Pandora si trova a 4,37 anni luce dalla Terra (60.000 miliardi di km), ma le sue sfide, i suoi drammi e i suoi conflitti sono più vicini che mai. Ospiti a Milano per presentare Avatar: Fuoco e cenere, gli attori e le attrici del film non hanno potuto fare a meno di sottolineare questa prossimità: qualunque cosa accada su Pandora, non è così diverso da quello che vediamo – e talvolta esperiamo – sul nostro pianeta. «Stiamo vivendo momenti difficili, di grande precarietà, incertezza, e l’unica cosa che abbiamo è il nostro amore reciproco» ha dichiarato il protagonista Sam Worthington, interprete di Jake Sulley. «E questo è quello che ci ha detto James [Cameron]. Si tratta di essere tutti connessi, australiani, americani, italiani, tutto il pianeta. È la nostra responsabilità fare qualcosa, promuovere l’amore reciproco per l’umanità, per correggere i problemi e le difficoltà che ci possono essere».
Giunta al terzo capitolo, la saga fantascientifica vuole proporsi come una narrazione universale, in grado di coinvolgere chiunque. L’atto stesso di “raccontare”, secondo Stephen Lang (alias Miles Quaritch), è fondamentale per noi esseri umani: «Per quanto rilevanti siano i temi di Avatar, è importante capire però che quello che ci dice il film, cioè quello che l’umanità desidera, di cui ha bisogno, sono le storie, perché queste illuminano il nostro passato e il nostro futuro e alle volte rendono anche il presente molto più sopportabile. James Cameron è veramente un maestro nel raccontare storie. Credo che questa sia davvero la forza più grande. Cioè, ha scritto una storia che ci connette a livello globale». Jack Champion – che interpreta Spider, il ragazzino umano adottato dalla famiglia di Jake – ha aggiunto: «È davvero una storia con cui tutti possono relazionarsi. Parla sia della famiglia che scegliamo sia di quella che non scegliamo. È una storia grandiosa, è qualcosa che parla a tutti, che ha un impatto su tutti a livello personale, a prescindere dalla propria estrazione».
Trinity Jo-Li Bliss presta il volto (con la performance capture) alla piccola Tuk, ultima nata della famiglia Sully. Riguardo alla storia, la giovane attrice americana sottolinea l’importanza dei ruoli femminili: «Ai temi di cui avete parlato così bene, vorrei aggiungere che c’è anche molto girl power. Mi piace vedere tanti personaggi femminili straordinari, e anche un’antagonista femminile che introduciamo in questo film. Ci sono delle guerriere, donne fantastiche, e tutto questo contribuisce a una storia che ci tiene inchiodati allo schermo. È veramente un film pieno di azione, ma anche di personaggi ricchi a livello di personalità. Tutto questo ci connette». Dal canto suo, anche Bailey Bass (Tsireya) ha parlato degli aspetti che la colpiscono di più: «Noi lavoriamo ad Avatar da tanto tempo, fa parte delle nostre vite, quindi è diventato parte integrante di noi. E quindi tutti noi citeremo qualcosa che ha un grosso impatto. Però devo dire che quello che a me parla di più è il lato della famiglia eletta, della famiglia scelta. È il fil rouge di tutti i capitoli di Avatar. Mi piace vedere come in questa storia di fantascienza ci si possa ritrovare. Al suo interno possiamo vedere i nostri fratelli, gli amici, i vicini. Perché si parla anche di diversità. C’è Spider, c’è Jack, ci sono questi personaggi blu. E questo film ci dice che abbiamo più cose in comune che differenze. E questo è il grande messaggio di Avatar. Ci consente di amare il cinema in maniera bellissima e ci ricorda anche quanto sia importante la solidarietà. Perché in tutto il mondo, a prescindere dalle differenze, noi siamo veramente simili. Abbiamo tutti una connessione profonda, come vedrete in Avatar. Fuoco e cenere».
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Jack Champion, Trinity Jo-Li Bliss e Bailey Bass sono anche i membri più giovani del cast, scritturati a partire dal secondo capitolo: un’esperienza che ha segnato le loro vite e le loro carriere. «È interessante, soprattutto per noi tre che siamo stati scritturati così giovani, far parte di un progetto che ancora non capiamo appieno, cioè non riusciamo a capire quanto sia pionieristico» ha dichiarato Bass. «Perché noi eravamo bambini, non conoscevamo il mondo del cinema prima di James Cameron, non sapevamo quanto avesse fatto fino a quel momento. È stato fichissimo far parte di una cosa del genere come nostro primo progetto. Siamo stati trattati con grande rispetto e spirito collaborativo. Quando sono entrata nel cast ero una bambina di 13 anni. È veramente fantastico tornare e contribuire a questa storia, che è così emotiva e piena d’azione». Le ha fatto eco Trinity Jo-Li Bliss: «Sono molto grata di far parte della famiglia di Avatar. Jim è il padre di questa famiglia, mi ispira ogni giorno, e lo stesso vale per i miei colleghi del cast. Sono molto grata di essere qui in Italia, a Milano, incontrarvi, conoscervi e condividere la nostra esperienza nel realizzare questo film» ha poi concluso. Ovviamente, anche Jack Champion è dello stesso avviso: «Io non sarei chi sono senza Avatar, perché ho fatto il mio casting quando avevo 12 anni. È stata una parte integrante della mia vita fino adesso. È veramente una benedizione, devo dire, una grande fortuna per la mia vita».
Peraltro, l’impegno che si sono trovati ad affrontare è relativamente insolito, trattandosi di performance capture. Sam Worthington sostiene però che questo tipo di recitazione abbia i suoi vantaggi, e che la tecnologia non sia affatto un ostacolo. «Allora, il nostro ruolo è quello di essere veri nella nostra espressione» ha dichiarato. «La tecnologia non è un ostacolo, in realtà gli effetti visivi, le luci vengono dopo. Anzi, quando si lavora su un set tradizionale ci sono tante distrazioni. I carrelli, le luci, le cineprese, sono tante le distrazioni. Si corre contro il tempo, si cerca di avere sempre la luce migliore se si gira all’esterno, mentre invece quando si lavora così è un processo molto personale, molto intimo. Ai tempi del primo film ci è stata fatta una promessa: una volta applicati gli effetti, non si sarebbe perso nulla della nostra interpretazione. La promessa è stata mantenuta, perché è come indossare del trucco digitale. Tutto quello che facciamo, le espressioni del viso, tutto è quello che abbiamo fatto per davvero, si traduce nel film… ci baciamo, voliamo, entriamo nell’acqua. Quello che poi vedete sullo schermo è il risultato del lavoro di artisti molto talentosi, ma questo non ostacola il nostro lavoro di attori, anzi al contrario, siamo più liberi e possiamo esplorare più a fondo la nostra verità e cercare di esprimerla al meglio». Jack Champion la pensa allo stesso modo: «Avendo fatto entrambe le cose, poiché ho fatto due anni di performance capture e due di live action, posso dire che se c’è una telecamera sul lato destro del mio viso, io ne sono consapevole. Invece, con la tecnica della performance capture è fantastico come possono essere veicolate le espressioni in maniera veritiera, e poi se ne può parlare dopo ma si vive molto nel presente, ovvero ci si concentra sulla scena, senza pensare alle luci, alle telecamere. Si tratta solo dell’interazione fra gli attori e il regista… è veramente speciale, è energia pura.» A tal proposito, Worthington ha aggiunto: «Possiamo costruire qualunque tipo di oggetto di scena di cui il personaggio ha bisogno, qualunque tipo di sfondo per interagire e raccontare la nostra storia nel modo più veritiero. Non si può fare una pantomima… la pantomima è la morte della performance capture. Quello che dico a tutti i nuovi attori che si uniscono a noi, è che l’unica cinepresa di cui ti devi preoccupare è quella che hai montata sulla testa, e che ti inquadra il viso. Significa che sei sempre in primo piano. Non ci sono giochetti, è tutto lì. Tutto viene catturato nel momento in cui lo esprimi, è una recitazione completamente pura».
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Tornando ai temi del film, l’ambientalismo ha indubbiamente un ruolo centrale, e riflette le preoccupazioni per il futuro della Terra. Ma c’è ancora speranza per il nostro pianeta? «Ho avuto l’onore di parlare alle Nazioni Unite del futuro degli oceani» ha risposto Bailey Bass. «Ci sono otto miliardi di abitanti sul nostro pianeta, e volete dirmi che non ci sono abbastanza persone che lo vogliono pieno di amore, di bellezza, di luce? Ecco, noi continuiamo a combattere, continuiamo a sognare… è per questo che condividiamo questo amore, il sogno che la nostra Terra possa fiorire. Per questa ragione credo che, sì, credo che ci sia speranza, senza dubbio.» Stephen Lang ha poi offerto una riflessione che parte dalla storia italiana: «Ho letto qualcosa riguardo alla storia di questa splendida città che ci ospita. Se non erro, intorno al 1942-43, qui c’era poca speranza. La situazione qui era drammatica. Eppure, anche qui, è stato possibile superare questo momento così buio. C’è sempre la possibilità, certo, di fare un passo in avanti sapendo che c’è il rischio che poi si possano fare anche due passi indietro, ma quello che domina sempre è un senso di ottimismo, di speranza, soprattutto tra i giovani. Quindi sono fiducioso che sarà possibile superare questo periodo veramente cupo, veramente buio che riguarda il mio paese, ma anche tutto il mondo. Cioè, in questo paese conoscete il fascismo, no? Ecco, il mio paese sta incominciando a conoscerlo adesso.»
C’è la politica del mondo là fuori, e c’è quella delle sale cinematografiche. Mentre i cinema non se la passano bene, un film come Avatar: Fuoco e cenere può spingere il pubblico a riempire le sale, dato che il grande schermo è l’habitat ideale per il colossal di James Cameron. Lo pensa anche Jack Champion: «Mi auguro che Avatar possa incoraggiare la gente a tornare al cinema a guardare i film. Andare al cinema è un’esperienza unica, piangi insieme a chi ti è seduto accanto, ridi, applaudi quando muore il cattivo. Quando si guarda un film a casa, invece, almeno per me, non è la stessa cosa, non si riesce ad avere le stesse reazioni.» Stephen Lang ha aggiunto: «Io credo che ci sono film come Avatar che vanno visti al cinema. Non è che se poi lo vuoi vedere tre, quattro volte devi vederlo solo in sala. Ci sono varie piattaforme sulle quali si possono poi vedere i film, però non c’è proprio niente come andare al cinema. Io, per esempio, ho visto Il mago d’Oz circa, non so, trenta volte, e poi però sono voluto tornare a vederlo in sala. Un tempo c’era il Million Dollar Movie, lo stesso film veniva trasmesso in televisione tre volte al giorno per un’intera settimana. Ricordo di aver visto i film in questo modo da ragazzino, però sono ormai sessant’anni che vedo film e posso testimoniare che non c’è nulla che possa paragonarsi al trovarsi in una sala cinematografica buia per provare questa esperienza insieme a dei perfetti sconosciuti.»
Ovviamente Avatar: Fuoco e cenere non rappresenta la media: è un evento cinematografico, di quelli che non capitano così spesso, e l’impressione è che in futuro le sale vivranno soprattutto di grandi uscite eccezionali (pensiamo ai casi di Barbie e Oppenheimer). In ogni caso, se la gente tornasse al cinema per vederlo, sarebbe già un bel risultato. Lo scopriremo a partire dal 17 dicembre, giorno in cui uscirà nelle sale italiane.
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