Cinema Recensioni

La piccola Amélie scopre il mondo (e sé stessa) in un delizioso film d’animazione

Maïlys Vallade e Liane-Cho Han adattano Metafisica dei tubi di Amélie Nothomb, ricordandoci che «la vita inizia laddove inizia lo sguardo».

Pubblicato il 31 dicembre 2025 di Lorenzo Pedrazzi

Ogni infante è un piccolo dio, o almeno si crede tale: è il centro del mondo per i suoi genitori, e qualunque sua esigenza viene prontamente soddisfatta. Nell’autobiografico Metafisica dei tubi, Amélie Nothomb racconta che, in Giappone, la parola okosama (‘figlio del signore’) indica proprio l’origine divina dei bambini fino ai tre anni di età, quando abbandonano il regno degli dei e si uniscono al resto dell’umanità. Un concetto espresso con ironia dall’incipit di La piccola Amélie, film d’animazione basato sul libro della scrittrice belga: vediamo l’eponima Amélie nascere in stato vegetativo, terza figlia di un diplomatico belga in Giappone, e descrivere sé stessa come un “tubo”; ovvero, un tramite passivo attraverso cui scorrono (e fuoriescono) tanto il cibo quanto le esperienze, senza mai attecchire.

È così che l’autrice – per mezzo dei registi Maïlys Vallade e Liane-Cho Han – rievoca la condizione pre-cosciente dei bambini, prima che inizino a esperire il mondo e stabilire relazioni. Al suo secondo compleanno, però, la situazione cambia: un terremoto risveglia la mente di Amélie, che diventa consapevole della sua famiglia e dell’ambiente idilliaco in cui vive. Conosce allora il padre Patrick, la madre Danièle, la sorella Juliette, il fratello André e la nonna Claude, che le dona un’estasi sensoriale con un pezzo di cioccolato bianco («Il piacere rese finalmente operativo il mio corpo» commenta la protagonista). L’unica da cui si sente compresa, però, è la giovane governante Nishio-san, che le legge un libro sugli yōkai e fa subito amicizia con lei.

Ciò che segue è il racconto delle esperienze che portano Amélie ad acquisire una definitiva consapevolezza di sé, come essere umano e non come divinità: un viaggio rischioso ma dolcissimo, dov’è normale perdersi e poi ritrovarsi, con l’eredità della Storia a fare da sfondo. Kashima-san, la proprietaria di casa, diffida degli occidentali perché ricorda gli orrori della guerra, e rimprovera Nishio per il suo tenero rapporto con Amélie, accusandola di rinnegare il passato; è un conflitto tra vecchio e nuovo mondo, tra una generazione che non può dimenticare i suoi traumi e una che preferisce guardare al futuro. La bambina è presa tra due fuochi, proprio nel momento più delicato della sua formazione, quando il mondo le si spalanca davanti agli occhi con tutti i suoi misteri da esplorare.

Solo l’animazione poteva restituire la ricchezza di questa esperienza, dove interiorità ed esteriorità si compenetrano senza interruzioni. Maybe Movies ripropone lo stile grafico sperimentato da Rémi Chayé in Sasha e il Polo Nord, ormai divenuto il tratto distintivo dello studio francese: figure umane semplici ma espressive, con colori pieni e pochissime sfumature (come nella cutout animation), su sfondi che ricordano i dipinti ad acquerello. Un’animazione fluida ed evocativa, insomma, fatta di macchie cromatiche dai contorni grezzi. L’esito è visivamente brillante perché valorizza gli occhi curiosi della bambina, che imbrigliano la luce del mondo mentre cercano stupore: tutto il percorso di scoperta passa da lì, poiché «lo sguardo è una scelta», e «la vita inizia laddove inizia lo sguardo».

Maïlys Vallade e Liane-Cho Han – anche sceneggiatori con Aude Py e Eddine Noël – intessono una narrazione compatta e trascinante, talvolta più vicina alle logiche del sogno (perfette per l’animazione) che alla realtà. In tal modo, rendono bene l’idea di un’esperienza soggettiva, fantasiosa e parziale come solo lo sguardo di una bambina può essere. Alla fine, Amélie impara a rimuovere sé stessa dal centro del mondo, che è l’unico modo per conoscerlo davvero.

CONSIGLIATI