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Zootropolis 2 è un sequel brillante e dal valore trasversale

Jared Bush e Byron Howard ci riportano a Zootropolis per un'altra avventura ricca di idee, toccando persino i temi dello sradicamento e dell'appropriazione culturale.

Pubblicato il 25 novembre 2025 di Lorenzo Pedrazzi

“Made by everyone at Walt Disney Animation Studios” recita una didascalia al termine di Zootropolis 2, ed è un’affermazione in perfetta sintonia con lo spirito del film. Se i temi della collettività e dell’inclusione rientrano spesso in una retorica opportunista, i registi Byron Howard e Jared Bush (quest’ultimo anche sceneggiatore) li maneggiano con la naturalezza di chi ci crede davvero, soprattutto considerando che già il primo capitolo rifletteva sul presente attraverso un’utopia zoologica: la creazione di un nemico comune per manipolare il consenso e limitare le libertà individuali è una strategia che conosciamo fin troppo bene.

Anche stavolta, peraltro, le avventure di Judy Hopps e Nick Wilde sono frutto di uno sguardo perspicace, sempre attento al mondo là fuori. Tuttavia, prima di scoprirlo ci vuole un po’ di tempo: come nel prequel (e in ogni buon mistery), la trama si sviluppa per gradi, svelando il punto della questione solo nella seconda parte. All’inizio, ritroviamo la coniglietta Judy e la volpe Nick nel Dipartimento di Polizia di Zootropolis, dove ora fanno coppia. Nonostante siano delle celebrità – o forse proprio per quello – Chief Bogo fatica a prenderli sul serio, e preferisce assegnare le missioni pericolose ad agenti più esperti. I nostri eroi però sono ansiosi di dimostrare qualcosa, soprattutto Judy, e si cacciano nei guai mentre indagano su un formichiere-trafficante, guardia doganale al porto. Al termine di un inseguimento, Judy trova un frammento di pelle di serpente, ma sembra impossibile: i rettili hanno lasciato Zootropolis molti anni prima.

È da questa scoperta che si dipana l’intreccio. L’anniversario delle barriere che separano i vari ambienti della città, create cento anni prima da Ebeneezer Lynxley, porta in scena il misterioso Gary De’Snake, che vuole rubare il vecchio quaderno di Lynxley per aiutare la sua famiglia. Senza entrare troppo nei dettagli, in Gary ritroviamo la tragedia degli sfollati, e di chiunque sia stato sradicato dalla sua terra per l’intervento di una forza colonizzatrice: lo sanno bene i nativi americani (una macchia che il cinema statunitense ama rievocare in forma di metafora), come pure i palestinesi di Gaza e Cisgiordania, dramma tanto annoso quanto attuale. Non è una forzatura politica, nient’affatto. Qualunque sia la sua fonte d’ispirazione, Zootropolis 2 racconta un conflitto che si reitera continuamente nella nostra Storia, riversandosi persino in questo mondo dove gli umani non esistono. Di nuovo, l’invenzione di uno spauracchio sociale rinsalda i consensi, giustifica politiche discriminatorie ed espansioni incontrollate. La sceneggiatura di Bush è abile a intrecciare questo tema con quello dell’appropriazione culturale: nel creare un nemico comune, si finisce per cancellarne anche l’identità, gli si sottraggono meriti e idee. Succede nelle vicende umane come in quelle degli animali antropomorfi.

L’acutezza del film, insomma, è nella sua capacità di intercettare problemi, ansie e tendenze della contemporaneità, rielaborandole in modo creativo. Si vede benissimo nel personaggio di Nibbles Maplestick, castorina cospirazionista (doppiata in italiano da Michela Giraud) che conduce un podcast dedicato alle teorie del complotto, e che aiuta i protagonisti nelle loro indagini. In effetti, la trama di Zootropolis 2 affonda le radici nelle origini della città, espandendone la “lore” e svelandone i segreti: un espediente ormai tipico delle narrazioni seriali, ma che qui funziona particolarmente bene. Il merito è anche del production design, la cui enorme inventiva affolla il quadro di dettagli da scoprire, perché a Zootropolis c’è sempre qualcosa che accade in secondo o terzo piano; se l’avventura di Judy e Nick è il centro focale dell’immagine, ai margini c’è tutto un mondo da esplorare.

Siamo di fronte all’ennesimo esempio di intrattenimento trasversale, un modello che la Pixar ha perfezionato nell’animazione in CGI, e che la Disney ha imparato bene. I discorsi sulla terapia di coppia – con tutta la sua terminologia asettica e professionale, mentre l’amicizia tra Judy e Nick è sempre più surrogato di un legame romantico – faranno sorridere gli adulti, già abituati a certe procedure sul lavoro e nella vita privata: del resto, salute mentale e relazioni interpersonali sono temi di grande attualità a Hollywood, sia davanti sia dietro la macchina da presa, e il film ne rispecchia la diffusione “popolare”. Analogamente, le citazioni dalla cultura pop (Il silenzio degli innocenti, Shining…) ammiccano al pubblico più maturo, e confermano la natura magmatica del cinema postmoderno; d’altra parte, non dimentichiamo che l’idea stessa di Zootropolis nasce da una rimediazione del genere buddy cop, tanto in voga negli anni Ottanta/Novanta e poi quasi scomparso. Alcuni riferimenti sono più sensati, altri gratuiti, ma l’idea è di mostrare al pubblico che condividiamo tutti lo stesso immaginario.

C’è effettivamente un senso di comunità alla base del film, e lo si nota anche nei suoi sviluppi. Quel “Realizzato da tutti [i lavoratori] dei Walt Disney Animation Studios” indica la volontà di sottolineare uno sforzo collettivo, tanto nel backstage quanto nella finzione: l’incrollabile fiducia di Gary («Noi ce la faremo!» ripete spesso il serpente) parte dalla forza del gruppo, dal riconoscimento della solidarietà come fattore indispensabile per raddrizzare i torti e sconfiggere un carnefice. Magari qualcuno alzerà gli occhi al cielo, eppure l’animazione mainstream ha sempre avuto un lato contestatario, schierato dalla parte dei “piccoli” e degli oppressi. Zootropolis 2 dimostra di saper rilanciare quella tradizione in un mondo più frammentato che mai, alla disperata ricerca di bandiere sotto cui unirsi.

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