Rob Renier e la moglie Michele Singer sono stati rinvenuti morti nella loro casa di Los Angeles. Mentre si susseguono notizie e aggiornamenti sull’accaduto (dapprima si è parlato di un coinvolgimento del figlio, ma un’ora fa la polizia ha precisato di aver sentito tanti parenti, ma che nessuno è al momento sospettato), tutti piangono un artista che dagli anni ’70 in poi ci ha regalato tantissimo, diventando col tempo quasi un amico di famiglia.
Rob Reiner è stato tante, tantissime cose assieme. Regista, sceneggiatore, attore, commediografo, produttore, una delle menti creative più importanti della sua generazione. Newyorkese doc, nato in una famiglia ebraica nel Bronx era un figlio d’arte, ma se ha avuto una carriera unica, inimitabile, lo ha dovuto soltanto a sé stesso. Rob Reiner è sempre stato unico, sia per trasversalità, quanto per una imprevedibilità legata ad una capacità di destreggiarsi tra piccolo e grande schermo in più ruoli, che lo ha reso una vera e propria mosca bianca in un ambiente così standardizzato. Arcibaldo, una delle più belle serie tv degli anni ‘70, fu il momento in cui il grande pubblico conobbe questo istrionico mattatore, il personaggio di Michael Stivlic per lui diventò un vero e proprio trampolino di lancio. Originale, creativo, imprevedibile, Rob Reiner era capace sempre e comunque di fustigare la società americana, ma con ironia e leggerezza, con una straordinaria profondità.
Lo dimostrò fin dall’inizio della sua carriera da regista, nel 1984 con This is Spinal Tap, una delle parodie alla industry musicale più belle mai concepite. Rob Reiner non si fermava mai, passava da un tema all’altro, da un genere all’altro, senza ordine di continuità. Ha saputo parlare di satira sociale e politica, ma anche di sentimenti, dell’imprevedibilità dell’esistenza, si è addentrato anche nel legal drama, nel melodramma familiare, per poi sorprendere tutti e donarci anche un fantasy incredibile come fu La storia fantastica. Forse, la realtà è che a Rob Reiner interessavano le persone, anzi i personaggi, le dinamiche che li portano a stravolgere le loro vite, come sono capaci di cambiare e allo stesso tempo di rimanere comunque gli stessi. Il tutto, mentre non smetteva mai di essere anche un attore, collaborando con registi del calibro di Woody Allen, Ron Howard, Albert Brooks, Martin Scorsese ed Alan Arkin. Anche il piccolo schermo non l’ha mai rinnegato, basti pensare al suo cameo in The Bear, a come ha saputo lasciare sempre un segno anche in parti apparentemente piccole, da Hannah Montana a 30 Rock, da New Girl a The good fight.
Ma è inutile negarlo, si scrive Rob Renier, si legge Stand By Me – Ricordo di un’estate. Forse il più grande film generazionale mai fatto, di certo il più importante di quegli anni ’80, di cui lui è stato un simbolo assoluto. Lui, Steven Spielberg, George Lucas, Robert Zemeckis, John Landis, un mazzo di carte artistico unico, inimitabile, capace di arrivare al pubblico generalista e portarlo dove nessuno li aveva mai guidati prima. Ma Stand By Me – Ricordo di un’estate è il film per il quale sarà ricordato in eterno, quello in cui ci porta dentro l’essenza stessa dell’adolescenza, come un momento infinitesimale e allo stesso tempo eterno, capace di caratterizzarci per sempre. Misery non deve morire, che dire di quell’horror psicologico che a 35 anni di distanza ha stabilito uno standard per quello che riguarda i villain al femminile, che anticipò la società dello spettacolo. Poi c’era stato Codice d’onore, uno dei legal drama più appassionanti degli anni ’90, sull’ipocrisia della divisa americana e dei suoi falsi valori.
Tutti ricordiamo Harry, ti presento Sally… che qualcuno ritiene la più grande commedia romantica americana di sempre, o se non altro quella più rivoluzionaria, che si lasciò alle spalle stereotipi di genere e inutili retoriche hollywoodiane. Rob Reiner ha parlato anche di terza età con Non è mai troppo tardi, e anche se col tempo aveva perso lo smalto, rimaneva una fonte d’ispirazione unica. Con lui oggi se ne va un simbolo assoluto di quella autorialità americana, che aveva saputo conquistare il mondo, creare uno standard narrativo applicabile ad ogni genere, farci ridere, commuovere, riflettere, insegnarci sempre qualcosa su noi stessi e il mondo che ci circonda. Di fatto, è stato uno dei motori principali di quella pop culture, che è andata via via morendo, in questo XXI secolo tecnocratico e ripetitivo. Rob Reiner mancherà a questa industria in crisi, fatta di registi e sceneggiatori che ripetono sempre la stessa formula, incapaci come lui di uscire dalla comfort zone, dal derivativo mascherato da novità, di mettersi sempre in gioco, di offrirci ogni volta qualcosa di nuovo.
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