La ludicizzazione della morte è un tema ricorrente nella finzione speculativa: che si tratti di Battle Royale o di Hunger Games (ma anche Gamer, Squid Game e altri ancora), la narrativa contemporanea rimedia spesso le dinamiche del “gioco”, e le traspone nei più comuni scenari distopici. Il romanzo L’uomo in fuga – alias The Running Man – aveva intuito questa tendenza già nel 1982, quando Stephen King usava lo pseudonimo Richard Bachman per evitare la saturazione del mercato. In quegli anni, la televisione si trovava all’apice della sua influenza (come dimostra l’uscita di Quinto potere nel 1976), ed era naturale immaginarne un’evoluzione esasperata, ovvero sempre più sadica, pittoresca e capace di distrarre le masse: «Un paese di musichette mentre fuori c’è la morte», per citare Boris. Dal canto loro, Edgar Wright e il co-sceneggiatore Michael Bacall restano fedeli il più possibile al libro di King (molto più di quanto non abbia fatto L’implacabile di Paul Michael Glaser), ma devono anche tenere conto del fatto che i tempi sono cambiati, e la televisione si è notevolmente “decentralizzata”.
Il futuro immaginato dal film è un’estremizzazione del nostro presente: le disparità socio-economiche sono ancora più radicali, e la classe lavoratrice è concentrata nelle case popolari di Co-op City, dove la gente non può nemmeno permettersi le più banali cure mediche. Quando l’operaio Ben Richards (Glen Powell) viene licenziato per essersi opposto ai soprusi dell’azienda, lui e sua moglie Sheila (Jayme Lawson) non hanno abbastanza soldi per le medicine della figlioletta, e Sheila è costretta a fare dei turni aggiuntivi nel pericoloso club in cui lavora. L’inconscio collettivo è dominato dal Network, una rete televisiva tentacolare che arriva fino ai vertici degli Stati Uniti d’America, governando de facto l’intero paese. I suoi programmi sono violentissimi game show che costringono i partecipanti a rischiare la vita, ma il più mortale di tutti è l’eponimo The Running Man: un gioco i cui concorrenti (detti runner) devono sopravvivere per trenta giorni con poche risorse a loro disposizione, mentre un gruppo di feroci cacciatori tenta di ucciderli in diretta TV. Disperato, Ben si reca alla sede del Network per partecipare a una delle trasmissioni, e viene selezionato proprio per The Running Man.
Inizia così una fuga rocambolesca tra varie città americane, con il nostro eroe determinato a sopravvivere il più a lungo possibile per supportare la famiglia. Intanto, la falsa empatia del produttore-demiurgo Dan Killian (Josh Brolin) aleggia sulle avventure di Ben: in lui, Killian vede una rabbia che farà spettacolo e porterà ascolti. Del resto, l’industria culturale – e soprattutto la televisione – ha sempre sfruttato le emozioni più viscerali, alla costante ricerca di emozioni e pulsioni “vere” da dare in pasto al pubblico. Da un lato può esserci l’identificazione con l’uomo comune, che vive situazioni e reazioni in cui possiamo rivedere noi stessi; dall’altro, però, c’è anche la manipolazione orwelliana delle masse, che ritrae persone innocenti come pericoli della società per incanalare l’ostilità collettiva. La TV come valvola di sfogo, insomma, per addomesticare il popolo e deviare la sua attenzione dalla realtà.
Wright aggiorna questa idea (non certo nuova) attraverso la moltiplicazione degli schermi, che decentralizzano la televisione e ne frazionano la presenza nella quotidianità: il programma non viene seguito soltanto dai televisori, ma dai cellulari, dai display delle automobili, da qualunque dispositivo multimediale. La sua penetrazione nelle vite della gente è pressoché totale, come accade per davvero con gli smartphone e i social network. Anche per questo motivo, è interessante il ruolo della tecnologia retrò nel contesto ipersorvegliato della distopia: se ogni dispositivo è tracciabile, se gli schermi televisivi osservano gli spettatori di rimando, gli apparecchi col tubo catodico e le vecchie VHS sono strumenti di libertà. Non a caso, il sottobosco rivoluzionario diffonde video su nastro, e distribuisce manifesti o volantini su carta fotocopiata. Persino il videoblog di Ben (obbligatorio per regolamento) è impresso su supporto magnetico, e inviato fisicamente al Network con posta aerea. The Running Man dimostra una notevole consapevolezza della tecnologia di consumo, più di quanto non facciano altri blockbuster: l’analogico, qui, è sinonimo di indipendenza perché orgogliosamente off-line, non controllabile da remoto.
Le intuizioni migliori sono concentrate però nella prima parte, quando Wright mette in scena con perizia un mondo bipartito, e Co-op City ricorda le folli città futuristiche degli anni Novanta. Sia chiaro, il divertimento non manca mai: Wright ha già dimostrato di saper amministrare lo spettacolo, e si ripete anche con una produzione da 110 milioni di dollari, la più costosa della sua carriera. La sua mano però si defila un po’ troppo, e mancano quegli spunti brillanti (anche di montaggio) che hanno reso memorabili sia la Trilogia del Cornetto sia Scott Pilgrim Vs. the World. Una valida regia di mestiere può bastare quando il film dà il suo meglio, ma in seguito è come se si afflosciasse su sé stesso, incapace di mantenere il clima che aveva costruito all’inizio. Pesa forse la consapevolezza di realizzare un film anticapitalista prodotto dal medesimo sistema che ambisce a smantellare (d’altra parte, il capitalismo è sempre stato abile a riassorbire il dissenso), ma anche la necessità “edificante” di volgere il racconto in una certa direzione. Fino a un certo punto è facile esaltarsi, conquistati dall’atmosfera e dai propositi contestatari, poi però l’artificiosità del meccanismo diventa palese, e l’illusione scema.
Resta comunque un’ottima prova d’attori, con Glen Powell che conferma le sue doti da protagonista, insieme a una gamma emotiva che finalmente – dopo la grande performance di Hit Man – Hollywood gli permette di esprimere. Delizioso anche l’affabile cinismo di Josh Brolin, come pure Colman Domingo nel ruolo del conduttore Bobby “Bobby T” Thompson, le cui idiosincrasie avrebbero meritato più spazio. L’esito finale è un buon intrattenimento, ma troppo prolisso e incostante per convincere fino in fondo.
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