe immortale da una continuity più ampia (e considerarlo nella sua unicità). I fan comunque potrebbero goderselo fino in fondo, purché restino in sala anche durante i titoli di coda: le avventure di Lupin non si fermano certo qui, com’è facile intuire.