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La mia famiglia a Taipei è un irresistibile viaggio ad altezza di bambina

La prima regia solitaria di Shih-Ching Tsou, coadiuvata da Sean Baker come montatore e co-sceneggiatore, mette in scena un contrasto fra generazioni a Taiwan.

Pubblicato il 17 dicembre 2025 di Lorenzo Pedrazzi

Mettere la cinepresa ad altezza di bambino è sempre una scelta politica, poiché significa adottare un punto di vista non ancora condizionato dalle sovrastrutture che governano gli adulti. Sean Baker l’ha dimostrato nel bellissimo Un sogno chiamato Florida, e gli echi di quel film ora risuonano in La mia famiglia a Taipei, scritto da Baker con la regista Shih-Ching Tsou: un cerchio che si chiude, dato che la cineasta taiwanese ha prodotto tutti i film di Baker da Starlet a Red Rocket, oltre a ad aver diretto Take Out (2004) insieme a lui.

La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl) è quindi la sua prima regia solitaria, e il titolo originale racchiude già il nucleo tematico del film. La piccola I-Jing (Nina Ye) arriva a Taipei con la madre Shu-Fen (Janel Tsai) e la sorella ventenne I-Ann (Shih-Yuan Ma), dopo una lunga assenza dalla capitale taiwanese. Per ripagare i debiti del marito, Shu-Fen prende in affitto un chiosco al mercato notturno, mentre I-Ann lavora in un negozio che vende noci di areca, e ha una relazione sessuale con il proprietario. Quando il nonno Wen-Xong Chen (Akio Chen) nota che I-Jing è mancina, l’ammonisce: quella è la mano del diavolo, non va usata. A poco servono i rimproveri della nonna (Xin-Yan Chao), che accusa il marito di essere un vecchio superstizioso; I-Jing è ormai convinta che la mano sinistra sia cattiva, e comincia a usarla per piccoli furti al mercato.

Seguire la “cinepresa” – in realtà un iPhone – che pedina la protagonista è una vera delizia, anche grazie al montaggio di Baker e alla suggestiva fotografia di Ko-Chin Chen e Tzu-Hao Kao: i colori saturi, tendenti all’acido, valorizzano l’atmosfera metropolitana di Taipei con un gusto quasi psichedelico, mettendo in risalto le luci dei neon e i contrasti notturni. Ne deriva il ritratto di una città vibrante, dove il clima frenetico si riflette nei rapporti interpersonali, pieni di drammi, battibecchi e confronti tragicomici. La sceneggiatura è abile a intrecciare le vicende della famiglia, facendole convergere in un punto cruciale per tutte le storie parallele: ci sono i debiti di Shu-Fen, con i suoi occhi tristi e la voglia segreta di evasione, corteggiata da un ragazzo gentile (Brando Huang) che gestisce il banco vicino al suo; ci sono i traffici illegali della nonna, che insegue il mito della giovinezza e idolatra l’unico figlio maschio, trasferitosi a Shanghai; e ci sono i dubbi di I-Jing, divisa tra l’innocenza della sua età e il senso di colpa instillatole dal nonno.

Questo conflitto generazionale è emblematico di un paese diviso fra tradizione e innovazione, dove ancora sopravvivono pressioni patriarcali e antiche superstizioni. A opporsi sono soprattutto i personaggi femminili, con la noncuranza che si riserva agli sproloqui di un vecchio: ci pensa per prima la nonna, e poi anche I-Ann, peraltro già impegnata a confrontarsi con una società classista. Quando ritrova due ex compagni del liceo che ora frequentano l’università – mentre lei ha dovuto abbandonare la scuola e rinunciare alle sue aspirazioni personali – il dislivello sociale è evidente. Attraverso una vivace commistione di dramma e commedia (ma privilegiando quest’ultima), Shih-Ching Tsou s’interroga su quanto spazio abbia la felicità individuale in una società che pretende sempre tanto dai suoi figli, e in particolare dalle sue figlie. Lo fa con ironia, come accade nei film di Baker, che giocano sul contrasto fra la durezza dell’ambientazione e i paradossi della quotidianità: il riscatto della classe lavoratrice avviene grazie alla solidarietà reciproca, e alla sua capacità di sopravvivenza in un mondo caotico.

È quello che succede anche qui, sulle note di un tema musicale giocoso e cadenzato che accompagna le peregrinazioni di I-Jing fra le strade di Taipei, a dimostrazione di quanto lo spirito di fondo sia comunque leggiadro (nonostante la serietà di alcuni temi). La regista dà prova di saper adattare il flusso della narrazione al ritmo della metropoli, trascinandoci via con lei in questo racconto di tre generazioni femminili, diverse ma complementari: consapevoli o meno, lottano tutte contro un mondo che le vorrebbe addomesticate, ma che non ha fatto i conti con la loro intraprendenza. Un film spassoso, arguto e visivamente raffinatissimo.

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