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Eternity, l’aldilà è un non-luogo in questa spassosa commedia romantica

Immaginando un triangolo amoroso nell'oltretomba, il regista David Freyne rilancia le rom-com di matrice fantastica, mentre alimenta una visione ordinaria dell'amore.

Pubblicato il 01 dicembre 2025 di Lorenzo Pedrazzi

Quando tenta di immaginare l’aldilà, è raro che il cinema (soprattutto americano) concepisca qualcosa di pienamente alieno, estraneo all’esperienza quotidiana e proiettato in una dimensione “altra”. Ci è cascata persino la Pixar, a cui la fantasia non manca di certo: ricordate l’Oltremondo di Soul? Una sequela di keynote e corsi formativi, con la solita impronta aziendale. Nonostante possieda gli strumenti per liberare le fantasie più sfrenate, Hollywood tende a ripetere meccanismi ordinari e familiari, derivanti dal sistema economico in cui viviamo. Difficilmente osa immaginare un modello di vita alternativo, persino quando la vita non c’è più.

Lo stesso discorso vale anche per Eternity, terzo lungometraggio di David Freyne dopo The Cured e Dating Amber. La differenza, però, è che questa peculiare commedia romantica tematizza il problema: se l’aldilà reitera schemi già noti, è per parodiare un sistema che ci perseguita su ogni piano dell’esistenza, confermando i suoi effetti alienanti. A introdurci in questa dimensione è Larry Cutler (Barry Primus), anziano signore sposato da più di sessant’anni con Joan (Betty Buckley). Nonostante quest’ultima sia malata terminale, ad andarsene per primo è proprio Larry, che si ritrova così nella Stazione di Scambio: un luogo transitorio fra la vita e l’oltretomba, dove ogni defunto ha una settimana di tempo per decidere come trascorrere l’eternità. La stazione ricorda un gigantesco hotel con centro congressi, e i promotori degli aldilà più svariati – ognuno ha un “tema” dominante – cercano di accalappiare i nuovi arrivati con promesse di grande relax o divertimento.

Larry (ora interpretato da Miles Teller, poiché i defunti affrontano la vita eterna con l’età di quando erano più felici) è disorientato, ma Anna (Da’Vine Joy Randolph), la sua Consulente per l’Aldilà, gli spiega tutto quello che deve sapere. Nella Stazione di Scambio c’è però anche Luke (Callum Turner), il primo marito di Joan, morto nella Guerra di Corea poco dopo il matrimonio. Luke è bello, elegante, pieno di charme, e ha aspettato l’arrivo della moglie per ben 67 anni, nella speranza di passare l’eternità insieme a lei. Quando raggiunge la Stazione di Scambio, Joan (ora con il volto di Elizabeth Olsen) deve quindi scegliere tra l’uomo con cui ha trascorso una vita intera, e quello con cui non ha avuto l’opportunità di farlo.

La sceneggiatura di Freyne e Pat Cunnane rivitalizza il triangolo amoroso in un contesto fantastico, e non c’è da stupirsi che provenga da un’accoppiata indipendente: Star Thrower Entertainment per la produzione, e A24 per la distribuzione americana. Come sappiamo, Hollywood si tiene alla larga dalle commedie romantiche, ed evita anche quelle fantasy, se si escludono poche eccezioni; i tempi di Ricomincio da capo e Al di là dei sogni sono finiti negli anni Novanta. Qui, l’idea brillante è nella caratterizzazione dell’aldilà come una sconfinata sequenza di parchi a tema, quasi una versione ironica e paradossale di Westworld: c’è l’eternità in stile Repubblica di Weimar, dove godersi una Berlino libertina e queer senza i prodromi del nazismo; c’è Capitalist World, dominato da una furibonda competizione, ma anche Marxist World (squisitamente sold out), Beach World, High School World, e così via. Una parte del divertimento consiste nel setacciare lo sfondo per cogliere gli aldilà più spassosi, che fanno capolino sotto forma di banchetti e locandine promozionali. In tal senso, Eternity rilancia il concetto della commedia multi-livello, che sovrappone almeno due piani in una singola inquadratura: l’azione in primo piano (con i personaggi che fanno procedere la storia), e le gag “nascoste” in secondo piano.

Del resto, la Stazione di Scambio è il non-luogo definitivo: uno spazio chiuso e standardizzato, transitorio e commerciale, dove il ciclo giorno-notte è simulato con deliziosi effetti materici. Freyne, come si accennava all’inizio, reitera modelli già esistenti e riconoscibili, figli del sistema economico vigente, ma almeno lo fa in modo consapevole. La sua è una satira puntuale – per quanto ovvia – di un capitalismo che trasforma qualunque fenomeno in business, svuotandolo della sua identità per proporne una versione addomesticata e commerciabile. Un esempio in tal senso è dato da Paris World, l’eternità a tema parigino, dove tutti parlano inglese con accento francese: insomma, il mondo reale declinato secondo un immaginario stereotipato e rassicurante. Non c’è pace nemmeno da morti, e l’oltretomba è privo di qualunque spiritualità. Eternity, da questo punto di vista, è molto furbo: non dà risposte, riporta il tutto sul piano umano, ed evita ogni morale con spassoso cinismo. Non ci sono punizioni per il proprio comportamento in vita, il capitale – lo sappiamo bene – è sempre pronto ad assolvere chiunque.

In questo contesto si dipana una piacevole trama romantica, a dimostrazione di quanto l’amore sia costretto a districarsi fra innumerevoli pressioni sociali e commerciali. È un triangolo di matrice classica: se Larry corrisponde all’everyman della piccola borghesia americana, Luke è invece il grande sogno d’amore, una sorta di uomo ideale che dice sempre la cosa giusta, si veste nel modo giusto e ha un portamento aristocratico. Il casting è impeccabile per entrambi, anche se Miles Teller – produttore esecutivo con la stessa Elizabeth Olsen – offre l’interpretazione più sfumata e conflittuale; per certi aspetti, il vero protagonista è lui. D’altra parte, Eternity è una celebrazione dell’amore ordinario, quindi scansa le provocazioni e fa scelte poco audaci: il viaggio conta più della destinazione, e le interazioni scoppiettanti fra i personaggi ne sono la prova. Tutto il resto ci ricorda quanto è difficile visualizzare un’esistenza diversa, più rischiosa e avventurosa, soprattutto per un ceto medio che manca di fantasia. Forse, più che alle rom-com degli anni Novanta, bisognerebbe tornare alle screwball comedy della Hollywood classica.

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