La villa in Costa Smeralda è proprio come vi aspettate che sia, e potrebbe appartenere a qualunque arricchito (o ereditiere) del Belpaese: artificiosa, pacchiana, votata alla celebrazione dell’ego. Checco Zalone – che qui è figlio di un ricchissimo imprenditore del mobile, ma sempre con il suo nome d’arte – vive circondato da un esercito di domestici insieme a una giovane modella messicana, e si prepara a festeggiare i suoi cinquant’anni con un party a tema egizio. «È sempre bello mostrare la ricchezza a chi non può permettersela» dice Checco all’intervistatrice di una rivista straniera, intenta a tracciare un profilo dei miliardari italiani: del resto, tutta la sua vita è puro dispendio, da ostentare in pubblico il più possibile. Sei Ferrari, un portafogli colmo di American Express, disprezzo per la cultura e per qualunque forma di impegno sociale… non è l’esistenza che molti italiani sognano?
Zalone e Gennaro Nunziante, tornato alla regia dopo la parentesi di Tolo Tolo, hanno sempre lavorato su vizi e sotterfugi dell’italiano medio, raccogliendo l’eredità della commedia all’italiana – come si è detto spesso – ma con piglio più assolutorio. I personaggi interpretati da Zalone sono immancabilmente superficiali, ignoranti e materialisti, per quanto dotati talvolta di un certo candore, che alimenta il mito degli “italiani brava gente”: ovvero, quello «scudo di bonarietà, di giovialità, di naturale inclinazione alla mitezza e alla socialità cordiale» di cui parla Pierluigi Battista nella sua riflessione sull’argomento. Il discorso non cambia in Buen camino, nonostante le radici socio-economiche del protagonista siano diverse.
Lo Zalone del film è costretto a scendere dalla sua torre d’avorio quando la figlia Cristal (Letizia Arnò) abbandona la casa della madre Linda (Martina Colombari) e del nuovo compagno di quest’ultima, il regista teatrale palestinese Tarek (Hossein Taheri). Checco è un padre distante, convinto che il denaro sia sufficiente per assolvere ai suoi doveri genitoriali, e non ricorda nemmeno quando sia nata la figlia. Una veloce indagine porta lui e Tarek a scoprire la verità: Cristal è partita per il cammino di Santiago, ma è minorenne, quindi ha acquistato dei documenti falsi per poterlo fare da sola. Dopo averla raggiunta a Saint-Jean-Pied-de-Port, punto di partenza del cammino francese, Checco si ritrova a seguirla tappa per tappa, facendo amicizia con altri pellegrini – tra cui la premurosa Alma (Beatriz Arjona) – e riavvicinandosi così alla figlia.
La produzione è sontuosa, soprattutto in termini di location, e può permettersela solo un attore che sbanca il botteghino da circa un quindicennio. Rispetto agli altri suoi film girati in parte all’estero, qui il contrasto è tra il materialismo di Checco e la spiritualità del pellegrinaggio, che corrisponde alla reazione di gran parte del pubblico: quella che, probabilmente, un’esperienza del genere non la farebbe mai. In effetti, è lecito chiedersi se gli spettatori rideranno di lui o con lui, in un rapporto ambiguo tra repulsione e identificazione. È per questo che certe battutacce del protagonista sulla Palestina o sui campi di concentramento lasciano interdetti: ci si domanda dove finisca la satira (comunque fuori luogo) e dove inizi il qualunquismo, se non il menefreghismo. La stessa caratterizzazione del regista palestinese ne fa una macchietta dell’intellettuale di sinistra, quella che farà impazzire di gioia – inutile negarlo – buona parte del pubblico, ansiosa di deridere certe “maschere” pretestuose e impegnate; nel ridere di loro, ci si assolve per il proprio disimpegno. D’altra parte, Zalone ha sempre fatto satira non schierata, che spara a trecentosessanta gradi, per non scontentare nessuno. In questo gli manca un po’ di coraggio: è più facile piacere a tutti quando si è “apolitici”. Il successo di tanti personaggi televisivi nasce anche da quello.
Così, le scene immerse nel lusso non paiono una critica, ma una divertita esposizione di luoghi e oggetti desiderati, come i servizi di un rotocalco sulle vacanze dei ricchi: si offre agli spettatori qualcosa su cui sognare. Non a caso, il denaro è utilizzato anche per sbalordire i pellegrini con una cena luculliana, proprio in un contesto che dovrebbe privilegiare la genuinità, la collettività, la condivisione delle risorse. I soldi, a quanto pare, sono sempre la risposta. Ovviamente Checco fa anche un percorso formativo, conosce per davvero sua figlia, impara valori più importanti della ricchezza… ma tutto ciò senza grandi giustificazioni narrative, accade e basta. Quando è lui a insistere perché Cristal prosegua il cammino, non c’è nessuna vera motivazione dietro il suo cambiamento, sebbene fino a poco prima la pregasse di desistere. La stessa figlia è un personaggio trascurato, e le ragioni della sua scelta di vita (rinunciare alle ricchezze per un percorso spirituale) sono liquidate in una singola battuta.
È chiaro che l’arguzia non manca a Nunziante e Zalone, autori della sceneggiatura, e le risate in sala ci saranno: di questo potete starne certi. Il punto è che, nel tentativo di compiacere il pubblico qualunquista, calcano territori sensibili con la delicatezza di un carro armato, come se volessero esprimere la frustrazione di chi è stanco del politicamente corretto (a dire il vero mai esistito in Italia). Alla fine c’è indulgenza anche per il ricco cafone, perché in fondo è una brava persona, la sua ignoranza è solo sinonimo di spontaneità, e allora tutti possiamo considerarci assolti. Evviva.
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Avatar 4 e gli altri progetti del regista canadese.
Dopo la parentesi "solitaria" di Tolo Tolo, Buen camino segna il ritorno al cinema di Checco Zalone con Gennaro Nunziante, la coppia che ha spaccato il box office italiano.