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Five Nights at Freddy’s 2, un capitolo transitorio con pupazzi raccapriccianti

Emma Tammi torna alla regia per il sequel di Five Nights at Freddy's, scritto dall'autore del celebre videogioco.

Pubblicato il 04 dicembre 2025 di Lorenzo Pedrazzi

È paradossale che, in tempi di franchise cross-mediali e ossessione per la lore, confezionare un sequel possa diventare tanto difficile. Il primo Five Nights at Freddy’s era riuscito a plasmare il soggetto del videogioco in una forma cinematografica, attribuendo un passato al protagonista Mike Schmidt (Josh Hutcherson) e popolando la storia di conflitti interiori, traumi e lutti da elaborare. Per il sequel, la regista Emma Tammi non può limitarsi ad adattare il secondo videogioco, ma deve attingerne alcuni elementi e integrarli nella vicenda di Mike, della sua sorellina Abby (Piper Rubio) e di Vanessa Shelly (Elizabeth Lail), figlia del serial killer William Afton (Matthew Lillard). Un compito abbastanza impegnativo per Scott Cawthon, che stavolta firma il copione da solo: in quanto creatore del gioco, il materiale di partenza lo conosce fin troppo bene, ma l’esigenza di aderire a una narrazione più strutturata comincia a pesare sulla sceneggiatura.

Il limite principale è nella retro-continuity, a cui troppo spesso le saghe fanno ricorso per giustificare i loro sequel. Dopo gli eventi del primo film, Mike ha ottenuto la custodia di Abby, ma quest’ultima sente la mancanza dei suoi amici, ovvero i fantasmi dei bambini che infestano il Freddy Fazbear’s Pizza. Intanto, Vanessa è perseguitata dagli incubi della sua infanzia: quando era piccola, la sua amica Charlotte (Audrey Lynn-Marie) morì per salvare un bambino nel ristorante originale, dove William compiva i suoi primi delitti. Nel locale si esibiva un’inquietante marionetta dagli arti lunghi e sottili, che controllava gli altri pupazzi tramite una connessione wireless, molto avanzata per l’epoca. Come potete immaginare, la marionetta riuscirà in qualche modo ad attirare Abby, usando i pupazzi sopracitati per farle credere che i suoi amici hanno bisogno di aiuto: mentre la città si prepara a festeggiare il Fazfest, trasformando il dramma in leggenda locale, la marionetta si libera dai suoi “fili” e va in cerca di vendetta, manovrando Toy Freddy e compagnia animatronica.

In realtà, l’intreccio è ben più contorto di così, a dimostrazione di quanto la “mitologia” della saga (una volta trasposta al cinema) tenda ad arricciarsi su sé stessa. Il prologo nel 1983 suona già piuttosto goffo, con bambini che fanno discorsi da adulti – in modo ancora più evidente rispetto alla media di Hollywood – e Charlotte che viene introdotta come un’emarginata sociale ossessionata dalla marionetta, senza giustificazioni di sorta. Il suddetto ricorso alla retro-continuity non aiuta: Cawthon aggiunge elementi del passato che fanno capolino solo adesso, e collega i due piani temporali attraverso l’accumulo caotico di personaggi e situazioni. È chiaro che la sceneggiatura fatica a tenere insieme il tutto, e spesso cede a snodi narrativi forzati, semplicistici, che portano avanti la storia in modo farraginoso. Maggiormente concentrati sul fan service rispetto al primo capitolo, Tammi e Cawthon si preoccupano di aumentare i jump scare (talvolta un po’ gratuiti) e di integrare alcune meccaniche del secondo gioco, come l’utilizzo di una maschera per ingannare il riconoscimento facciale degli animatronic: soluzioni che probabilmente saranno gradite ai seguaci della serie, ma che aggiungono poco al film.

Viene quindi a mancare il punto forte del prequel, che dava il meglio di sé nella caratterizzazione di Mike – qui decisamente più piatta – e nel suo rapporto con Abby. Purtroppo, Five Nights at Freddy’s 2 preferisce focalizzarsi sulle scene episodiche, sui salti sulla sedia, sulle immagini disturbanti degli animatronic. Da quest’ultimo punto di vista, non si può negare che il risultato sia efficace: i pupazzi realizzati dal Jim Henson’s Creature Shop sono davvero suggestivi, e conservano una qualità materica che vediamo raramente a Hollywood; la marionetta, in particolare, sfiora persino il perturbante con la sua maschera fissa. Anche la scenografia del ristorante originale (curata da Marc Fisichella) è di ottima fattura, e garantisce una certa atmosfera grazie all’utilizzo di elementi fisici, a metà strada fra un’attrazione da luna park e un locale di Chuck E. Cheese’s.

D’altra parte, anche questo sequel è concepito come horror per ragazzi, confinato entro i limiti del PG-13, e giocato più sulle suggestioni macabre che sull’effettiva rappresentazione della violenza: una mosca bianca, nel cinema dell’orrore contemporaneo. Peccato per la lore un po’ troppo involuta, e per un finale eccessivamente tronco che rimanda all’inevitabile terzo capitolo.

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