Cinema

Jumanji (quello vero) compie 30 anni e lo amiamo ancora tantissimo

Il 15 dicembre del 1995 usciva nelle sale il film di Joe Johnston, un capolavoro adventure che ha stregato una generazione.

Pubblicato il 15 dicembre 2025 di Giulio Zoppello

La giungla non ha più avuto lo stesso sapore dopo che Jumanji è entrato nelle nostre vite. Oggi sono 30 anni esatti da quell’avventura fantasy incredibile, iconica, uno dei veri cult anni ’90, che seppe conquistare i più piccini ma anche stregare gli adulti. Il tutto a maggior gloria di lui, di Robin Williams.

UN FILM PERFETTO PER IL PUBBLICO DEGLI ANNI ‘90

Jumanji era originalmente un romanzo per bambini scritto da Chris Van Allsburg e che aveva raccolto un grande successo presso il pubblico di riferimento nei primi anni ’80. Il produttore Peter Guber nel 1991 gli chiese di scrivere una sceneggiatura, convinto che un trattamento cinematografico potesse essere un grande successo. Tuttavia, il primo script prodotto da Van Allsburg non colpì molto le major, e fu solo dopo che Jonathan Hensleigh, Greg Taylor e Jim Strain ci misero mano che la TriStar decise di finanziare il film. Ma c’era una condizione: doveva essere Robin Williams il protagonista.

Joe Johnston dovette rimodellare di nuovo la sceneggiatura, che inizialmente aveva lasciato perplesso l’attore, all’epoca il Re Mida dei botteghini. Per Jumanji furono usati animatronics, ma anche una CGI di nuova concezione, creata dalla Industrial Light & Magic di George Lucas, per dare vita ad animali e strane creature. Il risultato fu un mix di avventura, dramma generazionale, survival e anche fantasy-horror (benché sfumato) che investì le sale come un terremoto. Jumanji dalla sua ebbe anche la capacità di cavalcare il successo dei giochi da tavolo, che proprio in quei primi anni ’90 avevano subito un incremento di vendite incredibile.

“Nella giungla dovrai stare finché un cinque o un otto non compare” ancora oggi tutti se la ricordano anche per questo: era incredibilmente familiare, per chi si dilettava con Heroquest o Brivido. E poi c’era la storia, così coinvolgente, così capace di colpire nell’intimo il pubblico, anche quello adulto, che si trovò chiamato in causa. Nel 1969 Alan Parrish è un ragazzino bullizzato, solo, figlio di un fabbricante di scarpe, Sam Parrish (Jonathan Hyde), con cui ha un rapporto terribile. Quando trova in un cantiere abbandonato un gioco da tavolo, non può immaginare che un tiro di dadi lo vedrà risucchiato (letteralmente) dentro un incubo, un mondo di zanne, artigli e paura. Sparisce urlando, con Sarah che viene data per pazza e persino internata. Da quel terribile evento, Jumanji poi fa un salto temporale, ci porta negli anni ’90, quando lo stesso gioco viene trovato da Peter (Bradley Pierce) e Judy Sheperd (Kirsten Dunst), rimasti da poco orfani. Sono in nuovi inquilini della vecchia casa di Alan e i tamburi di Jumanji tornano a suonare anche per loro.

UN CALDERONE NARRATIVO DENTRO CUI FINÌ UN PO’ DI TUTTO

Quella partita mai finita trent’anni prima riparte e con essa, le evocazioni di fiere, mostri, piante carnivore e soprattutto lui: il crudele cacciatore Van Pelt (ancora Jonathan Hyde), spingarda in mano e tante pessime intenzioni. Sbuca però, grazie a un tiro fortunato, anche Alan (Robin Williams), sopravvissuto per tanti anni dentro quella giungla terrificante. In lui c’è qualcosa di un Tarzan, di un Sandokan, di un reduce del Vietnam. Inutile dire che da quel momento, Williams si mangi letteralmente il film, assistito da una bravissima Bonnie Hunt nei panni di una rediviva e stralunata Sarah. Dialoghi frizzanti, gag straordinarie, vanno di pari passo con un’atmosfera di incertezza, paura e tensione, con l’apparizione di creature che seminano il panico in città. Tutti elementi con cui il film strizza l’occhio a Lo Squalo di Spielberg, anche per come vengono sublimati dal sonoro, con una capacità unica di rendere l’ignoto un inesauribile vaso di Pandora.

I dadi sono fonte di salvezza e assieme di guai per i protagonisti, ma Jumanji, mentre recupera la visione vittoriana dell’avventura esotica, la narrativa di Burroughs, Doyle, Kipling, Barrie su una natura malvagia o benigna, ci parla anche di paternità. Il padre è rimpianto, ma è anche il nemico, è pure qualcosa che Alan diventa per i due nuovi giocatori, non a caso pure loro privi di genitori. Un elemento freudiano sorprendente, che si chiude nel bellissimo finale, con Alan che abbraccia il padre una volta finito il gioco e tornato nel 1969. Poi c’è il simpaticissimo poliziotto “Laccio Bollente” Carl (David Alan Grier) ex operaio della fabbrica, licenziato a suo tempo proprio a causa di Alan, a rendere il tutto spassoso e comico. Passato e presente, cosa si può modificare, cosa invece rimarrà sempre uguale? Jumanji, con un finale al cardiopalma, trasformazioni corporee, comicità slapstick da Looney Tunes e terrore da b-movie, dominerà i botteghini e naturalmente sarà ridimensionato dalla critica dell’epoca. Ma è un pezzo di cuore per chiunque l’abbia visto, con buona pace dell’orrido franchise remake, che ne ha preso in prestito il nome per creare dei blockbuster senz’anima, senza cuore e senza nulla di spaventoso.

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