Cinema

Unbreakable – Il predestinato, il film che 25 anni fa ha cambiato tutto sui supereroi

Il 22 novembre del 2000 usciva in sala il film di M. Night Shyamalan, primo capitolo di una trilogia sensazionale.

Pubblicato il 22 novembre 2025 di Giulio Zoppello

Unbreakable – Il predestinato occupa ancora oggi un posto non da nulla all’interno del cinema supereroistico, che ha contribuito a cambiare non poco. Uscito in sala per la prima volta il 22 novembre del 2000, fu un successo clamoroso di critica e pubblico. E ancora oggi, dopo un quarto di secolo, rappresenta uno dei titoli più importanti che M. Night Shyamalan, regista oggettivamente un po’ discontinuo, ci abbia regalato in carriera.

UNA ORIGIN STORY COMPLETAMENTE DIVERSA DALLE ALTRE

M. Night Shyamalan era sul set de Il Sesto Senso quando cominciò a sviluppare l’idea di un film supereroistico diverso dagli altri. Aveva creato uno script con l’idea di aspettare il momento opportuno, e l’ottimo rapporto creatosi sul set tra lui e Bruce Willis gli fece pensare che potesse essere quello il momento di proporlo all’attore, che si dimostrò subito entusiasta. L’altro ruolo Shyamalan l’aveva pensato per Samuel L. Jackson, anche lui in ottimi rapporti con Willis. Il successo de Il Sesto Senso, a dir poco clamoroso, fornì una carta bianca non da nulla a Shyamalan, che ottenne dalla Disney il via e cominciò a perfezionare lo script. Una sceneggiatura che fin dall’inizio ci mette non proprio a nostro agio, per così dire. Unbreakable comincia con un parto, un bambino afroamericano nato già con braccia e gambe rotte. Poi si sposta nella grigia Filadelfia, dove facciamo la conoscenza di David Dunn (Bruce Willis), il cui matrimonio con Audrey (Robin Wright) e il rapporto col figlio Joseph (Spencer Treat Clark) sono vicini al collasso.

A seguito di un incidente ferroviario terribile, Dunn però scopre di essere il solo sopravvissuto dei 130 passeggeri. Non ha un graffio, pare un miracolo, ma quando sulla sua strada compare l’enigmatico e brillante gallerista Elijah Price (Samuel L. Jackson), affetto da osteoporosi imperfetta e per questo soprannominato “l’uomo di vetro”, per Dunn cambia tutto. Scopre di avere una forza enorme, di poter visualizzare i crimini o abusi commessi dalle persone solo sfiorandole e capisce la verità: è dotato di superpoteri.

Unbreakable fin dall’inizio sposa un’atmosfera fatta di suspense, dubbio, calibrata per adagiarsi sul tema del doppio e del destino, sulla ricerca dell’identità del proprio posto nel mondo. La fotografia di Eduardo Serra è una parte fondamentale della costruzione cinematografica, con cui imitare anche visivamente una graphic novel, e guidarci dentro una origin story che si allontana da quelle ideate per i mondi Marvel o DC. Qui nulla appare una benedizione, nulla appare logico, siamo nel nostro mondo, un mondo normale, non ci sono tutine o maschere, mantelli o un senso di collettività. Dunn e Price sono soli, lo sono come lo sono tutti, con la città di Thomas Jefferson che ci appare giungla d’asfalto, alveare ostile battuto dalla pioggia e popolato da predatori in agguato dietro ogni ombra.

LA NEGAZIONE DEL SUPER

La vera vittoria per Dunn è avere uno scopo: fare del bene. Salverà delle persone e ricostruirà il rapporto con la sua famiglia. Ma Shyamalan, che infine ritorna sui binari del thriller paranormale, fa sì che Unbreakable diventi anche un racconto sulla ricerca dell’alter ego, sul male come assenza di empatia. Price si rivelerà essere la mente criminale dietro il disastro ferroviario, e molti altri attentati, spinto dalla volontà di trovare quel suo “opposto” che darebbe un senso alla sua esistenza. Una variazione scioccante, violenta, rispetto a ciò che ci aspettavamo, che Shyamalan accompagna con un cromatismo esemplare per funzionalità e simbolismo. Il viola della follia, il verde della speranza, il grigio-blu dell’indefinita metropoli oscura.

Bruce Willis è sensazionale, magnifico nel costruire quest’uomo normale, normalissimo, che cerca di uscire da questa caverna platoniana e incontra un’illuminazione che ci colpisce come un pugno, dal momento che Shyamalan nega il divino, nega il super, ci parla di uomini normali travolti da qualcosa di anormale. Jackson tratteggia un Mastermind sontuoso, inquietante, un Professor X malvagio e geniale, la sofferenza che cerca condivisione per non restare da sola.

Unbreakable sarà non solo un grande successo, ma anche il primo capitolo di una trilogia formata dal notevolissimo Split e poi da Glass, tutti dedicati ai tre cardini. Tre protagonisti di questa stranissima, oscura e inquietante saga sull’unicità, in cui la religiosità da antico testamento si scontra con una visione manichea della vita e dell’universo. Dei tre, il primo rimane sicuramente il capitolo più riuscito, quello in cui Shyamalan si dimostrerà capace di un equilibro tra le parti che poi i due episodi successivi, l’ultimo in particolare, non troveranno, al netto dei pregi.

Da allora, il concetto di supereroe è cambiato molto, moltissimo, si è umanizzato, ma senza riuscire a donarci una visione così radicalmente nuova, incisiva, così capace di suggerirci un legame particolare tra superpotere ed esistenzialismo, con naturalmente i più giovani, i bambini, che rimangono (come ogni volta nel cinema di Shyalaman) gli unici portatori di luce, di verità, di speranza. Filosofico, profondo e antiretorico, Unbreakable è forse anche più attuale oggi, che ai supereroi ci crediamo sempre meno, rispetto a 25 anni fa (quando il genere era ancora distante dal suo apice e dalla sua caduta), nel parlarci di una moralità ed empatia da riscoprire.

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