Cinema

Kevin di Mamma ho perso l’aereo e Jigsaw sono la stessa persona?

L'approfondimento definitivo sulla teoria più folle del Natale.

Pubblicato il 12 dicembre 2025 di Filippo Magnifico

Mamma ho perso l’aereo è un cult natalizio, un rito stagionale. È uno di quei film che conosciamo a memoria, che rivediamo ogni anno come fosse la prima volta: le case addobbate, la colonna sonora, la magia del Natale raccontata attraverso gli occhi di un bambino. È una commedia leggera, familiare, rassicurante. O almeno così sembra.

Perché, a ben guardare, Mamma ho perso l’aereo è costruito come un cartone animato sotto forma di live action. È slapstick, esagerato, fisico.
E proprio per questo, quando lo analizziamo senza il filtro della nostalgia, affiora un dettaglio che oggi ci colpisce più di allora: le trappole di Kevin sono terribilmente pericolose.

Prendiamone alcune come esempio:

  • La latta di vernice che oscilla dalle scale, a quella velocità, potrebbe sfondare un cranio.
  • Il ferro da stiro lanciato dall’alto potrebbe uccidere sul colpo.
  • La maniglia arroventata, il chiodo arrugginito, il ghiaccio sui gradini: ogni invenzione è una micro-tortura travestita da gag comica.

È proprio questa ambiguità (commedia in superficie, violenza potenziale in profondità) che ha affascinato gli spettatori cresciuti con il film. Ed è da qui che nasce una delle teorie più celebri e irresistibilmente geniali della cultura pop: la possibilità che Kevin McCallister, crescendo, sia diventato Jigsaw, l’enigmista della saga Saw.

Ovviamente non è una teoria seria, ma un gioco, un esercizio di immaginazione collettiva nato su forum e social.
Eppure… più la osserviamo da vicino, più i puntini iniziano a collegarsi.

La psicologia di Kevin: un bambino brillante… e inquietante

Kevin non è un semplice bambino lasciato solo a casa. È uno stratega.
Analizza, pianifica, costruisce. Anticipa i movimenti dei ladri con una precisione quasi maniacale.
E, soprattutto, si diverte.

La sua non è una fuga disperata: è una missione punitiva.
Il piacere che prova nel vedere i ladri soffrire, la soddisfazione quasi teatrale con cui prepara ogni trappola, suggeriscono una mente naturalmente incline al controllo, al gioco psicologico e alla “lezione morale”.

Esattamente come John Kramer, alias Jigsaw.

Trappole: dalle gag cartoonesche ai meccanismi sadici

Le trappole di Kevin e quelle di Jigsaw hanno più in comune di quanto sembri.

Kevin:

  • Crea percorsi obbligati.
  • Usa oggetti comuni trasformandoli in armi.
  • Orchestra l’ambiente come un labirinto psicologico.
  • Esegue le sue idee con creatività quasi ingegneristica.

Jigsaw:

  • Fa la stessa cosa, con risorse maggiori e intenti filosofici.
  • Costruisce macchine punitive.
  • Impone a ogni vittima un percorso.
  • Usa la casa (o l’edificio) come un organismo vivente.

La teoria vede in Kevin un talento naturale, acerbo e grezzo, che crescendo si affinerebbe fino a diventare l’ingegneria ritualistica di Jigsaw.

Il tema del controllo: dirigere la paura

Una delle somiglianze più affascinanti non è materiale, ma psicologica: entrambi mettono in scena la paura.

Kevin non attende che i ladri entrino: li guida.
Li costringe a cadere nelle sue trappole.
Disegna un percorso.
E li osserva, dall’alto o da dietro un angolo, come un regista che vede la propria opera prendere vita.

Jigsaw fa lo stesso: scrive un copione, lo distribuisce alle sue vittime e attende di vedere se supereranno la prova.

L’elemento decisivo: i registratori

Kevin usa registratori vocali per manipolare la percezione degli adulti, alterare la realtà, creare scenari fittizi.
È lo stesso strumento iconico di Jigsaw: il messaggio registrato, la voce metallica, l’annuncio della prova.

I fan lo hanno letto come un segno simbolico: il bambino che gioca con un Talkboy diventa l’adulto che registra il destino delle sue vittime.

Trauma, abbandono e radici del male

Kevin viene dimenticato, ignorato, sminuito.
È un bambino che cresce in un ambiente caotico, dove la sua intelligenza non viene riconosciuta e il suo carattere non trova spazio.

Secondo i fan, questo terreno emotivo potrebbe trasformarsi, in età adulta, in una ricerca ossessiva di controllo e giustizia punitiva.

Jigsaw nasce da un trauma.
Kevin, nelle teorie online, da una serie di micro-ferite psicologiche.

Le reazioni degli autori e degli attori

La teoria è così popolare che persino chi ha lavorato ai film è stato costretto a commentarla.

James Wan, co-creatore e regista di Saw, ha ammesso di trovare l’idea divertente e addirittura lusinghiera. Ha chiarito che non esiste alcun collegamento reale tra i due universi, ma ha riconosciuto la creatività dei fan che hanno costruito questo ponte narrativo. Stessa cosa per Macaulay Culkin, che ha trovato la teoria decisamente brillante.

Il problema dell’età: la falla più grande della teoria

C’è però un dettaglio che mette seriamente in crisi qualsiasi tentativo di rendere credibile la teoria: l’età dei personaggi.
Kevin McCallister è un bambino degli anni ’80. Mamma ho perso l’aereo esce nel 1990 e lui ha otto anni, il che colloca la sua nascita intorno al 1982.

John Kramer, invece, ha un passato molto più lungo e strutturato alle spalle. La timeline ufficiale di Saw lo colloca come un uomo nato negli anni ’50, con una carriera stabile, un matrimonio fallito, e un trauma che avviene quando è già adulto.
Quando il pubblico incontra Jigsaw nel primo film del 2004, Kramer ha oltre cinquant’anni.

Basta fare due conti: nel 2004 Kevin avrebbe circa ventidue anni, mentre Jigsaw ne ha più del doppio.
Una discrepanza temporale enorme, praticamente insormontabile, che rende impossibile sovrapporre le due identità senza riscrivere completamente entrambe le saghe.

Ma allora perché adoriamo questa teoria?

Non perché sia vera.
Ma perché è, per certi versi, perfetta.

Perfetta nel modo in cui mescola nostalgia e orrore.
Perfetta nel mostrare come i film cambiano con noi, diventando più complessi, più ambigui.
Perfetta nel trasformare una commedia natalizia in una potenziale origin story dell’iconico villain horror degli anni 2000.

È un gioco dell’immaginazione, certo.
Ma anche un modo per rileggere la cultura pop, trovando connessioni che non esistono… ma che forse avrebbero potuto esistere.

Ed è proprio questo a renderla irresistibile.